venerdì, Maggio 7

Stragi, carte svelate e carte blindate Il governo declassifica migliaia di atti, ma si osserva ancora la presenza di archivi inaccessibili

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 PIAZZA FONTANA: A MILANO COMMEMORAZIONE DELLA STRAGE

L’Archivio centrale: la memoria dello Stato. Lì, a Roma, sono conservati quasi 110 chilometri di documentazione; sono gli atti prodotti dagli organi centrali (Presidenza del Consiglio, ministeri e organi giudiziari e consultivi) e gli archivi ricevuti da privati ed enti pubblici. In quel mare nei prossimi mesi saranno versati i documenti relativi a otto stragi degli Anni di Piombo, declassificati il 22 aprile dal presidente del Consiglio Matteo Renzi anche su sollecitazione del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, che vigila sui servizi segreti. La direttiva di Renzi rimuove dagli atti le classifiche di segretezza (riservato, riservatissimo, segreto, segretissimo); ne permette così la libera consultazione in anticipo rispetto al limite minimo di 40 anni previsto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio, che in certi casi restringe l’accesso ai documenti negli archivi pubblici (articolo 122). In precedenza quegli atti erano consultabili solo dai magistrati dei relativi processi, dalle commissioni parlamentari d’inchiesta e da quanti ottenevano l’autorizzazione. «Non dobbiamo aspettarci notizie sensazionali» perché già oggetto d’indagine, ha detto il direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), Giampiero Massolo, ma quelle migliaia di carte contribuiranno a una ricostruzione più compiuta e a una conoscenza diretta dei fatti.

Ora, dunque, tutti potranno accedere ai documenti processuali e d’indagine in possesso delle amministrazioni pubbliche -dai ministeri ai servizi segreti- riguardanti le stragi di piazza Fontana a Milano (1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), questura di Milano (1973), piazza della Loggia a Brescia (1974), treno Italicus (1974), Ustica (1980), stazione di Bologna (1980) e Rapido 904 (1984). Essendo azioni eversive, i relativi atti non erano coperti dal segreto di Stato, in conformità alla legge di riforma dei servizi segreti del 2007 (articolo 39) e prima ancora alla legge 801 del 1977 (articolo 12). Il versamento dei documenti sarà in ordine, dal più antico al più recente. Richiederà alcuni mesi e se ne occuperà una commissione i cui membri saranno nominati dalla Presidenza del Consiglio e dall’Archivio di Stato, ha spiegato il sottosegretario con delega alla sicurezza della Repubblica, Marco Minniti, in un’intervista. In quanto alla consultazione, le uniche limitazioni, ha aggiunto, riguarderanno la necessità di salvaguardare l’incolumità di fonti ancora da proteggere e il trasferimento d’informazioni da servizi esteri.

La declassificazione è “un dovere” verso i cittadini e i familiari delle vittime, ha detto Renzi, per il quale trasparenza e apertura sono “punti qualificanti” dell’azione del suo governo. Minniti ha precisato che l’iniziativa «non vuole avere un impatto sulla verità giudiziaria, visto che i procedimenti sono tutti conclusi, ma può servire a una ricostruzione della verità storico-politica», ed è un’attività di trasparenza che «tenteremo di seguire per tutti quanti gli eventi che hanno a che fare con la storia del nostro Paese». Entro la prima settimana di maggio dovrebbero essere declassificati gli atti relativi al caso Ilaria Alpi (la giornalista uccisa in Somalia nel 1994 con l’operatore Miran Hrovatin), come chiesto dalla presidente della Camera, Laura Boldrini, ed entro la fine dello stesso mese i documenti sul caso Moro, essendo trascorso il limite di segretezza di 30 anni.

Anche il Parlamento deve fare la sua parte, ha detto il presidente del Senato, Pietro Grasso, che considera importante la decisione del governo e ha ribadito la necessità d’istituire una Commissione d’inchiesta su tutte le stragi irrisolte in Italia, mafiose e terroristiche, con il compito di rendere pubblici i documenti delle Commissioni passate e continuare il lavoro d’inchiesta. Intanto è in Commissione giustizia alla Camera una proposta di legge del deputato Pd e presidente dell’associazione familiari delle vittime della strage di Bologna Paolo Bolognesi per introdurre una nuova fattispecie di reato, quello di depistaggio. “È noto -si legge nell’introduzione- che molte delle inchieste sui principali avvenimenti di strage e di terrorismo hanno subìto rallentamenti, quando non veri e propri arresti, a causa della mancata collaborazione di pubblici ufficiali con l’autorità giudiziaria. Dalla strage di piazza Fontana in poi, le omissioni, le bugie e la distruzione di documenti hanno impedito che si potesse giungere alla scoperta dei responsabili materiali e morali degli attentati che hanno devastato il Paese fino al 1993”.

L’iniziativa di Renzi è stata apprezzata da gran parte del mondo politico, Partito democratico in primis. Il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo, invece, l’ha definita un bluff, perché «sarà pubblicato solo ciò che è già pubblico da anni»; Grillo lamenta che restano “intangibili” atti coperti da segreto di Stato come «i documenti Nato, quelli che parlano di accordi sulle basi militari, della presenza di testate atomiche in Italia, di interessi stranieri nel Paese o anche le carte che riguardano il Quirinale», e che lo Stato non ha una mappa dei suoi archivi. Critico anche il senatore del Nuovo Centrodestra Luigi Campagna, secondo il quale la direttiva di Renzi sembra contraddire le norme introdotte dal governo D’Alema nel 1999, quando si stabilirono quali fossero i documenti inaccessibili al pubblico e si impose per essi un periodo di secretazione dai 15 ai 50 anni.

