lunedì, Giugno 27

Strage di Capaci: 30 anni di sfiducia verso lo Stato La memoria per divenire futuro deve essere rinverdita dei comportamenti quotidiani di tutti, se no resta solo la nostalgia

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“Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando” 

(P. Roth, Pastorale americana)

Accidenti, il tempo passa, tempus fugit. Ci pensi quando vai a sbattere contro date che diventano “emblematiche”. Io ci passai, appena qualche anno dopo, su quella autostrada che mi portava al mare ad un riposo dopo tanto lavoro. Lì avevano riposato altre persone. Per sempre. Percorrevo l’autostrada per Capaci e pensavo di reggerlo, l’urto. Non fu così. Arrivato ai cartelloni stradali ‘Palermo’ diritto e quello di svolta a destra verso ‘Capaci’ mi dovetti fermare sul ciglio di una strada quasi deserta. Cercavo con dolore ed ansia infantile quel cratere più ampio delle bombe russe esplose nelle città ucraine che avevo visto decine di volte in tv o sui giornali. Era il punto in cui la mafia stragista fece esplodere in aria il giudice Giovanni Falcone sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. 30 anni sono passati, vite e morti si sono succedute, il mondo è un altro, ma pare che il tempo resti sospeso in realtà sociali e culturali altrimenti magnifiche, tra città stupende e grandi vestigia antiche. Ché alla fine per non dire tutto ciò che pensiamo di terre che non si emancipano da antichi retaggi storici tradizionali, ci rifugiamo nelle bellezze di un territorio. Ma un territorio poi è governato da persone.

Quelle sono il problema. un altro pezzo di fiducia era scolorito nei confronti di questo Stato, delle sue ambigue e mai ripulite istituzioni, dei suoi boiardi di Stato, dei suoi politicanti, affaristi, stragisti, piduisti (tra cui n. tessera 1836, Berlusconi Silvio il piacione con il manganello), complottisti, ma quelli veri non i dementi di oggi. E poi nello stesso pianeta Italia ma in una dimensione diversa c’erano i cosiddetti ‘servitori’ dello Stato. Quelli che comunque faranno il loro dovere nonostante beghe, complotti, trame, rendano questo paese sempre in bilico su un crinale tra legalità e giustizia contro affarismo illegalità criminalità organizzata, i più veloci, con molti aiuti, a mangiarsi pezzi dello Stato. A sua volta complice assente indifferente menefreghista. I servitori attivi, non quelli passivi che non rischiano mai, spartendosi potere e denaro. Come e che cosa dire oggi di quell’omicidio plurimo, dopo le tante stragi di Stato che avevano insanguinato una nuova Italia che voleva voltar pagina, negli anni ’70? Con trame intrecciate tra servizi segreti deviati, complici, organizzazioni nere, crimine organizzato, tutti cooperanti per disarticolare il paese per poterlo meglio asservire alle proprie trame. Sfiducia verso lo Stato e le istituzioni che sono la cifra di un ciclo storico che si riverbera in un oggi ormai inquinato, compromesso, arreso.

Partiamo dalla fine. Al Foro Italico a Roma, si è svolta la commemorazione nel trentennale dell’assassinio, alla presenza del Presidente Mattarella, con fratello Piersanti ucciso da quella mafia, e svariati ministri, Bianchi dell’istruzione, Lamorgese Interni, Cartabia Giustizia, la sconosciuta Messa Università e Ricerca, Di Maio Estericon il capo della polizia Giannini, il fresco nominato procuratore nazionale antimafia Melillo, il procuratore di Roma Lo Voi. Pezzi importanti dello Stato, lodevoli ma insufficienti se non si educa ad una cultura della legalità, della responsabilità, se non si alimenta il Paese con esempi non eclatanti ma diffusi di tantissimi che il loro dovere lo fanno per poi essere messi da parte. Se non si dà istruzione seria, cultura diffusa che è anche rispetto per gli altri, lavoro serio, retribuito come nei Paesi civili, se non si diradano le nebbie di pochi diritti e di tanti soprusi.

Cittadini mai compiuti, serietà spesso svenduta, controlli mai certi, princìpi morali sempre sottoposti alle peggiori torsioni, ammiccamenti, favori, corruzioni, collusioni, in intrecci tra politica affari e criminalità a spartirsi beni pubblici, beni comuni per arricchimenti privati carriere personali potere fatto per imporsi sugli altri con violenza prepotenza arroganza impunità. Processi mai risolti, attesi decenni, abusi e sfruttamenti non perseguiti. Ciascuno che poi vive come c…o gli pare in un paese privo di regole condivise, sempre isterizzato sulla difesa di minuscole ma potenti corporazioni appoggiate da forze politiche difensori strenui di arbitrii. In uno Stato di milioni di evasori fiscali difesi ad oltranza da una politica refrattaria ad ogni modernizzazione. Ognuno con il suo ‘mammasantissima’ a proteggerlo, eccetto quelli che dovrebbero essere protetti e vengono invece lasciati soli a combattere guerre invisibili. Con il Presidente Mattarella uno dei pochi da ascoltare che stamane afferma nel suo solito stile rigoroso che «”Le visioni d’avanguardia, lucidamente profetiche” di Falcone non furono sempre comprese, anzi in taluni casi vennero osteggiate anche da atteggiamenti diffusi nella stessa magistratura, che col tempo, superando errori, ha saputo farne patrimonio comune e valorizzarle». Parole che rincuorano il tempo di un attimo quando parla di “atteggiamenti diffusi”, ma poi ci pensi e dici, Lui deve essere ottimista e propositivo.

