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Storia dell’arte: sì, no, forse field_506ffb1d3dbe2

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Irene Baldriga

È apparsa mercoledì 5 febbraio scorso su alcuni siti internet e blog la notizia (poi smentita dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Maria Chiara Carrozza) dell’abolizione dell’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole italiane, seguita da una campagna mediatica in favore del suo ripristino. In realtà l’insegnamento è stato ridotto e sarà suscettibile di ulteriori riduzioni, ma non è mai stato eliminato.

C’era stata in effetti nella Commissione Cultura alla Camera la bocciatura di un emendamento presentato da una deputata di Sel (Sinistra, Ecologia e Libertà) che aveva raccolto un appello di Italia Nostra (Associazione Nazionale per la Tutela del Patrimonio Storico, Artistico e Naturale della Nazione), sotto la cui firma si radunavano le richieste di ben 18mila cittadini e intellettuali, in cui si chiedeva che le ore dedicate alla storia dell’arte nelle scuole non fossero così gravemente limitate.

Questo è un processo noto e avviato da tempo, fin dall’entrata in vigore della Riforma Gelmini che prevedeva da un lato un innalzamento (da 4 a 6) delle ore della disciplina nel Liceo Classico tradizionale, ma dall’altro ne sanciva la sparizione nell’istruzione Professionale e una contrazione negli Istituti Tecnici. Più in generale, però, tutti gli indirizzi (compreso il Liceo Classico) hanno perso complessivamente ore di storia dell’arte a causa dell’eliminazione delle sperimentazioni, le quali avevano permesso, in molte scuole, l’incremento del monte ore della materia come risposta ad un’esigenza espressa dall’utenza e sostenuta sul piano formativo dagli stessi docenti in regime di autonomia. Molti Licei Classici avevano addirittura inserito la storia dell’arte nell’offerta formativa del Ginnasio. Con l’attuale eliminazione delle sperimentazioni, però, tale incremento del monte ore è stato invece annullato.

L’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole è senza dubbio formativo per gli studenti perché la materia costituisce l’esito di un portato umano nella storia e non percepirne il significato e il valore equivale a relegarla in una posizione secondaria che non giova né all’individuo, né alla nostra società. L’arte è la capacità straordinaria di dare forma e sostanza visibile ad un mondo invisibile di emozioni, idee, progetti, assegnando a un oggetto materiale, che pure conserva la sua fisicità, un significato che va oltre la forma e rivela la profondità della natura umana. È linguaggio che unisce l’intelletto al corpo dandogli armonia e possedendo una altissima valenza formativa ed educativa.

La reazione alla falsa notizia dell’eliminazione dell’insegnamento ha determinato lo scatenarsi di vibrate proteste, anche su molti social network (come Facebook e Twitter). Questo è un segno evidente che tale disciplina è sentita come patrimonio importante per i cittadini italiani e come tale va tutelata, perché costituisce una testimonianza della consapevolezza insita nella nostra società. Abbiamo intervistato sulla questione Irene Baldriga, Presidente dell’ANISA, Associazione Nazionale degli Insegnanti di Storia dell’Arte.

 

Come si può pensare di eliminare un insegnamento così importante in un paese che vanta il maggior numero di opere d’arte?

Non c’è un rischio di eliminazione, questa è la prima cosa da chiarire. La polemica di queste ultime settimane è, in gran parte, frutto di un fenomeno mediatico tipico della rete. In verità non è cambiato nulla negli ultimi tempi rispetto a ciò che è accaduto a seguito della riforma Gelmini, ossia l’approvazione di nuovi ordinamenti che hanno determinato una riduzione della storia dell’arte negli istituti tecnici e in quelli professionali e l’abolizione di molte sperimentazioni che permettevano, in qualche modo, l’integrazione dei quadri orari con la storia dell’arte.

Nessuno ha mai parlato di cancellare la storia dell’arte dalla scuola italiana. La nostra associazione ha fatto molto in questi ultimi giorni per chiarire la questione su vari canali mediatici, in trasmissioni radiofoniche  e con articoli presenti anche sul nostro sito internet. La notizia in realtà non c’è, nel senso che nessuno ha mai parlato di eliminare la storia dell’arte e il Ministro recentemente ha ribadito l’importanza di questo insegnamento e il desiderio di valorizzarlo.

