giovedì, Dicembre 2

Stazione Spaziale Internazionale: fine di un laboratorio, inizio di un resort Secondo il 'Washington Post', un documento della Nasa indicherebbe la strada per privatizzare la quota americana della Stazione a partire dal 2025

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Bisogna ammetterlo. La Stazione Spaziale Internazionale è una costante dei nostri articoli. E non deve meravigliare che una sorta di satellite abitato che vola a circa 27.000 km/h e distante appena 400 km. dalle nostre teste non meriti il nostro entusiasmo. Ora però sembra confermato che l’amministrazione Trump sia determinata a ridefinire i capitoli di spesa delle attività spaziali americane e in questa impostazione, secondo il ‘Washington Post‘, un documento della Nasa indicherebbe la strada per privatizzare la quota americana della Stazione a partire dal 2025. Prima di sgomentarci per questa virata così brusca che potrebbe rappresentare l’operazione per l’intero mondo dello spazio, proviamo a mettere in ordine qualche ricordo.

L’origine dell’avamposto è abbastanza conosciuta e può sintetizzarsi in pochi righi di storia anche se pochi ricordano che di un progetto del genere si trovano tracce già in lavori scientifici dell’inizio del Novecento e Wernher von Braun – il padre delle missioni lunari Saturn-Apollo – negli anni Sessanta e Settanta fu tra i più attivi propugnatori di un progetto così strutturato.

Dai primi laboratori orbitanti costruiti dopo l’esperienza delle passeggiate sul nostro satellite naturale, gli americani studiarono propedeuticamente una macchina in grado di mandare gli astronauti in orbita e muoversi a bordo del veicolo senza l’uso dello scafandro. Era lo Shuttle, una costosissima navetta spaziale recuperabile di grande complessità tecnologica che modificò in modo sensazionale la concezione dei lanciatori e fu un passaggio di qualità particolarmente elevato, di cui tecnici e scienziati della Nasa avevano grande consapevolezza, pensando proprio a soluzioni continuative di apporto per un oggetto orbitante abitato.

Sul versante russo forse la situazione era più avanti. La Mir di Vladimir Čelomej fu autorizzata in febbraio 1976, dopo che già quattro stazioni Saljut erano già state lanciate dal 1971, mentre ancora il programma Apollo non aveva completato la sua missione sulla Luna; fu poi Valentin Gluško a dipanare gli ostacoli posti da un regime ormai in dissolvimento ma anche orientato su altre priorità quali il programma di lancio Buran. E così il miraggio sovietico si realizzò portando la pietra fondativa del laboratorio in orbita il 19 febbraio 1986, e l’Urss divenne la prima nazione a mettere in orbita una stazione spaziale abitata senza discontinuità di equipaggio e per diversi anni, Mir fu l’unica piattaforma permanente con presenza umana nello spazio. Oltre agli esperimenti di carattere scientifico, i russi studiarono con cura gli effetti sull’organismo umano in un ambiente irriproducibile a Terra, sottoponendo molti cosmonauti a lunghe permanenze nel laboratorio in condizioni captive e senza gravità. Anche questo, come diversi primati strappati ai diretti rivali, fu un’insopportabile spina nel fianco per la Nasa e per gli americani.

Ma ai più attenti osservatori non era sfuggita una importante prova di dialogo che si concretizzava tra le due superpotenze mondiali. Il 17 luglio 1975, una navicella spaziale avanzata dal programma Apollo ed una capsula Sojuz si agganciarono in orbita, consentendo ai due equipaggi di potersi trasferire da un ambiente verso l’altro. Due confini che si aprivano, due civiltà e culture antitetiche che si fondevano in un abbraccio tra i capi missione Aleksej Leonov e Tom Stafford, uomini che condividevano valori importanti, a cominciare dalla passione per la scienza e l’avventura. Tutto, tranne che un’effimera appartenenza nazionale! ASTP fu la prima collaborazione tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica nel settore dei voli nello spazio.

La missione non significò la fine della gara ma costituì il banco di prova per un incontro di tecnologie sensibili, caratterizzata dalla concorrenza strategica e sicuramente da grossi contenuti che implicavano la difesa dei due blocchi. Quell’evento, che mostrò un profondo segnale politico della volontà di pace reciproca, era stato incredibilmente previsto dal sindaco di Firenze Giorgio La Pira, quando agli inizi degli anni Sessanta era stato aperto uno dei primi simposi dello Spazio nella sua città di adozione. Se ASTP rimase un’azione unica delle due superpotenze, la collaborazione tra enti dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti aprì una porta immensa da cui sarebbe passato il programma Shuttle-Mir a partire dal 1995 e poi la SSI.