Ma di grazia, di quale magistratura si parla oggi? Si sono mangiate pure quella le diverse bande con i loro manutengoli politici. Che non significa azzardare sul serio lavoro di tanti magistrati, ma individuare i problemi strutturali di organico di procedure lente di un sub-sistema fondamentale in un paese che già di suo riproduce un diritto strabico spesso rivoltato in un rovescio, inquinato di veleni tossici da non riuscire a depurarsi con riforme e riformette varie. Senza poter dimenticare uno dei protagonisti di tanto scempio, quell’homo arcorensis con seri problemi di giustizia che ha minato il terreno politico italiano per un ventennio attaccandolo, minacciandolo. Un eversore di leggi ad personam, oggi anziano tromboncino che straparla di quando “nel 1994 feci la discesa in campo per difendere l’Italia dai… comunisti”!! L’orrido divenuto realtà. Ed intanto a Palermo, il luogo caldo teatro di mille veleni, che cosa succede dopo ben trent’anni da quell’omicidio eccellente? Ci si scontra, ancora e sempre, attorno ad un pulviscolo di legalità neanche contesa, solo plagiata, usata, dove il tempo del mondo ha tempi tutti suoi, distorti sospesi in un humus di sub culture politiche che da prestanome dei criminali è divenuto un “cliente” della criminalità alla ricerca di sponsorizzazioni per un posto comunale, regionale, al Parlamento. Mentre le mafie non uccidono più non perché pacificate ma perché ormai padrone in proprio di loro sodali a dettare i tempi della politica. In un intreccio devastante.

Ed a Palermo monta la polemica mentre la povera e solitaria sorella Maria Falcone dinanzi ad alcune ministre dichiara che «Adesso manca solo Messina Denaro (il latitante più pericoloso). Quando lo prenderemo brinderò con voi, ministre». Vero, ma dissero lo stesso quando finalmente fu catturato Totò Riina o Bernardo Provenzano. Ma gli affari continuarono ed il degrado morale e civile continuò. L’attuale polemica palermitana è rivolta contro tal Langalla ex rettore emerito d’università(!) che in occasione del voto amministrativo del prossimo 12 giugno ha comunicato di non aver alcuna remora ad avvalersi di provati uomini ‘d’onore’ politici e strateghi sopraffini. I due sono Totò Cuffaro , ex Presidente di Regione Sicilia, ed il mitico Marcello Dell’Utri, entrambi condannati per reati di mafia. Ed un accademico, ex assessore regionale di qualcosa, non prova alcun imbarazzo verso un plateale e pubblico incrocio con personaggi di tal fatta. Per carità, sono stati condannati, hanno scontato la pena loro inflitta ed oggi hanno diritto a vivere le loro nuove vite. Certo, fa specie che ci si rivolga a personaggi del genere per imbastire una campagna elettorale a Sindaco per offrire alla città invece che nuovi programmi ed idee individui simili. Si dice che è una questione di opportunità. No, vi è di più, è un problema morale e civile che viene calpestato, è un messaggio chiaro per chi voglia ripercorre strade ambigue ed oscure invece di puntare su giovani o meno di moralità specchiata. Un bruttissimo segnale, un drammatico ritorno ad epoche e stagioni in cui maturarono alcuni semi di cambiamento, nelle figure soprattutto di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, dopo tanti altri magistrati specchiati uccisi da Cosa Nostra. Come Pietro Scaglione, Giangiacomo Ciaccio Montalto, Alberto Giacomelli, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Rosario Livatino, Antonino Saetta. Tutti loro hanno avuto le loro vite cancellate nel servire uno Stato che ad ogni omicidio ha speso parole, parole, come quelle attuali della ministra Cartabia a declamare che «più saremo capaci di vera cooperazione, più si ridurranno gli spazi percorribili per le infiltrazioni illecite». Appunto, dovremo, faremo, sarà necessario, impegneremo…. Mentre Giovanni Falcone ha detto, ha fatto, ha studiato approfonditamente delle dinamiche mafiose. Ha così messo su il primo maxi processo della storia, ha stimolato per istituire la Dia, Direzione investigativa antimafia. Ha dato tutto, compresa la sua vita e quelle di chi era con lui.

E passano gli anni, facciamo ricorrenze, i ricordi intristiscono, la calvizie marcia spedita, pratichiamo lo slalom tra disastri e tragedie varie. Ma soprattutto lo Stato è sempre più lontano, assente, privati di ogni forma di fiducia nelle istituzioni. Ma non nei suoi uomini e donne mal difesi e protetti. Mentre una cooperazione efficiente di tutti gli attori che dominano sulle nostre vite, contro le vite di ciascuno di noi, agisce nei diffusi meandri dello Stato. Tutti morimmo a stento, loro, lasciati soli, tra gli stenti. La memoria per divenire futuro deve essere rinverdita dei comportamenti quotidiani di tutti, se no resta solo la nostalgia. Grazie comunque Giovanni Falcone per averci provato.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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