martedì, Luglio 27

Stupro di massa in Darfur

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Nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre, nel villaggio di Tabit in Nord Darfur, 200 donne e bambine sono state stuprate da un contingente delle Sudan Armed Forces che aveva accusato gli abitanti del villaggio di aver fatto ‘sparire’ uno dei militari. La notizia è stata rapidamente diffusa da ‘Radio Dabanga’, una radio darfuriana indipendente che trasmette dall’Olanda, ed è rimbalzata sui social network attraverso associazioni e attivisti.

Non è la prima volta che la popolazione civile viene colpita da crimini tanto efferati. Dal 2003 ad oggi, infatti, il Darfur è teatro di un conflitto tra il governo centrale dominato da un’elite araba e diversi movimenti ribelli espressione delle popolazioni africane che abitano l’area, e che ha provocato più di 300.000 vittime e 2 milioni di sfollati. Lo stupro è stato utilizzato spesso come arma di guerra soprattutto dalle milizie filo-governative Janjaweed, guerriglieri a cavallo che seminano terrore tra le comunità africane di agricoltori con l’intento esplicito di annientarle. La novità di quest’ultimo episodio è rappresentata dal fatto che, come ricorda l’analista Eric Reeves dalle pagine del suo blog, è la prima volta che uno stupro di massa viene compiuto da un’unità dell’esercito regolare contro un intero villaggio.

Le autorità politiche e militari sudanesi si sono affrettate a smentire la notizia, sminuendo l’attendibilità di Radio Dabanga e accusandola di diffondere notizie che «danneggiano la reputazione delle donne di Tabit». Allo stesso tempo, però, il governo ha impedito per una intera settimana al team di UNAMID, la missione ibrida di peacekeeping ONU-Unione Africana, di recarsi sul posto. Il 9 novembre, dopo aver finalmente effettuato un sopralluogo ed intervistato alcune persone, UNAMID ha rilasciato un comunicato in cui afferma: «Nessuno degli intervistati ha confermato l’incidente dello stupro il giorno in cui la notizia è stata diffusa dai media. Il team non ha trovato nessuna evidenza né ricevuto informazioni sulla questione». Tuttavia, la missione di verifica è stata accompagnata da personale dell’intelligence militare e da membri dell’esercito regolare e non ha potuto muoversi autonomamente né intervistare le presunte vittime in modo riservato. Alcuni testimoni si sarebbero poi messi nuovamente in contatto con Radio Dabanga in condizioni di anonimato, raccontando il clima profondamente intimidatorio nei confronti della popolazione locale. Sembra che alcune delle interviste condotte dal team di UNAMID siano addirittura state filmate dal personale militare, come dimostra un video di un uomo che risponde alle domande dei peacekeepers pubblicato da Radio Dabanga.

Di fatto, il rapporto del team UNAMID, che conclude il caso dichiarando che quella notte a Tabit non è successo niente, ha lasciato sgomenti non soltanto attivisti e simpatizzanti della causa darfuriana, ma anche diversi membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che già all’inizio di quest’anno avevano approvato una risoluzione in cui si invitava la missione ad assumere un ruolo più incisivo nella prevenzione della violenza contro i civili, e il governo di Khartoum ad una maggiore collaborazione. Dopo alcuni giorni di polemiche, il 17 novembre, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, ha dichiarato di essere «profondamente allarmato» dalla persistenza delle notizie sullo stupro di massa a Tabit, affermando la necessità di indagini indipendenti.

Al di là dei gravissimi fatti di Tabit, la vicenda sembra aver riportato a galla una polemica di lunga data sulla neutralità della missione di peacekeeping e sulla sua effettiva capacità di adempiere al proprio mandato. Primo esempio di missione ibrida dell’ONU e dell’Unione Africana, UNAMID è stata creata nel 2007 con un mandato che viene rinnovato ogni anno e che le attribuisce, tra l’altro, la responsabilità della protezione dei civili. Fin dalla sua creazione la missione è stata più volte criticata per la sua inefficacia ed eccessiva condiscendenza verso il regime di Khartoum. Sebbene i rapporti tra quest’ultimo e la missione siano regolati da un accordo stipulato nel 2008, lo Status of Forces Agreement, che riconosce piena libertà di movimento ai membri della missione, in molte occasioni il governo Sudanese ha impedito alle pattuglie di UNAMID di svolgere il proprio lavoro senza che i vertici di quest’ultima opponessero particolare resistenza.

In realtà, spiega Valentina Grado, docente di Diritto Internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, le debolezze e l’inefficacia di UNAMID costituiscono un minimo comune denominatore di quasi tutte le missioni di peacekeeping di ultima generazione, dette multifunzionali robuste perché includono nei propri mandati una serie di funzioni, alcune delle quali implicano l’uso della forza. Il problema, spiega la prof.ssa Grado, è che spesso il mandato di queste missioni è poco chiaro, troppo ambizioso rispetto alle risorse messe a disposizione e anche rispetto alla capacità di azione e coordinamento di contingenti militari provenienti ormai unicamente da paesi in via di sviluppo.

Le missioni ibride di peacekeeping con l’Unione Africana, d’altra parte, potrebbero presentare anche criticità di tipo più politico, legate alle strutture di comando congiunte in cui possono essere coinvolti contingenti provenienti da Paesi della regione non totalmente neutrali rispetto al conflitto in corso. È proprio quello che sostiene A., attivista darfuriano della diaspora, che sottolinea come l’Unione Africana non abbia mai preso posizione contro il regime di Omar el-Bashir, e come molti stati africani non siano affatto interessati a una sua caduta. Bashir è arrivato al potere nel 1989 con un colpo di stato e nel 2009 è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale per crimi di guerra e contro l’umanità nel corso dei conflitto in Darfur.

A fronte di problemi strutturali nelle operazioni di peacekeeping, proprio il 31 ottobre Ban Ki Moon ha annunciato la creazione di un Panel Indipendente di Alto livello composto da 14 esperti internazionali che dovrebbero condurre uno studio approfondito delle missioni in corso ed elaborare strategie che rivedano le funzioni e la struttura delle operazioni, affinché queste missioni siano meglio preparate ad affrontare scenari di conflitti sempre più complessi.

Intanto, però, il report pubblicato da UNAMID segna, secondo l’attivista, “il fallimento della comunità internazionale in Darfur”. Le conclusioni a cui è arrivato il team di verifica sembrano in effetti assecondare il tentativo del governo di mettere a tacere la questione il più in fretta possibile. Dopo aver velatamente minacciato UNAMID di prendere provvedimenti per il modo in cui il sopralluogo è stato condotto e le informazioni gestite, il Sottosegretario al Ministero degli Esteri sudanese, Abdallah al-Azraq si è dichiarato sorpreso dalla nuova richiesta di accesso a Tabit che il capo della missione ha presentato al governo in seguito alla dichiarazione di Ban Ki Moon. Al-Azraq ha dichiarato: «La missione ha già indagato sulle accuse e confermato che non ci sono stati casi di strupro. Il Sudan è scettico sui motivi dell’insistenza della missione per recarsi a Tabit una seconda volta». Nel frattempo, la polizia sudanese ha arrestato 26 uomini del villaggio con l’accusa di aver diffuso la notizia dello stupro: una punizione piuttosto severa per una comunità vittima di un fatto che non è mai accaduto.

 

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