sabato, Ottobre 23

Sud Sudan: gli USA adottano la strategia ugandese 40

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Kampala –  La guerra civile che dal 15 dicembre 2013 sta consumando la più giovane nazione africana è caratterizzata dal coinvolgimento di vari attori regionali ed internazionali: Kenya, Etiopia, Sudan, Uganda, Cina e Stati Uniti. Il fallimento dei vari tentativi di pace e delle due tregue firmate ma non rispettate sono frutto di una politica non tesa a garantire la pace nel Paese ma a difendere i rispettivi interessi economici e influenze che obbligatoriamente ruotano sui giacimenti di idrocarburi di cui riserve rendono il Paese il quarto produttore petrolifero dell’Africa Sub Sahariana. La longevità preventivata di queste riserve sarebbe di 30 anni prima che i giacimenti raggiungano profondità considerate non piú convenienti. In questi otto mesi abbiamo assistito al delinearsi di tre distinte fazioni. La prima a favore del presidente Salva Kiir (Uganda e Cina), la seconda in supporto al leader ribelle Riek Machar (Etiopia, Stati Uniti e Sudan). La terza fazione rappresentata dal Kenya tenta di promuovere una soluzione neutra attraverso la creazione di un governo di unità nazionale inclusivo di tutte le realtà politiche sud sudanesi in cui non vi sarebbe spazio per i due principali attori del dramma: Kiir e Machar.  

La concorrenza tra le tre fazioni internazionali è stata individuata come il principale fattore dei mancati accordi di pace e del prolungamento della guerra civile. L’Uganda è stata l’unica nazione ad impegnarsi militarmente nel conflitto sostenendo l’attuale governo. L’intervento del UPDF (esercito ugandese) è stato l’unico fattore che ha impedito alla ribellione di Riek Machar di ottenere una rapida vittoria. Partendo da questo constato l’Amministrazione Obama ha fino ad ora preteso il ritiro delle truppe ugandesi dal Sud Sudan e la loro sostituzione con un contingente misto africano finanziato dalle Nazioni Unite e sotto la responsabilità del Intergovernmental Authority on Development (Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo – IGAD). Richiesta posta da Riek Machar come condizione per la pace e la formazione del governo di unità nazionale. Il Presidente Salva Kiir, pur essendo riuscito a sopravvivere in questo periodo bellico grazie al supporto del UPDF e ai finanziamenti in armi della Cina, ha perso di credibilità interna ed estera, creando un isolamento politico e diplomatico che sembrava dover decretare la sua imminente capitolazione.

Lontano dai riflettori dei media dal luglio scorso l’Amministrazione Obama ha attutato un radicale cambiamento strategico verso il Sud Sudan che ha portato all’abbandono della ribellione e alla scelta di allinearsi alla strategia ugandese di supporto al presidente Kiir. Questo cambiamento strategico è stato mantenuto segreto fino al summit USA-AFRICA dove la nuova politica americana per il Sud Sudan è stata pubblicamente annunciata riservando una amara sorpresa per l’ex vice presidente Riek Machar. «È  nostro parere che gli accordi di pace stanno fallendo causa l’intransigenza della ribellione e la decisione di riaprire le ostilità che violano palesemente la tregua firmata lo scorso maggio. Questa realtà deve essere accettata dal ex vice presidente Riek Machar affinché possa crearsi una genuina intenzione tra le parti coinvolte di risolvere questo conflitto», ha dichiarato il Segretario di Stato John Kerry durante un meeting con il presidente keniota Uhuru Kenyatta, svoltosi a lato del summit di Washington.

Questa inaspettata affermazione rappresenta la punta dell’iceberg del radicale cambiamento strategico americano al fine di meglio tutelare i propri interessi petroliferi nella regione. Totalmente scomparse le pressioni della Casa Bianca affinché l’esercito ugandese si ritiri dal teatro di guerra. Al contrario ora  l’intervento militare ugandese è  ora considerato un fattore positivo capace di ibernare il conflitto su posizioni di trincea evitando pulizie etniche di massa. La presenza del UPDF in Sud Sudan potrebbe essere inserita all’interno della forza di pace africana del IGAD, non ancora stanziata sul terreno. Gli Stati Uniti si sono fatti promotori della proposta del IGAD di applicare pesanti sanzioni contro la ribellione e i suoi leader, primo tra tutti il Dr. Machar. John Kerry, riservando una calorosa accoglienza al presidente Kiir durante il summit di Washington, ha voluto evidenziare il nuovo corso americano. La mancanza assoluta di critiche ed accuse al governo di Juba anche sul fronte delle violazioni dei diritti umani, il riconoscimento della legittimità del presidente Kiir e l’opposizione a qualsiasi tentativo di escluderlo dal futuro governo di unità nazionale chiariscono senza ombre di dubbi la nuova linea adottata da Washington.

