lunedì, Ottobre 18

Sud Africa: la rinascita della sinistra field_506ffbaa4a8d4

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Il Sud Africa è generalmente considerato un caso di transizione democratica di successo, una “nazione arcobaleno” nella quale la caduta del regime dell’apartheid è stata accompagnata dalla creazione di una repubblica democratica che dal 1994 ha avuto elezioni pacifiche ed è stata in grado di migliorare le condizioni di vita di milioni di cittadini sudafricani attraverso programmi di investimento in infrastrutture abitative, idriche, elettriche ed igienico-sanitarie.

Tuttavia, il Sud Africa resta uno dei paesi con il più elevato tasso di disuguaglianza al mondo (il coefficiente di Gini, che misura la diseguaglianza attribuendo agli stati un valore da 0 a 1, è di 0,63 ed è cresciuto rispetto agli anni 90). “L’8% della popolazione controlla il 90% della ricchezza, mentre il 41% vive sotto la soglia di povertà e la disoccupazione è alle stelle: i dati ufficiali parlano del 25%, ma si stima che il dato della disoccupazione reale sia del 35% con picchi tra i giovani che raggiungono anche il 62%”, spiega Antonio Pezzano, ricercatore presso il Dipartimento Asia Africa e Mediterraneo dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. “Ciò che rende la diseguaglianza economica ancora più esplosiva è il fatto che gran parte delle persone che vivono in condizioni di marginalità appartengono alla popolazione africana, a cui la fine dell’apartheid ha portato benefici molto inferiori alle aspettative dal punto di vista socio-economico”.

Proprio a causa di questa situazione, la tensione sociale è andata crescendo negli ultimi anni, raggiungendo il culmine nell’agosto del 2012 quando 34 minatori sono stati uccisi dalla polizia nel corso delle proteste a Marikana. Inoltre, dopo l’elezione di Zuma nel 2009, il governo dell’African National Congres (ANC) è stato colpito da numerose accuse di corruzione e di appropriazione indebita di denaro pubblico.

Nonostante questo, l’ANC, al potere dal 1994, ha nuovamente ottenuto il 62,2% delle preferenze alle elezioni del 7 maggio 2014 grazie alla sua eredità di partito di liberazione e alle reti clientelari che i suoi esponenti sono stati in grado di mantenere.

Tuttavia, secondo Pezzano, “La perdita di consenso dell’ANC è evidente. L’astensionismo è in aumento dal 2004, ma quest’anno ha raggiunto il 40%: segno che i delusi dell’ANC sono molti, ma che allo stesso tempo non esiste una forza politica alternativa in grado di affermarsi sulla scena nazionale”.

È in questo quadro che si colloca la nascita, in questi ultimi mesi, di una nuova forza politica di sinistra sotto la forte spinta del National Union of Metalworkers of South Africa (NUMSA). Quest’ultimo, federazione sindacale tra le più rappresentative con i suoi 300.000 iscritti, ha radunato ex veterani della lotta di liberazione, attivisti, intellettuali di sinistra e movimenti sociali con l’intenzione di lanciare una nuova forza politica di opposizione. Questa mossa non è piaciuta ai vertici del Congress of South African Trade Unions (COSATU), alleato dell’ANC, che a ottobre ha espulso il NUMSA dalla confederazione sindacale spingendolo ad accelerare sul lancio dell’United Front e ad annunciare una prima assemblea il 13 dicembre.

Nel corso di un incontro all’Università del Witwatersrand di Johannesburg, Dinga Sikwebu, coordinatore dello United Front, ha dichiarato che l’UF sarà una coalizione chemette insieme sindacati, lavoratori e movimenti sociali su questioni concrete, (perché) noi pensiamo che il governo abbia adottato in questi anni una politica contraria agli interessi dei lavoratori e delle persone comuni”.

