lunedì, Ottobre 18

Sud Sudan, la proposta federalista

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Salva Kiir Sud SUdan

Kampala – Gli accordi di pace firmati il 9 maggio non hanno fermato le ostilità come previsto, originando una serie di accuse e contro accuse sulla violazione del cessate il fuoco. La forma del governo provvisorio nel Sud Sudan è ancora da definire. Allo scopo verrà fissato un secondo meeting tra il presidente Salva Kiir e l’ex vice presidente Riek Machar per discutere anche della durata di questo governo provvisorio e quali riforme costituzionali deve intraprendere. La scorsa settimana era stato organizzato un incontro tra i due contendenti a Nairobi, sotto iniziativa del ex presidente keniota Daniel Arap Moi. Incontro non avvenuto causa il timore del governo Kenyatta di sostituirsi alle iniziative di pace gestite ad Addis Abeba dalla IGAD (Agenzia Intergovernativa per lo Sviluppo). I combattimenti sul terreno sembrano diminuiti grazie all’arrivo della stagione delle piogge e le due forze contrapposte sembrano attestarsi sulla linea del fronte tracciata dall’esercito ugandese.

L’esercito governativo controlla le principali città mentre la ribellione è riuscita a bloccare le attività petrolifere privando al governo di Juba la principale fonte di entrate. Lo Stato dell’Equatoria, parzialmente intaccato dal conflitto, ha lanciato una proposta federalistica sottoponendo al IGAD un documento intitolato: Equatorians’ Position on the Ongoing Peace Talks (La posizione del Equatoria sui colloqui di pace in corso). La proposta, preparata il 24 maggio scorso con il pieno supporto del clero cattolico sud sudanese, prevede la trasformazione della Repubblica del Sud Sudan in una Federazione di Stati in cui il governo manterrebbe il controllo delle  finanze, difesa, sicurezza, alta corte di giustizia e affari esteri,  mentre i vari Stati gestirebbero le risorse naturali, con pieni poteri decisionali nella amministrazione pubblica, settore giudiziario, polizia,  telecomunicazioni e posta indipendenti. Il 40% delle entrate sarebbe destinato al Juba per il funzionamento del governo federale.

La proposta è stata ripresa dal leader della ribellione Riek Machar durante un incontro con il presidente Uhuru Kenyatta, avvenuto a Nairobi il 28 maggio scorso. Durante l’incontro Machar ha presentato la proposta federalistica dello Stato di Equatoria proponendo che il governo transitorio lavori per la sua realizzazione. L’ex vice presidente si è dichiarato disposto a non partecipare al governo transitorio a condizione che questo sia composto da una larga intesa creata dalle varie realtà sud sudanesi: partiti, associazioni, mondo ecclesiastico e che a Salva Kiir sia vietato di ripresentarsi alle elezioni del 2015. Sostenendo la proposta federalistica e autoescludendosi dal governo, Riek Machar ha lanciato una contro offensiva diplomatica per controbilanciare l’influenza che il presidente Kiir ha presso l’IGAD grazie agli sforzi diplomatici ugandesi. Machar ha anche promesso al presidente Kenyatta di partecipare ai prossimi colloqui di pace ad Addis Abeba per trovare una soluzione alla crisi politico militare.

I buon propositi e le foto ufficiali a fianco di Uhuru Kenyatta fanno parte della strategia del vecchio signore della guerra tesa a convincere l’opinione pubblica internazionale che le sue proposte sono le più ragionevoli per assicurare la pace nel Paese, differenziandosi dalla politica di boicottaggio della pace adottata dal presidente Salva Kiir. L’indirizzo di Machar viene contraddetto dalla recente lista di propri ambasciatori, ricevuta dalle rappresentanze diplomatiche dei paesi regionali e dei paesi chiave occidentali. Questa duplicazione della rappresentanza diplomatica sud sudanese è stata giustificata dalla totale mancanza di fiducia di utilizzare la struttura diplomatica esistente. In realtà un pericoloso indirizzo etnico di controllo amministrativo di parte del paese inserito in un probabile progetto di balcanizzazione del Sud Sudan utilizzando il paravento federalistico. La proposta federale non ha ricevuto consensi da parte del governo. Il vice presidente James Wani Igga si è opposto.

«Il Sud Sudan corre il rischio di essere suddiviso in stati tribali con un aumento di conflittualità e di insicurezza. Il costo per mantenere una simile struttura sarebbe troppo alto», osserva John Ashworth, un consigliere del governo e della chiesa protestante. Altri argomentano che ogni Stato trasformerà i corpi di polizia in eserciti nazionali composto da miliziani non preparati militarmente e inclini a violenze e abusi dei diritti umani. La principale ragione per la determinata opposizione del governo di Juba è semplice da individuare. Il governo federale si troverebbe alla mercé del 40% offerto dai Stati federati proprietari dei giacimenti petroliferi. Nonostante la chiara opposizione del governo la proposta federalistica sembra attirare l’attenzione pubblica sud sudanese in quanto ha radici storiche che risalgono al 1947 (conferenza di Juba) e al 1955 (conferenza di Torit). In entrambe le occasioni la proposta federalistica era però rivolta all’intero Paese: il Sudan.

La iniziale popolarità della proposta dello Stato di Equatoria ha costretto il presidente Salva Kiir a pronunciare un discorso alla nazione lunedì 02 maggio dove annuncia la possibilità di indire un referendum popolare sul tema. Nel discorso il presidente Kiir ha tentato di togliere al suo rivale Machar il monopolio dell’iniziativa affermando che la proposta federalistica «è utilizzata da Riek Machar come pretesto per dividere l’opinione pubblica e il partito al potere».

Contemporaneamente il governo ha attivato una campagna contro Riek Machar tesa a dimostrare che non ha il controllo delle sue milizie, sopratutto quella Nuer denominata White Army (Armata Bianca). Questa campagna è indirettamente supportata dai media regionali, Nazioni Unite e da alcune Ong internazionali, costringendo il porta parola della ribellione a rispondere ufficialmente, bollando la campagna come un vile atto di diffamatorio, privo di prove e totalmente fuori contesto. “Nonostante che l’esercito rivoluzionario sia composto da giovani volontari, la dirigenza è in pieno controllo e la catena di comando estremamente chiara e funzionale” specifica un comunicato stampa della ribellione.

Per rafforzare questa tesi, il portavoce dell’esercito regolare (SPLA), il Colonnello Philp Aguer riporta una serie di violazioni del cessate il fuoco da parte dei ribelli avvenute a Nassir, Bailet (Stato del Upper Nile) e a Walkai (Unity State). Secondo il Colonnello Aguer le offensive tentate in queste località dalla ribellione e respinte dal SPLA sarebbero dovute dalla mancato controllo di Machar sulle sue milizie. Immediata la risposta della ribellione che non nega i combattimenti ma accusa il governo di aver lanciato una offensiva di larga scala per occupare posizioni strategiche prima che la stagione delle piogge entri nella fase inoltrata. La ribellione si limiterebbe a difendere le proprie posizioni. 

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