L’interrotta alleanza americana sta creando enormi difficoltà alla ribellione che rischia ora di essere delegittimata ed imputata come principale ostacolo per la pace in Sud Sudan offuscando le pesanti responsabilità condivise da Kiir e Machar e creando la pericolosa distinzione tra Bad e Goog Guys. La prevedibile reazione della ribellione si è indirizzata verso l’accusa del perduto alleato. Secondo il Dr. Machar gli Stati Uniti sarebbero totalmente disinformati sulla reale situazione del Paese. Una disinformazione che avrebbe portato a sostenere posizioni totalmente inopportune e sbagliate quali la mancata condanna  verso il governo di Juba per aver violato le tregue firmate in gennaio e maggio 2014 e le pulizie etniche contro i Nuer. I negoziati di pace di Addis Abeba sono nuovamente falliti causa l’intransigenza della ribellione di rifiutare la proposta del governo di unità nazionale. Al suo posto è stata proposta la creazione di un governo federale dove la società civile e i vari partiti di opposizione non siano diretti attori ma relegati al ruolo di consiglieri. La proposta federale del Dr. Machar tende ad assicurare alla ribellione la legittimità della amministrazione dei territori in suo controllo, prevalentemente nelle zone petrolifere.

Il riallineamento americano ha vanificato gli sforzi di Riek Machar di avvicinarsi al governo ugandese per convincerlo ad una posizione neutrale in cambio di promesse di partenariato sulla produzione petrolifera una volta giunto al potere. Il governo americano si è allineato ad altri attori stranieri nell’offrire una legittimità giuridica sulla revisione dei contratti petroliferi decisa dal governo di Juba che ha promesso licenze  a nuove ma non specificate multinazionali per quanto riguarda i giacimenti petroliferi B1, B2 e B3 ubicati in Jonglei e Lakes States, il primo sotto controllo della ribellione. «La revisione dei contratti petroliferi attuata da un governo sospettato di gravi violazioni dei diritti umani rappresenterà una inaspettata opportunità per multinazionali fino ad ora escluse dal mercato petrolifero sud sudanese in maggioranza controllato dalla Cina. Purtroppo questo si tradurrà in nuova linfa finanziaria per la continuazione del conflitto», denuncia la Ong indipendente Global Witness specializzata nelle indagini sul nesso tra risorse naturali e conflitti mondiali.

Global Witness propone di fermare le nuove licenze per esplorazioni e produzione petrolifera al fine di favorire la soluzione pacifica del conflitto. Una proposta che sembra destinata a rimanere inascoltata. «Le nuove multinazionali si dovranno immediatamente confrontare con seri problemi di sicurezza essendo la maggioranza dei giacimenti petroliferi ubicati nei Stati disputati tra governo e ribellione. Saranno costrette a ricorrere all’utilizzo di forze mercenarie e compagnie di sicurezza private con pieno mandato difensivo / offensivo. L’entrata in scena di nuovi attori militari o para militari in un conflitto già esasperato dalla presenza di numerose ed incontrollabili milizie non farà che aggravare la guerra civile allontanando ogni possibilità di soluzione pacifica» avverte Global Witness, evidenziando il nocciolo della crisi sud sudanese: lo sfruttamento petrolifero che ha costretto Washington a rivedere le sue alleanze regionali.

