domenica, Maggio 9

Sud Sudan, nuova offensiva dei ribelli Presa la città petrolifera di Bentiu, capitale dell'Unity State

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Sud Sudan guerra

Kampala – Il quinto mese della guerra civile in Sud Sudan, iniziata il 15 dicembre scorso, è stato testimone di una inaspettata offensiva delle forze ribelli guidate dall’ex Vice Presidente Riek Machar e da Rebecca Garang, vedova del leader storico del SPLM John Garang. Il 14 aprile i reparti ribelli hanno iniziato un’offensiva militare sulla città petrolifera di Bentiu, capitale dell’Unity State. I combattimenti, durati due giorni, si sono conclusi con la cattura della strategica città da parte dei ribelli. Il Governo di Juba, attraverso il porta parola del esercito Philip Aguer, conferma amaramente la perdita subita.

La conquista di Bentiu rappresenta una svolta nella guerra civile Sud Sudanese dopo la firma della tregua avvenuta ad Addis Abeba il 23 gennaio scorso. Una tregua che fu infranta 24 ore dopo la firma con reciproche accuse delle parti belligeranti. «La cattura di Bentiu rappresenta la prima fase per la liberazione del Paese», afferma il portaparola della ribellione Lul Ruai Koang. In un’intervista rilasciata alla Agenzia Stampa Francese AFP, Riek Machar espone un radicale cambiamento strategico che azzera gli sforzi fino ad ora fatti dai mediatori (Kenya e Etiopia) presso i colloqui di pace di Addis Abeba: «La nostra è una guerra di liberazione contro un regime che ci vuole annientare. La tregua non è stata rispettata dal Governo costringendoci a riprendere le ostilità. Il Presidente Salva Kiir sta comprando molte armi, protetto dall’esercito ugandese. Il suo obiettivo é quello di mantenere il potere a tutti i costi per continuare lo sfruttamento personale delle risorse naturali. Allo stato attuale purtroppo non vi sono le condizioni per una pace. Vi saranno quando Kiir abdicherà da Presidente e il suo padrino regionale, l’Uganda, ritirerà le sue truppe di occupazione dal Sud Sudan».

Fonti all’interno del Sud Sudan affermano che la ribellione abbia sfruttato questi mesi di bassa intensità del conflitto per armarsi e riorganizzare i ranghi dopo le sconfitte subite dall’offensiva congiunta degli eserciti Sud Sudanese e Ugandese del febbraio scorso. Anche la strategia militare dei ribelli è radicalmente cambiata. Pur rimanendo come punto fermo la conquista della capitale Juba, ora ci si concentra nel far uscire le compagnie petrolifere cinesi, fermando così la produzione che rappresenta il 95% delle entrate del paese.

Il 15 aprile scorso Riek Machar ha lanciato un ultimatum rivolto alle compagnie petrolifere cinesi operanti in Sud Sudan, ordinando che interrompano le operazioni di estrazione chiudendo i pozzi. Lunedì 14 aprile caschi blu del contingente di pace ONU in Sud Sudan hanno assicurato la protezione durante l’evacuazione del personale cinese operativo presso i giacimenti petroliferi del Unity State a seguito dell’offensiva ribelle su Bentiu. «Per rimuovere rapidamente il dittatore Kiir si necessita della completa cessazione delle attività petrolifere. Chiudendogli i pozzi verrà a lui preclusa la possibilità finanziaria di continuare la guerra», dichiara Machar a AFP.

La nuova strategia della ribellione ha il merito di chiarire la situazione internazionale esistente in Sud Sudan, confermando ipotesi e sospetti da mesi nutriti. Riek Machar si é apertamente schierato contro gli interessi della Cina in Sud Sudan che sono ora fortemente compromessi. La decisione presa rafforza la teoria di un inedito schieramento degli attori internazionali di questa guerra civile. Da una parte si avrebbe l’asse Pechino –Kampala che appoggerebbe Kiir e dall’altra l’asse Washigton-Khartoum che appoggerebbe Riek Machar.

Cina e Uganda intenderebbero impedire a Machar di prendere il potere per assicurarsi la produzione petrolifera. L’intervento ugandese in sostegno del esercito regolare é teso a garantire inoltre il dirottamento di una considerevole percentuale di greggio sud sudanese verso la raffineria di Hoima (nord Uganda) in fase di realizzazione.

Questa decisione rientra nel piano strategico degli idrocarburi ideato dal Presidente Yoweri Museveni che prevede di trasformare la raffineria di Hoima in un centro regionale di idrocarburi che possa assicurare il fabbisogno della regione attraverso la lavorazione  del greggio ugandese, quello sud sudanese e quello congolese presente sul Lago Alberto, già venduto dal Presidente Joseph Kabila nel febbraio 2011. La raffineria di Hoima, assieme a quella keniota di Mombasa, dovrebbe togliere il monopolio dei prodotti finiti petroliferi alle multinazionali occidentali, sostituito da un monopolio Keniota Ugandese per rifornire il carburante la East African Community, il Sud Sudan e l’Est del Congo.

