mercoledì, Settembre 22

Strapaese e stracittà Gli echi della polemica novecentesca ancora senza punti di equilibrio

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Le certezze e sicurezze, che hanno accompagnato le generazioni precedenti alle nostre, stanno esaurendosi tutte.  Il detto popolare, abitualmente scambiato tra comari “Signora mia, non ci sono più le mezze stagioni di una volta”,come chiunque di noi può constatare, trova riscontro, in un Luglio, come quello di quest’anno, la cui narrazione, potrebbe essere tranquillamente inserita in un numero della collana “Urania” di Fantascienza.

Per quanto riguarda le “certezze politiche”, stendiamo un velo pietoso. Non si capisce più niente e oramai da lungo tempo. Non parlo di squisite differenziazioni, fatte le quali ad esempio, grosso modo e sottolineo “grosso”, il cittadino possa identificare una Destra e una Sinistra,  se proprio ci scappa anche un Centro e operare le proprie scelte conseguenti a questo dato. Sarebbe già qualcosa. Qui siamo al punto che non si sa bene più chi sta con chi e soprattutto per fare cosa. Lo strombettato almanacco delle “Riforme” mi sembra tanto la raccolta delle figurine Panini dei calciatori, che facevano i bambini della mia generazione. La Riforma del Senato ce l’ho,  mi manca la riforma elettorale, pare che un mio amico abbia la figurina della riforma fiscale, se gli do quella della riforma delle province e quella dell’articolo 18, me la da, così finisco l’album. Non credo che i ragionamenti dei” costruttori di futuro del momento” si discostino molto da queste considerazioni. D’altronde, queste/i  quarantenni sono giustamente eredi della politica alla Nutella. Bene che vada, ne rimarrà qualche fetta di pane sapientemente spalmata con la tanto amata prelibatezza. Quello che sono capaci di combinare questi “capiscioni”, va oltre ogni immaginazione.  Basti pensare al divieto (per ora non sanzionato) di effettuare pagamenti in contanti oltre la somma di trenta euro. Tutto ciò mentre fasce sempre più ampie di popolazione debbono confrontarsi con la necessità di riuscire a mantenere livelli di vita minimamente dignitosi.

Passiamo oltre e anche a passo svelto. Un  caro amico, nonché, costante lettore dei miei articoli sull’Indro,oltre a generosi commenti favorevoli (non per niente è un amico), ha fatto un’osservazione che mi ha colpito, riferendosi all’articolo “Il niente del tutto” , il precedente a questo.  Il taglio dato al medesimo, a suo avviso, era un poco “crepuscolare”. Penso che dicendo ciò intendesse che certe mie prese di posizione sul dilagare della tecnologia,  dell’informatica e della finanza nella nostra vita, non siano illuminate da grandi bagliori di speranza rispetto ad esse. Non so dire onestamente se questo atteggiamento sia “crepuscolare”, forse vi è qualche venatura ma il mio proposito è quello di essere vigile e attento a sottolineare ciò che accade in questi settori, i quali mai come ora hanno tutte le potenzialità per fagocitarci e annullarci nella loro già ben disposta rete tentacolare. 

