mercoledì, Maggio 12

Storie ordinarie di ingiustizia: 16 mesi per un Dna La procura di Brescia archivia l’inchiesta a carico di un romeno 32enne che nell'ottobre 2016 ha trascorso 45 giorni in carcere con l'accusa di violenza sessuale

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A suo tempo la storia fece notizia, su giornali e televisioni. La storia era all’inizio. Poi, come tutte le storie si è conclusa. E non ha fatto più notizia. La procura di Brescia archivia l’inchiesta a carico di un romeno 32enne che nell’ottobre 2016 ha trascorso 45 giorni in carcere con l’accusa di violenza sessuale ai danni della vicina di casa di 87 anni. A scagionare l’uomo è stata la prova del DNA, che ha stabilito che le tracce biologiche presenti sulle lenzuola della donna, che aveva sporto denuncia, non appartenevano all’uomo, ma a un vicino di casa con il quale l’anziana intratteneva una relazione. Un mese e mezzo di carcere nel 2016. Gennaio 2018 archiviazione. Sedici mesi per il DNA che scagiona e proscioglie.

Un’altra notizia che non fa notizia. Sequestrata la fotografia della madre, deceduta a un detenuto sottoposto al 41bis. Motivo: superava di 8 centimetri le misure massime consentite. Tommaso Costa, esponente di spicco dell’omonima cosca della ‘ndrangheta di Siderno, vicino Reggio Calabria, la teneva con sé nella cella del carcere di Viterbo. La Cassazione ha accolto il suo ricorso, stabilendo che quel provvedimento è contrario ai principi di umanità. Ora ripercorriamo questa vicenda al rallentatore. Un agente di polizia penitenziaria si accorge che la fotografia deborda di ben 8 centimetri. L’avrà misurata. Fa subito rapporto, magari al direttore del carcere. Scatta il provvedimento di sequestro. Il detenuto ritiene la cosa ingiusta e si rivolge al suo avvocato. Ne nasce un contenzioso, che per arrivare in Cassazione avrà necessariamente visto un primo e un secondo grado. Tutto questo ambaradan per otto centimetri di fotografia…

Non basta violare la legge. Perché  scatti la sanzione occorre l’elemento psicologico del reato. Cosa sia questo elemento non è chiaro. Bisogna chiederlo ai giudici del tribunale di Bologna. Sono loro, con questa motivazione (mancanza dell’elemento psicologico del reato), che hanno assolto l’ex consigliera PD Rita Moriconi per aver messo a rimborso un sex toy acquistato il 29 novembre 2010. Sarà interessante leggere la sentenza quando verrà resa nota.

Italia, dolce Paese, dove chi rompe non paga le spese, e dove chi urla più forte ha ragione. Annota Leonardo Sciascia: ‘Patria del diritto, e del suo rovescio’.

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