C’è stata tanta confusione. L’unica cosa importante da dire è che l’attenzione sollevata da questa falsa notizia e la reazione che ha provocato nell’opinione pubblica costituiscono un dato significativo e testimoniano che gli italiani tengono molto a questo insegnamento e si identificano nel patrimonio artistico in modo quasi viscerale. La gente considera la disciplina della storia dell’arte come una parte fondamentale della formazione dei giovani. E’ questa la notizia importante da diffondere, secondo me, non un cambiamento ulteriore degli ordinamenti scolastici che in realtà non è avvenuto. Non c’è stata nessuna dichiarazione che possa far temere una cosa del genere. L’importante è dire che gli Italiani amano l’insegnamento della storia dell’arte e lo considerano una risorsa preziosa, qualcosa non soltanto da proteggere, ma anche da ampliare. Ecco il punto di partenza.

Qual è il valore che l’insegnamento della Storia dell’arte porta in ognuno di noi?

È un valore, direi, molteplice: va dal senso dell’identità fino alle radici della propria cultura, in Italia in modo particolare; perché qui ciò che è straordinario non è soltanto la quantità delle opere d’arte, ma anche la presenza del patrimonio diffuso, il fatto che le opere d’arte siano ovunque nel nostro Paese, nei piccolissimi centri, come nelle grandi città. La storia dell’arte è foriera di senso della bellezza, di una sensibilità e di un’attenzione al bello che educano e formano la persona.

Terza cosa importantissima è che l’attenzione al patrimonio artistico e culturale è fondamentale nella formazione e nell’educazione alla cittadinanza. Insegnare la storia dell’arte nella scuola significa poter contare su una disciplina che è in grado di sensibilizzare i giovani al rispetto degli altri, della cultura, del paesaggio;  in questo senso si tratta di una disciplina molto rispondente all’idea che noi abbiamo della scuola moderna. Quando dico “noi”, parlo di una comunità ampia che va al di là dell’Italia e si estende all’Europa e al Mondo. Quando parliamo di politiche educative che siano sensibili anche alla formazione dei cittadini è perché vogliamo che i giovani escano dalla scuola non soltanto preparati e competenti, ma anche cittadini responsabili e consapevoli. Sicuramente la storia dell’arte, che parte dalla cultura materiale e dall’attenzione al paesaggio, ai monumenti, alle opere d’arte, alle gallerie, e a molto altro, è un grande contenitore di valori, utile, appunto, a coltivare questo senso identitario di cittadinanza.

Pensa che l’educazione all’Arte possa essere formativa per le nuove generazioni, oppure si tratta di una materia superata nel mondo di oggi?

Non è assolutamente superata. È, come dicevo prima, quanto mai adatta a formare le nuove generazioni, anche perché dal punto di vista pedagogico e didattico la storia dell’arte si presenta come disciplina trasversale, quindi capace di collegare discipline differenti. In Italia in particolare questa materia ha anche una sua identità epistemologica particolare che è frutto di una grande tradizione accademica e di ricerca.  Insegnare la storia dell’arte nella scuola non significa semplicemente insegnare ed educare al bello, ma insegnare a leggere un’opera come un documento storico e quindi a contestualizzarla. Questo significa collegare la storia dell’arte alla storia, alla geografia, alla filosofia, alla letteratura, al contesto socio-economico e così via.

Essa è anche una disciplina moderna, e quindi attuale, perché si presta, per esempio, ad essere insegnata attraverso nuove tecnologie; possiede in maniera intrinseca una sua capacità di adattamento al presente. La storia dell’arte può essere insegnata in modo cooperativo e laboratoriale: quindi portando i ragazzi a visitare il patrimonio e facendo fare loro, per esempio, delle esperienze dirette. Noi sosteniamo che la storia dell’arte dovrebbe essere insegnata anche attraverso dei tirocini, degli stages nei musei e nelle gallerie e facendo fare ai ragazzi delle esperienze dirette. L’arte non si insegna soltanto sui libri, ma fondamentalmente nei musei, o ancora meglio in giro per le città, visitando i monumenti, amandoli, imparando a conoscerli e quindi anche a proteggerli.

Cosa comporterebbe eliminare del tutto la storia dell’arte dalle scuole?

Comporterebbe un impoverimento gravissimo nella formazione dei giovani, una perdita di attenzione e di consapevolezza, un impoverimento del senso identitario dell’intera nazione. L’attenzione della gente, che in questi giorni ha portato la notizia sui vari blog, dimostra questo amore profondo per il patrimonio. È importante, quindi, che questa disciplina venga garantita nella scuola; nessuno ha mai pensato di eliminarla e sarebbe falso affermare il contrario. Difendere la storia dell’arte nella scuola è una battaglia di civiltà.