Tento di destare reazioni, per lo meno di riflessione, nei confronti di un mondo organizzato per imporci  di guardare, sempre e comunque, solo il dito e non la luna. Le grandi invenzioni hanno sempre destato sospetti, rifiuti e ostracismi e questo non tanto per il nuovo metodo o oggetto in se, ma per il timore, spesso fondato, di cosa di esso si possa fare. La parabola esistenziale di Nobel in tal senso è da manuale. Come noto, costruì la sua fortuna con la dinamite, trovando la maniera di metterla in sicurezza durante la manipolazione e il trasporto. L’uso che venne fatto di questa sua invenzione lo indusse, come sappiamo, a istituire l’universalmente noto premio che reca il suo nome. Da due tre secoli, l’incedere dei progressi tecnici in senso lato, sono stati determinanti nel forgiare la vita di tutti noi come è oggi. Con indiscutibili miglioramenti, geniali intuizioni di soluzioni di bisogni talvolta primari. E tutto ciò, è dato pacificamente condiviso e acquisito da tutti. L’apprezzamento generale, a mio modo di vedere, entra in crisi quando si viene a confondere un’invenzione , come un “valore in se” invece che per un “fatto”. Questo a mio modesto avviso, è il punto cruciale di presa di distanza costantemente espressa da larghe fette di opinione pubblica, di fronte agli scossoni della modernità. Non voglio arrivare a discettare di temi cruciali di messa in discussione della vita, per i quali non si è potuto fare a meno di istituire una commissione sulla Bioetica, ma di modello di sviluppo in se. E da qui non si può prescindere da prese di posizione “valoriali”,anche se malamente vestite  da casacche ideologiche e politiche. Gli strenui avanzamenti della tecnologia, anche nelle più minute faccende della nostra vita, la cosiddetta “era del digitale”, creano nella coscienza comune, fondata su gli antichi saperi dell’esperienza, dei notevoli contraccolpi.

Nostalgia di aspetti dell”era della manualità”, quindi il rapporto diretto dell’uomo con il suo fare, da qui la paura di perdere saperi dell’artigianato, o delle cure agricole, inondate dai pesticidi di una certa modernità. Si vengono a fronteggiare di fatto, visioni del mondo alternative. La cosa curiosa da rilevare, è che in questo non c’è nulla di nuovo. Basta andare a ripescare, fatte le dovute proporzioni e i contesti specifici storico politici, una polemica che infiammò gli anni Trenta del secolo scorso in Italia. All’epoca, sulla scorta di esperienze del primo Novecento, quali quelle di Papini e Prezzolini, Il Leonardo, Lacerba (che prese manifeste posizioni interventiste contro i neutralisti),  La Voce, le riviste culturali diventavano l’agone dove misurare le differenti opinioni

Cosa che accadde anche nella polemica passata ai giorni nostri come il confronto di veri e propri progetti esistenziali alternativi prospettati dai sostenitori di Strapaese e quelli di Stracittà. Capofila della caustica polemica, per quanto riguardava i sostenitori di Strapaese, era Mino Maccari dalle colonne del suo “Il selvaggio”. Il torinese Massimo Bontempelli e i suoi collaboratori replicavano a tono dalle colonne di “Novecento”quali sostenitori di Stracittà. Coloro i quali aderivano alle posizioni di Maccari e dei suoi,individuavano nei ritmi, nelle consuetudini,e nei “valori della terra” per dirla in sintesi, la stella cometa da seguire, per lo sviluppo armonico e solidale della comunità. I “novecentisti” al contrario erano portatori dell’alfabeto della modernità, dalla urbanizzazione delle città, della tecnologia, nell’apertura in tutti i campi a relazioni internazionali. Argomenti che,  fatte le dovute tare, ritroviamo nell’era digitale ad esempio con “il villaggio globale”. I forse inconsapevoli “selvaggi” di oggi, vagheggiano un  ritorno alla natura, cercano quasi ossessivamente  cibi genuini, penso ad esempio al fenomeno di prodotti alimentari a chilometri zero. Il costante risorgere di questioni di tal genere denunciano un’insufficienza complessiva della tecnologia (per intenderci) nel dare risposte alla complessità di bisogni dell’essere umano. Inseguire acriticamente questi tote, determina solo inconsapevolezze. Mi rendo conto che chiunque inviti a riflessioni sul modello di sviluppo trionfante, facilmente lo si fa diventare il reazionario di turno o, per l’appunto  “selvaggio”, senza neanche essere “buono”.

Nel mio “crepuscolarismo”, come dice il mio amico, provo ancora emozioni sideralmente distanti, tra l’accendere il computer, e l’accendere la legna del camino. Ci avete mai provato? Il crepuscolo, però, è anche quel momento magico, come l’alba,in cui si fondono in una struggente armonia i due opposti  del giorno e della notte. Forse è solo un problema di umiltà, e di trovare un equilibrato punto di sintesi al di fuori di equivoche frettolose apologie. E’ chiedere troppo?

 

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