mercoledì, ottobre 24

Sud Sudan: la falsa pace in nome del ‘cheap oil’ Gli accordi firmati il 5 agosto scorso sono contestati dai partiti di opposizione, che accusano le potenze regionali di aver minacciato l’intervento militare in caso la pace non fosse stata firmata

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Domenica 5 agosto, a Khartoum, i due responsabili dell’orrenda guerra civile in Sud Sudan, il Presidente Salva Kiir e l’ex Vice Presidente Rieck Machar, hanno firmato gli accordi di pace,dopo una lungo e travagliato lavoro diplomatico condotto dai Presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni e sudanese Omar El Bashir.

Gli accordi scaturiti a Khartoum (la capitale del Sudan), riconfermati ad Entebbe (Uganda), grazie all’uso di minacce,  riportano il Sud Sudan alla situazione politica precedente la guerra. Salva Kiir rimane Presidente e Rieck Machar ritorna a ricoprire il ruolo di Vice Presidente. Il Paese verrà diviso in tre grandi regioni federali. L’obiettivo di questa pace è quello di riesumare la produzione di petrolio, collassata a grande vantaggio dI Sudan, Uganda e Paesi occidentali e asiatici. I proventi verranno spartiti egualmente tra i vari Signori della Guerra. Vaghi gli accenni a libere elezioni. Totalmente assenti i piani di ricostruzione del Paese devastato da quasi cinque anni di guerra civile. Totale amnistia per i crimini contro l’umanità assicurata al fine di permettere la firma della pace.

Oltre a Kiir e Machar, gli accordi sono stati firmati da Gabriel Changson, leader del  secondo gruppo di opposizione, il South Sudan Opposition Alliance (SSOA), da Joseph Okello, leader della piattaforma di opposizione OPP Other Opposition Parties, e da Deng Alor, leader del Sudan People Liberation MovementFormer Detainees (SPLM-FD -Movimento del Sudan per la Liberazione del Popolo – Ex Detenuti).
Alla firma erano presenti tutti le potenze africane coinvolte direttamente o indirettamente nella guerra civile: i Presidenti Museveni, El-Bashir, il keniano Uhuru Kenyatta, il Presidente del Gibuti Ismail Omar Guelleh, il Primo Ministro somalo Hassan Ali Kheire e il Vice Primo Ministro etiope Dmeke Mekonnen. Museveni e El-Bashir hanno firmato gli accordi di pace come garanti. Alla cerimonia erano presenti anche rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana.

Il Presidente sundanese El-Bashir ha annunciato che questa settimana si svolgeranno altri incontri tra le parti per finalizzare gli ultimi dettagli della pace: nomine nel Governo provvisorio, smobilitazione delle milizie ed eserciti. Queste discussioni si svolgeranno a Khartoum e non a Nairobi, in quanto il Presidente sudanese vuole essere sicuro che il processo di pace venga completato. Una sicurezza ottenuta da minacce dirette ai belligeranti in quanto per il Sudan è vitale che la produzione di greggio riprenda. L’unica via per l’esportazione è l’oleodotto che arriva a Port Sudan. Anche se mai confermati, insistenti sono stati i rumors di minacce di intervento militare da parte dell’Uganda, Kenya, Etiopia e Sudan qualora i belligeranti non avessero firmato gli accordi di pace. Un intervento teso ad abbattere i leader di questa pazza guerra civile per imporre una rapida fine del conflitto. L’Unione Africana e le Nazioni Unite monitoreranno l’applicazione degli accordi di pace. Grande la soddisfazione di Stati Uniti, Unione Europea e Cina.

El-Bahir e Museveni sono stati i padrini dell’accordo e non hanno esitato a utilizzare l’intimidazione e le minacce rivolte ai leader dell’opposizione recalcitranti a firmare. Questo è quanto accusano vari leader della SSOA «Il personale sudanese addetto alla sicurezza ha minacciato i vari leader politici perché firmassero l’accordo che prevede un assurdo federalismo basato sulla suddivisione dei Stati e l’organizzazione di un non chiaro referendum sul futuro assetto amministrativo del Paese», recita un comunicato firmato da alcuni dissidente del SSOA.

Come reazione a questo accordo, siglato sotto minaccia, i partiti di opposizione PMD    (People Democratic Movement), e NAS (National Salvation Front) hanno rifiutato la pace di Khartoum definendolafake’ (falsa). Hakin Dario, leader del PMD, ha affermato che il sistema federale provvisorio è stato ideato da Museveni e El-Bashir per meglio controllare le rispettive zone di influenza e la produzione petrolifera.
Il sistema federale ha riesumato la situazione del gennaio 1956, quando il Sud Sudan era diviso in tre grandi regioni: Upper Nile, Equatoria e Bahr al-Ghazal. «I leader della piattaforma politica SSOA presenti alla riunione a Khartoum non avevano il mandato di firmare un accordo di pace con simili contenuti in nome di tutti i partiti che compongono questa piattaforma» , ha detto Hakin Dario ai media regionali.

«L’accordo di pace di Khartoum è stato firmato dietro pressioni e minacce. È evidente la priorità di spartirsi il potere senza risolvere le radici della crisi politica che ha portato alla guerra civile attraverso un falso federalismo che non può garantire una reale pace», ha denunciato Thomas Cirillo Swaka, leader del NAS, condannando l’accordo forzato ideato dalle potenze regionali con l’unico obiettivo di assicurarsi il controllo della produzione petrolifera. Una produzione che non interessa solo al Sudan, ma all’Uganda che tenta di recuperare i milioni di dollari spesi nell’avventura militare al fianco del Presidente Salva Kiir, all’Etiopia e Kenya allettati di ottenere ‘cheap oil’ (petrolio a basso prezzo). 

Al momento attuale non si riesce a capire se le condanne e il rifiuto di firmare gli accordi di pace da parte del PMD e NAS possa influire sulla ripresa del conflitto, in quanto non si conosce chiaramente la loro influenza sulle varie milizie presenti nel Paese. Nessuno si azzarda in pronostici sulla tenuta degli accordi. Dal primo accordo di pace (agosto 2015) ad oggi ogni cessate il fuoco è durato meno di una settimana.

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