giovedì, Dicembre 9

Isis, una seconda vita in Africa?

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Parliamo di Libia, quali sono stati gli sviluppi sul campo dopo la presa di Sirte da parte dell’esercito libico?

Dopo la caduta di Sirte i miliziani sono fuggiti per lo più verso sud, quindi nel Fezzan, probabilmente ricollegandosi con le altre organizzazioni che si trovano nell’entroterra del Paese, e che sono in contatto anche con le realtà qaediste del deserto. Altri miliziani sono fuggiti verso est, nella zona di Sabrata, dove vi erano altre organizzazioni minori. Diciamo che si sono sparpagliati per il Paese.

Un’altra zona particolarmente dinamica è l’Africa Occidentale. Qui le formazioni terroristiche di riferimento sono Al-Qaeda nel Maghreb Islamico e Al-Morabitoun di Belmokhtar, tuttavia sembra che di recente anche l’Isis si stia inserendo sul fronte Mali-Burkina Faso-Costa d’Avorio con il riconoscimento del gruppo Stato Islamico nel Grande Sahara. E’ in atto un riassestamento dei poteri nell’area?

Parlerei più che altro di ristrutturazione del panorama jihadista della regione. Questa nuova formazione affiliata a Isis non è in conflitto con Al-Qaeda, anzi direi che è in atto un’evoluzione sul piano dei rapporti tra le due organizzazioni. Bisogna considerare che lo scenario africano si distingue rispetto a quello medio-orientale per la sua maggiore fluidità. Questo sicuramente favorisce il dialogo tra le varie organizzazioni jihadiste. I rapporti tra Al-Qaeda e Isis in Africa possono essere considerati di competizione, ma si tratta di una competizione decisamente limitata, anche perché Isis non ha un network così forte e affermato come Al-Qaeda. E’ una competizione che si gioca su due livelli, uno territoriale, dove Isis non pone una minaccia concreta per la rete di Al-Qaeda, e una simbolica: laddove Isis faceva delle azioni spettacolari in Medio-Oriente o in Europa, Al-Qaeda rispondeva in Africa dimostrando la sua vitalità.

Alcuni analisti sostengono che i miliziani in fuga da Iraq e Siria potrebbero andare ad ingrossare le fila di Al-Qaeda piuttosto che riversarsi nelle formazioni africane aderenti allo Stato Islamico, secondo lei si tratta di un’ipotesi fondata?

Direi di si. Questo è favorito dai differenti rapporti di forza tra le due organizzazioni nel continente africano. Io non escludo che in futuro quelli che erano parte dello Stato Islamico possano rientrare nelle reti qaediste. Addirittura si potrebbe andare incontro anche ad una sorta di fusione tra i due gruppi, proprio perché è molto più facile fare questo tipo di accordi in Africa, in quanto non abbiamo due organizzazioni paritarie in conflitto per uno stesso territorio. Se, dopo la definitiva perdita dei territori medio-orientali del Califfato, i foreign fighters africani dovessero ritornare nei loro Paesi di origine, si troverebbero davanti a due possibilità: o creare una nuova organizzazione, se i numeri e le possibilità logistiche lo permetteranno, o confluire nelle reti già presenti, sia dell’Isis sia di Al-Qaeda. Siccome la rete dell’Isis non è così strutturata come lo è in Medio-Oriente non dobbiamo stupirci se questi miliziani si orienteranno verso l’organizzazione meglio radicata nel territorio, ovvero Al-Qaeda.

Qual’ è l’effettivo grado di collegamento tra i vertici del sedicente Stato Islamico e le organizzazioni terroristiche che operano in suo nome in Africa?

Siccome Isis è un’organizzazione che si basa molto sulla concessione del suo marchio, la rete non è piramidale, monolitica. I contatti tra vertici e filiali ci sono, soprattutto per quanto riguarda la logistica, ma non dobbiamo immaginare una catena di comando e controllo di tipo militare, fortemente strutturata. Parliamo di rete di contatti, quindi il collegamento è decisamente fluido.

Le filiali africane dell’Isis tendono ad operare come un unico organismo oppure, nonostante la retorica del Califfato islamico universale, si focalizzano maggiormente su obiettivi politici e territoriali locali?

In Africa il richiamo ideologico al Califfato universale è molto meno sentito rispetto al Medio-Oriente, si può dire che costituisca quasi una sorta di pretesto per ottenere il brand Isis. Sia l’Isis che le realtà locali che scelgono di giurare fedeltà al Califfato ottengono dei benefici comuni da questo collegamento. I gruppi usufruiscono ovviamente del marchio, che dà loro maggiore legittimità, maggiore visibilità, e anche maggiori risorse. A sua volta l’Isis, grazie all’attività dei gruppi locali, dimostra al mondo di essere diffuso in maniera capillare. Si tratta di un vantaggio reciproco. I fronti locali di insorgenza grazie alla benedizione di Isis si trasformano in fronti locali di un jihad globale.

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