Una eventuale vittoria di Riek Machar implicherebbe una radicale revisione degli attori petroliferi nel Paese a danno della Cina e a favore delle multinazionali occidentali, prime tra tutte quelle Americane. La collaborazione tra il Governo di Khartoum (inserito nella lista dei paesi terroristici) e l’Amministrazione Obama non deve rappresentare una sorpresa. Dal 2010 gli Stati Uniti hanno cambiato la strategia rivolta al Sudan, trasformandolo da principale nemico della regione a prezioso collaboratore. Una strategia ben accetta dal Presidente Omar El-Bachir, idonea per conservare il potere nel paese. Il Sudan si limiterebbe a fornire armi alla ribellione, offrendole santuari sicuri oltre confine. Il contingente ONU in Sud Sudan é chiaramente schierato con gli Stati Uniti, operando attività di Intelligence a favore dei ribelli e offrendosi come copertura per assicurare il loro approvvigionamento in armi e munizioni.

La creazione di questi due blocchi internazionali distinti e contrapposti é inserita nel inizio della guerra fredda tra Stati Uniti e Uganda causata da un progetto di riallineamento strategico deciso dal Presidente Museveni che vede il ridimensionamento dell’influenza Anglo-Americana nella regione a favore di potenze emergenti quali Cina e Russia. Un processo che sembra essere destinato a divenire regionale grazie alle influenze politiche che Museveni é in grado di attuare su Kenya e Rwanda. Lo scorso febbraio il Governo di Kampala ha palesamene ignorato la richiesta del Presidente Barak Obama di ritirare l’esercito impegnato nella difesa del Governo di Juba in Sud Sudan. Senza l’intervento del UPDF la guerra civile si sarebbe già conclusa nel gennaio 2014 con la vittoria di Riek Machar.

Il 9 aprile scorso i Presidente Salva Kiir e Yoweri Museveni si sono incontrati a Kampala per discutere sul destino del Sud Sudan. Non si conoscono i dettagli del meeting, svoltosi a porte chiuse. I media nazionali si sono dovuti accontentare di una generica affermazione fatta dal Parlamento ugandese che si limita  ad informare degli obiettivi del meeting: valutazione degli accordi bilaterali e degli interessi tra Uganda e Sud Sudan. Dal meeting è trapelato solo la richiesta ufficiale del Presidente Kiir ai mediatori dei colloqui di pace a Addis Abeba di inserire l’Uganda tra le parti in causa del conflitto e della sua risoluzione pacifica. Richiesta categoricamente rifiutata dalla ribellione che chiede la fine del sostegno militare ugandese al Governo di Juba.

Secondo fonti interne all’esercito ugandese la vittoria riportata da Machar a Bentiu sarebbe la diretta conseguenza della decisione del Presidente Museveni di ritirare parte del contingente UPDF impegnato in Sud Sudan per altri probabili futuri teatri di guerra regionale. Secondo la stessa fonte anche i reparti più esperti del esercito ugandese in Somalia sarebbero sostituiti da reclute e richiamati nel paese. Questo spiegherebbe i recenti successi militari del gruppo terroristico Al-Shabaab in Somalia e la decisione di offrire il comando dell’offensiva AMISOM in corso alle truppe etiopi. Normalmente ogni offensiva del contingente militare africano in Somalia é guidata dal esercito ugandese.

I probabili futuri teatri di guerra sarebbero Burundi, est del Congo e Rwanda, legati tra di loro dalla minaccia razziale nazista degli Hutu Power. La scoperta della meticolosa preparazione di un genocidio in Burundi (denunciata da un fax del Ufficio Nazioni Unite in Burundi) e i preparativi di invasione del Rwanda del gruppo terroristico ruandese FLDR supportato dal Governo di Kinshasa e dalla Francia, spiegherebbero l’esigenza di avere truppe esperte pronte da intervenire nei due vicini paesi.

L’economia ugandese sta pagando un duro prezzo di questa guerra civile in Sud Sudan. Dall’inizio del conflitto si é registrata una diminuzione del 58% dei scambi commerciali tra Uganda e Sud Sudan causando agli imprenditori ugandesi una spaventosa perdita pari a 358 milioni di dollari, tra cui 60 milioni di dollari relativi al mancato rispetto dei pagamenti del Governo di Juba in piena crisi finanziaria e costretto a finanziare l’intervento militare ugandese con le riserve (ormai scarse) di valuta estera ancora disponibili presso la Banca Centrale.

L’auspicato e annunciato intervento di una forza militare africana in Sud Sudan per porre fine al conflitto, proteggere i civili e favorire un governo di coalizione nazionale, tarda ad essere effettuato, lasciando sul terreno inalterata la realtà: un confronto spietato all’ultimo sangue tra le parti belligeranti, pulizie etniche e una disastrosa situazione umanitaria nel Paese. 

 

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