Un’opera d’arte, qualunque essa sia, è un modo di esprimere la propria creatività. Chi vuole abolire lo studio di queste manifestazioni artistiche compie anche una censura alla libertà di pensiero. È d’accordo con questa opinione e se sì perché?

Sì, certamente. Un’opera d’arte, però, è anche tante altre cose: essa è, la storia insegna, espressione della creatività del singolo, ma anche espressione della cultura di un’epoca, di un’intera società. L’opera è un documento storico e un oggetto di cultura materiale che ci avvicina al passato in un modo più efficace e più coinvolgente. Ogni oggetto d’arte va tutelato in quanto espressione individuale ma anche nel suo essere testimonianza storica. Distruggere un’opera d’arte, non tutelarla, non proteggerla, non valorizzarla, equivale  a cancellare un pezzo di storia, a non riconoscere le radici di un Paese.

Crede che questo insegnamento vada incentivato per creare anche nuove opportunità di lavoro che oggi stentano a formarsi in questo campo?

Sì, sicuramente. Il patrimonio artistico ha anche un suo valore economico, ma è importante che si tratti di un’economia sostenibile. Tanto più forte è la conoscenza, l’attenzione, la sensibilità di un Paese per il suo patrimonio artistico, tanto più sostenibile sarà l’attività economica che potrà eventualmente esprimersi intorno ad esso. Avere dei monumenti e consentirne la fruizione da parte del pubblico va bene, è giusto, però bisogna farlo in un modo intelligente. La conoscenza è la condizione preliminare per poter trarre un vantaggio sostenibile dai beni culturali, anche sotto il profilo economico. In questo senso credo che si stia sviluppando una consapevolezza forte nel nostro Paese. A me pare che l’attenzione, anche da parte dei decisori politici, nei confronti della valorizzazione della storia dell’arte, sia significativa. Ci vuole uno sforzo in più per trovare anche dei fondi, delle risorse che consentano di ampliare la presenza di questo insegnamento nella scuola. Siamo fiduciosi perché in questi giorni sono state spese parole molto attente e sentite da parte del Ministro Carrozza, e non soltanto da lei. Noi dobbiamo sperare che un impegno effettivamente arrivi. Certamente non è mettendo in giro delle voci infondate che peroriamo la causa. Bisogna dire la verità, le cose giuste, prendere atto della situazione e fare di tutto, insieme, per rendere giustizia a questo insegnamento così importante per la nostra scuola e per il nostro futuro.

Ritiene corretto il concetto secondo il quale anche la Storia dell’Arte affina le capacità critiche dell’individuo e deve fare parte della sua formazione sin dall’età giovanile?

Certo, anzi questa è una delle cose sulle quali abbiamo, come ANISA (Associazione Nazionale degli Insegnanti di Storia dell’Arte) molto puntato. Nel senso che la storia dell’arte, proprio da un punto di vista pedagogico- didattico, stimola il pensiero creativo e aiuta i ragazzi a fare collegamenti tra le discipline, a partire dall’oggetto fino a rielaborare il pensiero critico. Anche in questo caso è una disciplina attuale e così formativa, proprio perché è molto adatta alle modalità di apprendimento dei giovani che effettivamente hanno una predilezione per il linguaggio visivo ed hanno una propensione particolare a focalizzare la propria attenzione sui dati materiali.

La Storia dell’Arte è una disciplina che non a caso in Italia vanta un patrimonio di professionalità didattiche ultradecennali che nessun altro paese possiede. L’Italia ha inserito per prima nel mondo la storia dell’arte nella scuola come disciplina curriculare obbligatoria. E questo è un primato di cui siamo orgogliosi, di cui dobbiamo farci vanto e che oggi ci permette di affermare di aver maturato un’esperienza didattica che non teme rivali. Anche questo è un bene da tutelare: la professionalità dei nostri insegnanti.

Come l’Associazione Nazionale degli Insegnanti di Storia dell’Arte applica la fruizione dell’opera d’arte nel percorso formativo degli studenti di ogni ordine e grado?