Il programma dell’UF sembra a prima vista presentare diversi punti di contatto con quello degli Economic Freedom Fighters (EFF), movimento di liberazione economica nato a luglio 2013 da una scissione nella Lega Giovanile dell’ANC sotto la leadership di Julius Malema, che accusa il governo di aver mantenuto la stragrande maggioranza dei cittadini sudafricani in una condizione di apartheid economico. L’EFF ha partecipato alle elezioni di maggio ottenendo risultati interessanti in alcune delle regioni minerarie e portando in parlamento rappresentanti di comunità e intellettuali.

Non bisogna però lasciarsi ingannare dall’apparente somiglianza dei programmi dell’EFF e dell’UF” puntualizza Antonio Pezzano. “L’EFF nasce da una scissione di quadri dirigenti dopo che un leader carismatico e populista aveva messo in discussione la leadership di Zuma. L’utilizzo di una retorica socialista è strumentale: anche Julius Malema è un ‘tenderpreneur’ una figura a cavallo tra l’uomo politico e l’imprenditore con interessi in aziende private. I ‘tenderpreneurs’ si sono arricchiti grazie al Black Economic Empowerment, il programma di redistribuzione della ricchezza avviato dopo la fine dell’apartheid che prevedeva la cessione di quote azionarie delle industrie (soprattutto quelle minerarie) a imprenditori africani. Malema, così come diversi altri ex-dirigenti della Youth League, appartiene a quell’elite che si è arricchita grazie alla propria posizione politica, assicurandosi contratti e appalti pubblici proprio grazie ai legami con l’ANC, salvo poi metterne in discussione la leadership”. Il fatto che il primo congresso dell’EFF si sia tenuto a Mangaung (Free State), dove l’ANC è stato fondato e dove ha tenuto l’ultimo congresso in cui è stata sancita la leadership di Zuma e l’espulsione di Malema sembrerebbe suggerire il tentativo dell’EFF di porsi come erede del partito di liberazione.

La tradizione a cui si richiama l’UF è invece quella dello United Democratic Front, unione di movimenti di lotta di liberazione dal basso che si era formata negli anni 80, e che è stata poi assorbita dall’ANC. “Con l’EFF può esserci una convergenza su alcune battaglie, forse su alcune strategie, ma le due formazioni si richiamano a tradizioni molto diverse”, spiega Pezzano.

Il 13 dicembre il NUMSA ha convocato la primaassemblea del popoloa Johannesburg, ma la partecipazione è stata inferiore alle aspettative (solo 3 dei 7 sindacati che avevano aderito al progetto politico erano presenti) e l’assemblea non sembra aver ancora raggiunto un accordo sulla forma organizzativa da adottare (movimento o partito politico strutturato), né sull’opportunità di partecipare alle elezioni locali previste nel 2016. Inoltre, Zwelinzima Vavi, grande atteso della giornata, non si è fatto vedere. Vavi, segretario generale del COSATU, ha avuto negli ultimi mesi un rapporto travagliato con la confederazione sindacale a causa di una sua presa di posizione contro l’ANC l’anno scorso. Dopo essersi guadagnato una sospensione e una procedura disciplinare interna, è stato reintegrato dopo le elezioni ma la sua posizione resta molto precaria e alla mercé della fazione pro-Zuma del COSATU. Se da un lato il NUMSA sperava in una sua definitiva defezione che avrebbe garantito all’UF un volto pubblico unitario, Vavi non sembra in realtà intenzionato a lasciarsi coinvolgere nella nuova avventura politica.

Per il momento, dunque, lo scenario resta molto aperto e mutevole. Il NUMSA insiste perché l’UF si presenti alle elezioni del 2016, e il 2015 sarà dunque un anno cruciale per la costruzione del consenso (e l’erosione di quello dell’ANC). Resta un punto di domanda sul rapporto tra UF ed EFF: se da un lato le due formazioni potrebbero attingere ad uno stesso serbatoio di voti e un’alleanza potrebbe portare benefici ad entrambe, il fatto che i loro congressi si siano svolti in contemporanea il 13 dicembre sembra collocarli in una posizione di competizione più che di collaborazione.

 

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