martedì, ottobre 23

Sud Sudan, la prima avventura militare cinese in Africa field_506ffb1d3dbe2

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Sud SUdan armi ribelli Onu

Kampala – Voci e timori diffusi negli ultimi mesi riguardo un probabile intervento militare di Pechino nel Sud Sudan sono ora realtà. Pechino invierà 700 soldati nella giovane nazione africana martoriata da un’incomprensibile ed atroce guerra civile tra le due principali etnie (Nuer e Dinka). La notizia è stata confermata sia dal ministro degli affari esteri sud sudanese Barnaba Marial Benjamin che dal portavoce del movimento ribelle SPLM-O (Sudan People Liberation Mouvement in Opposition) James Gatdet Dak. Pur rientrando nella missione di pace ONU in Sud Sudan (UNIMISS) presente nel Paese dal 2005, il contingente cinese ha caratteristiche e comando ben distinti.

Analizzando le dichiarazioni ufficiali e l’autorizzazione concesso dal Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite, si comprende che il contingente cinese (composto da reparti speciali dell’Esercito Popolare) ha il pieno mandato militare ed è autorizzato ad intraprendere operazioni difensive ed offensive per proteggere la popolazione civile dalle violenze inflitte dai belligeranti. Il contingente avrà un comando autonomo e le operazioni militari saranno eseguite secondo le necessità in collaborazione con il comando UNIMISS. L’arrivo (imminente) dei soldati cinesi è stato reso possibile grazie ad un accordo di collaborazione economica e miliare firmato lo scorso marzo tra i due Paesi.  È la prima volta che la Cina invia ufficialmente delle truppe “full combat” in un Paese straniero rompendo il dogma della non interferenza che è alla base dei rapporti Sino-Africani.

In realtà reparti dell’Esercito Popolare sono presenti nel Sudan (nord) e nello Zimbabwe dal 2004, principalmente a protezione dei pozzi petroliferi e giacimenti minerari. Anche per il caso del Sud Sudan vari esperti africani affermano che le vere intenzioni di Pechino non siano quelle di difendere la popolazione inerme dai tentativi di pulizie etniche attuati da entrambe le parti in conflitto ma per proteggere i giacimenti petroliferi degli Stati di Jonglei, Upper Nile e Unity dove la Cina è il principale investitore. Anche la neutralità del contingente cinese è seriamente messa in dubbio. Dallo scorso giugno Pechino ha iniziato a fornire al governo del presidente Salva Kiir armi e munizioni per diversi milioni di dollari. Forniture alquanto criticabile come quelle attuate dal contingente UNMISS a favore della ribellione del ex vice presidente Riek Machar, rifornimenti scoperti dall’esercito ugandese camuffati da aiuti umanitari.

Nonostante l’evidente sostegno offerto al governo di Juba, il leader ribelle, Dottor Machar afferma al quotidiano ‘Sudan Tribune’ di non aver alcuna obiezione sull’arrivo delle truppe cinesi a condizioni che operino all’interno del mandato UNMISS che non prevede operazione miliari offensive. Riek Machar non ha risparmiato Pechino di pesanti accuse di doppio standard affermando che il Paese comunista asiatico non dovrebbe finanziare guerre in Africa con la chiara logica capitalistica ed imperialistica di alimentare guerre civili per giocare la carta umanitaria al fine di imporre i propri interessi nel continente. «La Cina deve smettere di finanziare la guerra in Sud Sudan offrendo ingenti quantità di armi e munizioni al governo di Salva Kiir», afferma il Dr. Machar sabato 6 settembre 2014 al quotidiano Sudan Tribune.

L’imminente arrivo del contingente cinese è stato possibile solo dopo un’improvvisa ristrutturazione delle alleanze regionali e internazionali nel paese che vede Stati Uniti e i caschi blu ONU abbandonare il sostegno militare e politico alla ribellione per offrirlo al governo Kiir. Alcuni osservatori militari sostengono che la decisione di Pechino sia stata presa dopo una serie di fruttuosi accordi con Washington e Londra sulla equa spartizione delle risorse petrolifere del Sud Sudan in cui sarebbe prevista la fine del monopolio estrattivo cinese al fine di permettere l’entrata di multinazionali anglo-americane. Il chiaro avvertimento dato dal Dr. Machar sembra essere il preludio di uno scontro militare diretto tra le forze speciali cinesi e i ribelli. Fonti militari ugandesi coperte da anonimato, affermano che Pechino a breve invierà esperti militari con pieno mandato dato dallo Stato Maggiore per collaborare e coordinarsi con il UPDF (esercito ugandese) impegnato nella difesa del governo Kiir fin dai primi giorni della crisi del dicembre 2013.

Un coordinamento che, se compiuto, potrebbe rappresentare un serio ostacolo per la vittoria militare agognata dal Dr. Machar certamente non in grado di sostenere un confronto con un esercito dei una potenza mondiale tecnologicamente e finanziariamente preparato, che agisce in simultanea con il potente esercito ugandese, profondo conoscitore del terreno e delle tattiche di guerriglia normalmente applicate dal SPLM. La notizia dell’imminente arrivo delle forze speciali cinesi allontana sempre di più la possibilità di pace tra il presidente Salva Kiir e il suo rivale Riek Machar vanificando tutti i tentativi di pace e mediazione dei governi limitrofi (Kenya ed Etiopia). Il timore sembra confermato dal fallimento della terza tregua e accordi di pace concordati ad Addis Abeba. Fallimento registrato la scorsa settimana. L’intervento cinese in Sud Sudan sembra essere inserito in un piano di egemonia più ampio che comprende anche il Sudan, storico alleato di Pechino.

Il ministro degli investimenti sudanese, il Dottor Mustafa Osman Ismail ha incontrato lo scorso venerdì  il vice ministro del commercio Wang Schoen durante l’esposizione internazionale del commercio e degli investimenti svoltasi a Xiamen Cina. Durante il colloquio a porte chiuse durato varie ore, i rispettivi governi avrebbero stipulato importanti accordi di investimenti nel Sudan. La politica estera di Pechino riguardante i due paesi gemelli sembra agire con la prospettivo di obiettivi comuni considerando i due stati non come distinte entità nazionali ma come un’unica entità nata dalla conquista coloniale britannica. 

 

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