Soprattutto attraverso dei partenariati, collaborazioni con i musei e con le gallerie. ANISA lavora da sempre all’elaborazione di progetti che cerca di diffondere, quanto più possibile, attraverso gli insegnanti. Supportiamo i docenti organizzando eventi informativi e formativi su temi didattici e disciplinari e cercando molto spesso la collaborazione dei grandi e piccoli musei. Tra l’altro la nostra associazione ha una rete territoriale molto ampia, con molte sezioni in Italia, all’interno delle quali si attivano progetti e iniziative di grande qualità, sempre guardando al patrimonio diffuso. Questo è importante perché la scuola deve cercare di dialogare con i musei. L’ANISA è stata premiata per un progetto europeo che promuoveva proprio questo. Il progetto ‘Items’ ha visto la collaborazione della Francia, del Lussemburgo, dell’Ungheria, del Portogallo e della Lettonia e riguardava il dialogo tra scuola e museo per il rinnovamento della didattica della storia dell’arte attraverso le nuove tecnologie. Negli eventi che abbiamo organizzato intorno a questo tema centrale, abbiamo coinvolto rappresentanti dei Musei Vaticani, del Louvre, degli Uffizi, del Victoria&Albert Museum di Londra, del Centro Pompidou di Parigi, del MART di Rovereto…

Tra l’altro l’ANISA promuove le ‘Olimpiadi del Patrimonio’, un’iniziativa di successo che si rinnova da anni. Essa consiste proprio nell’attivare presso le scuole una sorta di competizione tra i ragazzi per la diffusione della conoscenza del patrimonio artistico, con prove di vario tipo che non sono meramente nozionistiche,  ma puntano alle competenze e alla elaborazione di proposte e di progetti da parte degli studenti. Nella fase conclusiva delle ‘Olimpiadi del Patrimonio’ i giovani finalisti vengono invitati a Roma e presentano i loro elaborati, che partono dalla promozione e dalla conoscenza del patrimonio artistico del loro territorio, in un formato multimediale e quindi innovativo nell’aspetto della formulazione e della presentazione.

Perché la nostra società predilige di più gli aspetti tecnologici e funzionali rispetto a quelli umanistici, secondo Lei?

E’ un rincorrere la modernità, ed ormai è divenuta una propensione internazionale. In realtà anche in questo ci vuole un’autoriflessione, perché negli ultimi anni grandi economisti, sociologi e filosofi della modernità hanno molto insistito invece sull’importanza e la rivalutazione degli studi umanistici. Adesso c’è, per esempio, grande attenzione nel dibattito culturale internazionale rispetto alla cultura classica. Dobbiamo mettere in conto questo: la cultura artistica è una base per la diffusione della cultura, della democrazia e della cittadinanza. In pratica una società veramente giusta, democratica, sana e sostenibile economicamente è quella che sa anche valorizzare le proprie radici e conosce la propria storia. Per poter credere e realizzare un futuro sostenibile e giusto democraticamente, bisogna partire comunque dalle proprie radici e guardarsi indietro per poter raggiungere il futuro. Crediamo in questo. Basti pensare ai contributi recenti della filosofa americana Martha Nussbaum oppure del grande economista Amartya Sen, che hanno prestato attenzione a questo aspetto non semplicemente per ribadire l’importanza della cultura classica e umanistica, ma proprio perché ritengono che queste siano le basi corrette per costruire la società del futuro.

La storia dell’Arte e le nuove tecnologie: un percorso impossibile o un mezzo per renderle più accessibili alle nuove generazioni?

Non è un percorso impossibile. È praticabile purché le nuove tecnologie non sostituiscano ovviamente la fruizione diretta dell’opera d’arte. È chiaro che la conoscenza del patrimonio in qualche caso può essere favorita e addirittura avvenire soltanto attraverso la tecnologia. Questa ci può aiutare moltissimo e serve molto anche a parlare con i giovani: è, quindi, un modo per rendere più accattivante e semplice, a volte, la fruizione di certi contenuti. La cosa più importante, però, è saperlo fare con saggezza, trovando un giusto equilibrio e facendo sì che l’opera d’arte non sia mai sostituita dalla rappresentazione virtuale, perché ovviamente il contatto diretto con l’opera, la conoscenza diretta di essa, significa creare un’emozione e accendere veramente le corde della sensibilità delle persone. L’opera esprime un valore unico che non si può sostituire. Ecco perché i ragazzi vanno portati nei musei, possibilmente con delle modalità innovative ed “informali”: la visita al museo non deve essere una sorta di trasposizione della lezione in classe, ma deve diventare un’esperienza significativa. Si devono creare momenti di apprendimento diversi, entusiasmanti, emozionanti: i ragazzi amano la scoperta. L’apprendimento deve essere tale ogni giorno e parlare di arte può aiutare molto in questo. Tecnologia e storia dell’arte possono anche dialogare. Il progetto per il quale ANISA è stata premiata in Europa aveva questo titolo ‘Innovative Teaching for European Museum Strategies’ e riguardava appunto l’inserimento della tecnologia nell’insegnamento come tramite tra scuola e museo, ma certo non come una sostituzione della fruizione.

 

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