Mir-Shuttle fu una combinazione straordinaria di esperienze su cui ci riproponiamo di tornare presto perché alcune missioni hanno avuto una risoluzione mediatica molto più bassa di quanto non si possa immaginare. Ma la vera svolta si materializzò il 20 novembre 1998 quando dal cosmodromo di Bajkonur un Proton proveniente da una famiglia di missili balistici intercontinentali portò Zarja su un’orbita di 386 km. Era il primo modulo della Stazione, una centrale che fornì energia, propulsione e piano di imbarco durante le fasi di assemblaggio. Da allora le cose cambiarono corso. I russi persero l’esclusiva di avere i laboratori orbitanti perché l’America fu lesta a convincere il Cremlino che la Mir era troppo vecchia e troppo costosa per continuare a funzionare e così si decise di farla precipitare in maniera controllata nelle acque del Pacifico, il 23 marzo 2001 dopo soli 15 anni della sua storia. Un vero peccato perdere un gioiello del genere e a nulla valse anche la raccolta fondi dei privati, mobilitati per sostenere un sistema molto ben costruito. E nemmeno fu possibile trasportare e impegnare parti della Mir per l’assemblaggio di altri impianti orbitanti. Ma torniamo alla SSI, un’astronave gestita come progetto congiunto da cinque agenzie spaziali: la storica Nasa, la RKA russa, l’Esa, la giapponese JAXA e la canadese CSA-ASC. La proprietà e il suo utilizzo furono stabiliti in accordi intergovernativi per consentire alla Federazione russa di mantenere la piena proprietà dei suoi moduli.

La Stazione oggi viene ancora servita da Sojuz, Progress, Dragon e dal H-II Transfer Vehicle ed è stata visitata da personale proveniente da 15 Paesi diversi: nessuno proveniente dalla Cina o dalla Corea del Nord, ovviamente!

Lo Shuttle è stato fondamentale per la sua costruzione, ma quando gli americani decisero l’alienazione del suo servizio senza un immediato rimpiazzo, i più attenti avrebbero dovuto comprendere che l’interesse statunitense per la SSI non sarebbe stato più uguale ai tempi passati.

Il costo totale della SSI è stato stimato in un centinaio di miliardi di euro in 30 anni. Una cifra indicativa dell’Esa, ma non definitiva perché molti conteggi non hanno goduto della trasparenza immaginata. La sua costruzione è iniziata, come abbiamo visto, alla fine del secolo scorso e dovrebbe restare in funzione fino al quinto quinquennio del 2000, ordine previsto per il raggiungimento di tutti gli obiettivi scientifici. E dopo? Da tempo si sta parlando che i suoi costi sono molto elevati e non giustificano l’entità degli esperimenti realizzati. In realtà, l’operazione importante di un esame delle reazioni del corpo umano in condizioni di microgravità costituisce un argomento importante per la sopravvivenza del laboratorio orbitante ma a quanto risulta, l’industria farmaceutica non ha dato il peso necessario a certe situazioni che si sarebbero potute studiare con la dovuta competenza.

Una di queste discipline è senza dubbio l’osteoporosi, condizione in cui lo scheletro è soggetto a perdita di massa in seguito alla diminuzione di densità ossea. Il fenomeno colpisce entrambi i sessi sulla Terra – statisticamente fra i 50 e i 75 anni – ma maggiormente è il genere femminile a subirne il peso dopo la menopausa, che aumenta considerevolmente il rischio sino a quadruplicarne la patologia. Ed è amplificato per gli astronauti perché il processo di decalcificazione ossea diventa il risultato dell’azione di una forza di gravità marginale combinata con l’ipotrofia muscolare dovuta alla ridotta movimentazione degli individui, tant’è che la disfunzione riscontrata rappresenta uno dei maggiori ostacoli al progresso dei programmi spaziali di lunga durata: per andare e rientrare dai pianeti più vicini attualmente occorrono almeno tre anni, di sicuro un tempo sufficiente per causare gravi danni all’apparato osteo-articolare di ciascun componente del viaggio. Maggiori risultati si sono ottenuti nel campo della fisica con l’Alpha Magnetic Spectrometer, un rivelatore utilizzato per la fisica installato per la ricerca di nuovi tipi di particelle tramite la misura ad alta precisione della composizione dei raggi cosmici. Ma si tratta di ricerche di nicchia che nemmeno hanno ricadute mediatiche sugli abitanti del pianeta Terra.

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