Il presidente onorario della Corte di Cassazione Ferdinando Imposimato, per parte sua, è scettico. «Se sento dire che questa legge deve essere attuata attraverso un regolamento significa che non si vuole fare niente», ha dichiarato in un’intervista, perché già in passato la mancata emanazione di regolamenti attuativi aveva minato l’accessibilità agli atti derivata dalle due leggi del 1977 e del 2007 che “in teoria” avevano tolto il segreto di Stato. Imposimato ha anche espresso perplessità sull’assenza del caso Moro e delle stragi di mafia fra gli eventi sottoposti a declassificazione. Il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi, ha auspicato che possano essere pubblicati anche gli atti relativi a quelle stragi. E su di esse, ha detto la presidente dell’associazione familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli, «non c’è segreto di Stato, ma ci sono documenti nascosti in qualche cassetto o in qualche armadio. E soprattutto ci sono persone che non vogliono parlare».

L’assenza del caso Moro e di altre vicende è stata lamentata anche dalla giornalista Benedetta Tobagi, che spera l’iniziativa di Renzi sia il primo passo sulla strada della trasparenza. Tobagi sollecita l’applicazione di una direttiva del governo Monti che garantiva la consegna dell’inventario delle carte riservate presso tutti i ministeri entro il 29 febbraio 2012, una mappatura dei documenti classificati in ritardo dunque di due anni. «Nelle inchieste sulle stragi -ha affermato- il vero problema è sempre stato il segreto di Stato ‘strisciante’: informazioni nascoste agli inquirenti in maniera informale, documenti nascosti, sottratti, distrutti. La prima urgenza è quindi far emergere e mettere in sicurezza tutto il possibile. In pratica: versamento regolare e completo dei documenti prodotti da ministeri e altri enti all’Archivio di Stato», inclusi i servizi segreti, l’Arma dei Carabinieri, gli archivi militari e la Guardia di Finanza. E coinvolgere nella mappatura e nella selezione delle carte gli archivisti, come garanti di terzietà. Ha chiesto di aprire nuovi cassetti anche il deputato Pd Bolognesi, secondo il quale bisognerebbe avere «la disponibilità degli archivi militari, del ministero degli Esteri e dei carabinieri». Anche l’esperto Aldo Giannuli, che accusa Renzi di “vendere fumo” con la sua iniziativa, ha affermato la necessità di aprire alcuni archivi “inarrivabili”: quelli della Presidenza della Repubblica, quello informativo dei Carabinieri, “che non si capisce dove sta”, e quelli delle segreterie di sicurezza dei vari enti e dei relativi uffici Uspa che sono protetti dal segreto Nato.

“Quello dei Carabinieri è un archivio particolarmente interessante -ci dice lo storico Massimo Teodoriperò dubito che sarà versato nell’Archivio centrale, e ho l’impressione che anche il provvedimento di Renzi lì non metta mano”. Un archivio, quello dell’Arma, che sembra complicato da individuare. “Tradizionalmente i Carabinieri sono divisi in tre zone operative, Nord, Centro e Sud -ricorda lo storico- Probabilmente anche gli archivi specifici sono divisi in quelle tre aree, come lo erano ad esempio le carte del Piano Solo (un piano golpistico con il quale i Carabinieri avrebbero preso il controllo del Paese in caso d’emergenza, fatto redigere nel 1964 dall’allora comandante generale dell’Arma Giovanni De Lorenzo, nda)”. In quanto all’iniziativa di Renzi, Teodori la considera “alquanto retorica” perché non elimina alcun segreto di Stato, visto che non ce n’erano su quelle carte, e “invocando l’eliminazione del segreto di Stato Renzi ha detto una cosa imprecisa”. Ciò che c’è, continua il professore, è un insieme di documenti di vari ministeri, molti dei quali già trasmessi ai tanti processi su questi fatti e alle Commissioni parlamentari d’inchiesta.

Il problema, secondo lo storico, non è togliere il segreto di Stato ma far affluire questi documenti all’archivio di Stato e renderli facilmente reperibili ad esempio con indici, “perché documenti privi d’indice e possibilità di reperimento non servono assolutamente a nulla”. Quanto meno, “poiché in Italia c’è il problema degli anni in cui i documenti devono essere resi pubblici, questo provvedimento può accelerare sulla scadenza dei 40 anni”. Soprattutto, secondo Teodori, bisogna tener presente che “non si possono suscitare aspettative dicendo ‘ah, finalmente la verità, si scoprono i misteri’; non c’è alcuna verità che possa emergere da quelle carte alternativa a quella accertata per via processuale”. L’iniziativa di Renzi, tuttavia, “potrà aiutare gli storici che conoscono il mestiere ad avere un panorama più completo, nel momento in cui questi documenti saranno accessibili e dotati di indici”. E per facilitare il lavoro di ricostruzione storica che cosa si potrebbe fare in futuro? “Servirebbe un provvedimento per il quale dopo un certo numero di anni tutti i documenti devono essere resi pubblici, salvo casi particolarmente delicati per la sicurezza nazionale -risponde Teodori- Un unico provvedimento chiaro, soprattutto sul versamento dei documenti in luoghi consultabili”.

 

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