domenica, Giugno 13

Sud America, il paradiso della disuguaglianza La ‘disuguaglianza’ che continua a crescere dall'Argentina al Cile al Brasile

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Buenos Aires – I Paesi sudamericani, se considerati attraverso i loro cicli politici, mostrano percorsi quasi identici, anche nelle loro sfumature logiche. Quella che alcuni chiamano la fase di formazione del populismo degli anni Quaranta, ha la responsabilità di aver segnato la storia futura in maniera indelebile e, in alcuni casi, quali ad esempio il peronismo (in Argentina) o il Partito Colorado in Paraguay, in forma perenne.

Del periodo delle dittature militari negli anni ’60 e ’70, sono rimaste grandi cicatrici e alcune ferite aperte. Mentre il neoliberalismo di Alberto Fujimori, Carlos Menem e Gonzalo Sánchez de Lozada,  è sfociato in un progressismo pienamente riuscito nel suo intento di svalutare le parole.

Infatti, per logica,  il terminedisuguaglianza’ dovrebbe ricoprire un ruolo di importanza pari a quello del termine ‘ascensore sociale’, lo stesso che ha permesso a diversi presidenti, nel corso degli anni, di ottenere rielezioni ‘incrociate’. Tuttavia non è così: ladisuguaglianzacontinua a crescere sia in Cile, che in Argentina, che in Brasile, indipendentemente dall’orientamento e dal colore politico dei governi. La povertà è ancora lì, con buona pace dei sociologi e degli economisti che, sistematicamente, continuano a eluderla nei loro rapporti e saggi, tendendo a giustidicarla come fenomeno necessario nel percorso verso il raggiungimento dell’obiettivo.

In Brasile, sia Luiz Inacio Lula Da Silva, che l’attuale Presidente, Dilma Rousseff, continuano a ripetere che, durante le loro amministrazioni, oltre 30 milioni di persone hanno potuto integrarsi alla classe media del Paese, ma il numero di persone che resta nella fascia di povertà ammonta ancora ad oltre cento milioni di abitanti e questo rende il Brasile uno dei paradisi della disuguaglianza sociale nel mondo.

In Cile, Michelle Bachelet, è tornata al potere poco meno di due mesi fa, promettendo di ridurre il divario sociale che i venti anni di Governo di coalizione ed i quattro di Governo di destra non hanno potuto o voluto raggiungere. E qui, in Argentina, dove il Presidente Cristina Fernández de Kirchner, ha riempito con ore e ore di video ‘Youtube’, pubblicando le sue diatribe contro Menem, negli anni ’90, e poi il suo modello produttivo ‘a matrice diversificata’, le cose non sono cambiate nel corso dell’ultimo quarto di secolo, se non per quanto riguarda i nomi ed il significato delle parole, che oggi ascoltiamo e che, vale la pena ripetere, son state svalutate.

L’Argentina viene da 12 anni (tre mandati presidenziali) di ‘Kirshenismo’ durante i quali ha vissuto uno dei suoi più virtuosi momenti economici dal primo periodo del peronismo (II guerra mondiale). Sono stati nove anni (2002-2012) di crescita superiore al 5 % del PIL, ma il 32% della popolazione economicamente attiva (indice PEA) resta in condizioni di povertà e, il 10,5%, in condizioni di estrema povertà. I dati provengono dagli studi di vari economisti ed Università del Paese, ma, poiché l’Istituto di Statistica e Censimenti (INDEC – Estadísticas y Censos) è stato travolto dagli scandali nel 2008,  da allora è cessata la fornitura di dati attendibili.

Questi numeri non sono migliori o peggiori di quelli lasciati dall’Amministrazione Menem alla fine del ventesimo secolo. Sono uguali. Allora la disoccupazione aveva raggiunto un aumento in termini reali del 19 per cento. Oggi il Governo sostiene che il tasso di disoccupazione sia del 7%, ma si lascian fuori dalle statistiche coloro che ricevono sussidi di disoccupazione. L’ammontare dei sussidiati, calcolati come lavoratori dipendenti nelle statistiche ufficiali, secondo alcuni studi rappresenta un universo di 14 o 15 punti percentuali del PEA.

Durante il menemismo  si privatizzarono le compagnie petrolifere, come YPF, con Kirchner si è deciso di nazionalizzarle, a un costo, però, altissimo, se si considera il prezzo irrisorio pagato dalla compagnia spagnola Repsol al tempo dell’acquisizione.
Sarebbe ridondante, poi, parlare delle fughe di capitali, del calo gli investimenti esteri, della crisi energetica che negli anni ha scatenato la crescita delle violenze, del crollo verticale del livello della pubblica istruzione e dell’aumento di protagonisti di rilievo nel narcotraffico.

Così, la povertà e l’impoverimento, nel corso dei decenni, sono divenute un tratto di riconoscimento tipico del Sud America. Negli ultimi anni, inoltre, il Sud America è stato trasformato in un territorio costruito con ilmaterialepiù nobile che la regione possa offrire: la rassegnazione.

La ‘generazione povertà’ è apparsa, e persiste, nonostante il retrocedere della crisi economica, ed il sigillo del progressismo è divenuto il ‘marchio di fabbrica’ regionale. Quasi come se il progressismo fosse l’unica strategia che le generazioni politiche attuali siano in grado di adottare.

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SudAméricaHoy (SAH) è una delle maggiori centrali informative a sud del Golfo del Messico con base a Buenos Aires focalizzata sui 10 maggiori Paesi del subcontinente.
Sudamérica y los paraísos de la desigualdad’ di Josè Valès è pubblicato in esclusiva per l’Italia da ‘L’Indro’, tradotto dal curatore delle relazioni internazionali con i media Maurizio Porcu.

 

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