«La linea precedentemente adottata dall’Amministrazione Obama era quella di appoggiare Riek Machar per distruggere il monopolio cinese sugli idrocarburi del paese e limitare l’influenza dell’Uganda che si sta progressivamente e aggressivamente imponendo come potenza militare tesa al controllo delle fonti energetiche presenti nella Regione dei Grandi Laghi. Il radicale cambiamento di rotta è stato necessario dinnanzi al constato che la guerra segreta condotta dagli Stati Uniti contro l’Uganda, al momento, non ha alcuna possibilità di attuare un cambiamento di regime come avvenuto in Ucraina o cancellare il paese come entità statale come successo in Afganistan, Iraq e Siria. Il presidente Yoweri Museveni, dolenti o volenti, rimane un attore regionale con cui confrontarsi. In questo cambiamento di alleanze non è chiaro se Washington, tramite mediazione ugandese, abbia raggiunto accordi con Pechino nella pacifica spartizione dell’oro nero sud sudanese» spiega Gilbert Khadiagala professore di politica internazionale presso l’Università della Makerere.

Nell’ultima settimana sono emersi segnali che spingono a presupporre che tale accordo non sia ancora maturato. La scorsa settimana IGAD ha proposto di applicare severe sanzioni contro la ribellione ed un eventuale uso della forza militare qualora il Dr. Machar continuasse la sua opera di boicottaggio della pace e violazione dei diritti umani. La proposta avanzata dal Primo Ministro etiope Hailemariam Desalegn necessita del supporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che attualmente è ostacolato dalle riserve e dubbi espressi da Cina e Russia sulla efficacia di sanzioni mirate ad una sola delle parti in lotta. Il settimanale The East African riporta l’informazione proveniente da fonti diplomatiche che alcuni membri del consiglio di sicurezza tra cui gli Stati Uniti starebbero tentando di convincere IGAD ad applicare le sanzioni indipendentemente dal Consiglio di Sicurezza nella speranza che questo organo sovranazionale sia successivamente costretto a supportarle.

Una delegazione mista del Consiglio di Sicurezza sta programmando una visita in Sud Sudan dove incontrerà i membri della IGAD al fine di discutere comuni strategie. Il riallineamento americano a favore del presidente Salva Kiir, teoricamente dovrebbe offrire al governo di Juba legittimità e supporto finanziario sufficienti per imporre una strategia di pace a lui favorevole o lanciare decisive offensive militari contro la ribellione. Alcuni osservatori regionali sembrano essere di avviso contrario. «La mossa di Washington potrebbe creare una nuova ridefinizione delle alleanze legate alla capacità del Dr. Machar di fornire convincenti assicurazioni ad inaspettati alleati fino ad ora allineati in difesa del governo di Juba, quali la Cina. Si potrebbe assistere ad una alleanza Pechino – Khartoum a favore della ribellione che agirebbe come forza di bilanciamento dell’iniziativa americana, assicurando la capacità della ribellione di continuare il conflitto», osserva la giornalista Barbara Among.

Secondo l’analista politico Fred Olouch alla ribellione rimarrebbe l’opzione di lanciare offensive militari su vasta scala per aumentare i territori sotto il suo controllo, rendere impraticabile la soluzione di governo di unità nazionale e imporre una soluzione federale dove ogni uno dei due contendenti parteciperebbe alla gestione del Paese forte delle sue posizioni territoriali difese dalle due fazioni dell’esercito sud sudanese Sudan People’s Liberation Army. Le varie opinioni espresse convergono su un punto: la soluzione del conflitto sud sudanese si sta allontanando. Al suo posto si intravvede una nuova escalation militare che creerà nuove distruzioni, lutti e rifugiati, minando seriamente ogni possibilità di ripresa economica a medio termine. La fazione vincente si troverebbe a gestire un Paese distrutto dalla guerra, a svendere le riserve petrolifere per rimborsare il supporto degli alleati e a confrontarsi continuamente con la parte avversa sconfitta in quanto in questo scenario la pace non sarebbe assicurata da un consenso nazionale ma da una vittoria della etnia Dinka o Nuer.

Come in altri scenari di guerra mondiali anche in Sud Sudan l’Amministrazione Obama dimostra la mancanza di una visione a lungo termine capace di creare stabilità e liberare le forze produttive che sono alla base della teoria americana del libero mercato. Da Tripoli a Juba i continui e repentini riallineamenti della politica estera americana aggravano i conflitti in corso. Si ha la netta sensazione che gli Stati Uniti stiano sperimentando varie politiche al fine di individuare la migliore per la difesa dei suoi interessi economici che sono da sempre abilmente legati al concetto di difesa nazionale. Purtroppo questa sperimentazione apporta lutti e violenze inaudite da Bengasi a Bor.

 

 

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