Strage di Via D’Amelio: la morte annunciata e voluta di Paolo Borsellino Tutto fu preparato con maestria e professionalità. Ci son voluti anni prima di riuscire a decifrare quali e quanti uomini non in divisa avessero occupato immediatamente il luogo dell’attentato

Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

Dopo il 23 maggio, nel particolare calendario dei morti ammazzati in Italia per mano di mafie con ottimi comprimari al seguito, tra Stato oscuro, servizi segreti quelli che hanno sempre deviato, politiche micidiali, viene il 19 luglio. Ogni anno dal 1992, si ripete, ormai stancamente se non nella memoria di chi vuol continuare ad esercitare il dovere civile della memoria. Da Capaci, in autostrada, dove mafia, pezzi di Stato servizi segreti ed accolite varie, fecero saltare in aria con Giovanni Falcone la speranza di un riscatto duraturo, di una libertà insanguinata ancora declinabile. Finì tutto in Via D’Amelio a Palermo dove Paolo Borsellino fu fatto saltare in aria con i suoi fedeli 5 uomini di scorta che vanno ricordati anch’essi. I loro nomi sono Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Li vorrei sommessamente ringraziare, veri e solitari, come si dice con eufemistico trasporto, ‘servitori’ dello Stato. Dipendenti stipendiati con poco. Ma poi, di quale Stato? Del vostro? Mio non lo è da molto tempo.

Il giudice Borsellino andava a trovare la madre in Via D’Amelio. Tutto fu preparato con maestria e professionalità quella che è carente, manca, è inesistente nelle innumerevoli situazioni in cui lo Stato dovrebbe esserci, non con il solito presidio buffonesco antimafia, con le sue carte bollate che bollano i vivi ed atterrano i morti. E Falcone e Borsellino avevano coscienza, consapevolezza di essere già morti, morti viventi, ma non zombies, quelli sono gli altri, i postulanti in grisaglia scura, educati, ri-puliti, profumati. Come direbbe Mario Merola, re della sceneggiata napoletana, “Felicissima sera a tutte ‘sti signurencravattate e a chesta cummitiva accusi allera d’uommene scicche e femmene pittate”. Appunto uomini chiccosi e donne impernacchiate, quelle che chiamo le ‘perete’. Che è una sottospecie della scoreggia, è più sottile e meno evidente. Ma c’è.

Sono stanco, il caldo qui tende una mano di respiro per via della vicinanza al mare. No, sono stanco, affranto come tanti dinanzi al ‘nuovo’ che è ricomparso prorompente nel trentennale del ricordo di quei due omicidi anche qui con eufemismo detti ‘eccellenti’. Ma poi ce ne altri centinaia meno ricordati. E nel trentennale non ci si è fatti mancare nulla, poiché alle recenti amministrative a Palermo vince un ‘magnifico’ già rettore d’università (ah la cara vecchia scuola di conoscenza ormai anch’essa postasi al passo di tempi oscuri bui malandrini). E vince grazie ai vincenti consigli di due ‘consigliori’ eccellenti, rispondenti ai nomi di Salvatore ‘Totò’ Cuffaro detto ‘vasa vasa’ per i baci, tanti, tantissimi, che i siciliani si scambiano tra loro. Qui molti tra uomini. D’onore o molto meno. E l’altro, un altro degno campione del tempo, già manutengolo e sodale del nonno di Arcore a cui segnalò per un posto di lavoro un gran lavoratore, Vittorio Mangano a fare lo stalliere. Benché la sua professione fosse un’altra: capo mandamento mafioso di Palermo. Perciò fu assunto ad Arcore a vigilar stalle… Il suo nome è Marcello Dell’Utri, già condannato a 6-7 anni per concorso in associazione mafiosa. Ché lì ad Arcore hanno sempre avuto bocca buona...

Subito eseguita la strage in un caos indescrivibile tra macchine fumanti ed incendi in azione, ci son voluti anni prima di riuscire a decifrare quali e quanti uomini non in divisa avessero occupato immediatamente il luogo dell’attentato, uno o più dei quali avevano il compito, con tutta evidenza facente parte della programmazione accurata della strage, portato a termine di far sparire quella che poi diventerà la tristemente famosa ‘agenda rossa’ di Paolo Borsellino. In cui, con tutta probabilità, c’erano scritte riflessioni che il magistrato aveva vergato sui nomi o comunque gli apparati che avevano avuto mano libera nell’uccisione di Giovanni Falcone. E forse altre informazioni talmente importanti da essere per l’appunto trafugate addirittura a pochi minuti dopo lo scoppio dell’auto. Va ricordato quanto emerso dopo decenni, purtroppo, come quasi tutte le verità mai provate della stagione di destabilizzazione del quadro democratico per effetto delle stragi, a cominciare dalla primigenia strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1962 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano.

Nel 1991, come riportano i puntuali servizi di Report di poco tempo fa, che vi era stata una riunione segreta che aveva visto insieme esponenti di Cosa Nostra, uomini dei servizi segreti deviati ed udite udite, Stefano Delle Chiaie, fondamentale terrorista nero fondatore di Avanguardia Nazionale, tutti riuniti per progettare ed articolare una strategia finalizzata a destabilizzare le istituzioni ed il Paese con bombe ed attentati. Insomma lo Stato, la Mafia ed il terrorismo nero responsabile di un trentennio di stragi. Il disegno di fregare le sinistre e di agevolare un percorso autoritario ed antidemocratico sta anche nell’intervento ed azione di personaggi della P2, quella illegale e criminale di Licio Gelli a cui era iscritto tra l’altro il Silvio di Arcore, con uomini della massoneria, anch’essa deviata. Ché i deviati in questo Paese hanno sempre primeggiato sui devianti di pochi spiccioli additati quali nemici dello Stato. Ciò che rimane oggi è ben poca cosa, la mafia non è più un problema, essendo penetrata nelle stanze importanti delle istituzioni. Avendo avuto persino un Presidente del consiglio, liberale per molti per carità, non proprio estraneo ad alcuni percorsi comuni. Con una politica che oggi ha disfatto argini leggi e morali anti mafia per fare affari floridi con tutti. Ed un Paese che nel complesso è portatore insano di un’immoralità diffusa riprodottasi negli anni con sempre minori difese.

E sento dire da una persona a me vicina, un giovane aspirante magistrato che arde dal desiderio di servire questo Paese, eh ce ne sono ancora tra i giovani, che vorrebbe andare nei luoghi più caldi, non per l’afa, e delicati, dove provare a ridare un senso di dignità a questo Paese. Di ciò sono in parte contento, l’altra parte guarda con l’esperienza e le delusioni ampiamente maturate in questi decenni, che forse siamo fuori tempo massimo. Certo con un poco di fiducia bisogna continuare a sperarci. Speranza e fiducia, che vengono sempre meno. Non potendoci salvare un Dio, dobbiamo cercare di continuare a provarci ancora. Ma è sempre più difficile. Subentra un sano realismo mondano. Gli umani sono così. Non tutti, ma noi siamo sempre con meno fiato. Grazie comunque Paolo Borsellino e la sua preziosa scorta.