lunedì, Settembre 27

Stato Islamico in Europa: l’altra faccia del Nazionalismo

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Il fatto che in Italia non si siano ancora avuti episodi terroristici di matrice islamica può dipendere dal fatto che nel Paese vi siano poche realtà come i quartieri-ghetto del Nord-Europa? Quali sono le caratteristiche delle periferie italiane e quelle nord-europee, soprattutto francesi ed inglesi?

Non è un caso che questi episodi siano avvenuti in insediamenti antichi: l’Inghilterra ha una storia coloniale, la Francia ha una storia coloniale, il Belgio ha un’immigrazione antica che risale al tempo in cui c’era tanto lavoro; in Italia, invece, l’immigrazione è un fenomeno molto recente che risale agli anni ’90 e che, tutt’oggi, è molto contenuto (i musulmani in Italia sono circa un milione settecentomila, secondo i dati dell’ISMU).

Inoltre, il tipo di insediamento è diverso, non è così cospicuo come nel caso francese, belga o britannico. Se guardiamo quelli che sono stati i casi in Italia, vediamo che si tratta in larga parte di giovani donne che si sono radicalizzate attraverso la rete (l’ISIS si vende esattamente come si vende un brand, un marchio, proponendo modelli di vita alternativi… ovviamente ha un target molto ristretto): per il momento siamo fuori da questo fenomeno, o siamo interessati da piccoli episodi o persone che possiamo definire “di passaggio”, perché la nostra tradizione coloniale non è paragonabile a quella degli altri Paesi europei.

Nel caso della Francia, potrebbe esserci anche un certo senso di risentimento a causa della sua antica politica di relazioni, ma anche i repressione, del mondo arabo. Le prime manifestazioni della comunità algerina in Francia risalgono agli anni ’80: ci fu la famosa marcia dei beurs, che è il modo in cui con un certo disprezzo vengono chiamati i francesi di origine magrebina, in cui venne consegnata una sorta di richiesta di pari diritti al Presidente dell’epoca François Mitterrand, che da Ministro degli Interni, negli anni ’50, aveva detto che la questione algerina si poteva risolvere in un unico modo, con la guerra. Quella fu una delle ultime chiamate, nel senso che, all’epoca, queste persone erano ancora inquadrate in partiti operai, in organizzazioni, e si sarebbero potute dare risposte costruttive ed incanalarli in percorsi di integrazione, di coinvolgimento nella Repubblica.

Quali sono le affinità e quali le differenze tra il fenomeno dei lupi solitari islamisti di oggi, da un lato, e terrorismo di destra ed eversione di sinistra degli anni ’70, dall’altro?

Il fenomeno dei lupi solitari, o dei piccoli gruppi di amici o familiari, si spiega facilmente perché le piccole strutture sono meno rintracciabili da parte della polizia: più è grande un’organizzazione, più è facile per le forze di sicurezza catturarne gli affiliati o infiltrarsi. Da un punto di vista organizzativo, quindi, stiamo parlando di piccoli nuclei e questa è una differenza con i gruppi terroristi degli anni ’70.

Dal punto di vista psicologico della ricerca di un mondo totalmente altro, qualche affinità si può trovare. Forse anche nel modello che viene solitamente utilizzato per definire gli islamisti radicali, quello di puntare in qualche modo a conquistare il potere, quindi con un approccio, se vogliamo, ‘leninista’: tutti i gruppi islamisti radicali pensano che sia importante conquistare il potere. La violenza diretta ad acquisire strutture statali è fondamentale: l’ISIS si è venduta con successo perché si è presentata come uno Stato.

Poi ci sono fenomeni più striscianti, che portano maggiori polemiche, ma più pacifici nelle società europee: si tratta dell’Islam delle Moschee, o quello di affiliazione ai Fratelli Musulmani che propone modelli di islamizzazione dal basso, dove si lavora nella società e non si utilizzano modelli violenti; si costruisce il consenso attraverso le Moschee, attraverso organizzazioni di tipo caritatevole. Non a caso, queste organizzazioni sono le più forti in Europa e, chiaramente, hanno tutto l’interesse a sconfiggere la radicalizzazione che, oltretutto, genera tensioni nella società e risulta controproducente per chi vive in Europa e vuole restare. Queste comunità, infatti, cominciano a collaborare con le autorità, segnalano i sospetti in maniera simile a quello che fecero i sindacati e i partiti di sinistra in Italia negli anni ’70.

Quale è il rapporto tra la criminalità comune e la radicalizzazione nelle carceri?

La radicalizzazione nelle carceri è un fenomeno che in Francia e in Inghilterra viene studiato da molti anni. In carcere, soprattutto in Francia, ci sono figure di leader. Chi è in carcere per motivi politici è più rispettato dagli altri detenuti; inoltre, aver accesso o far parte di questi gruppi dona al musulmano detenuto, magari per possesso di droga, una maggiore rispettabilità all’interno del carcere. Non solo: spesso l’adesione ad una religione di tipo comunitario all’interno del carcere porta a quella che viene chiamata la salvaguardia del sé, della propria individualità; consente a queste persone di vivere in maniera più normale all’interno del carcere. Il fatto di avere dei momenti di preghiera, di ritrovarsi con gli altri, di percepirsi diversi rispetto ai criminali comuni, in qualche modo aiuta queste persone.

A questo va aggiunta la presenza di leader all’interno che favorisce la radicalizzazione. Non a caso, ci sono anche progetti europei che finanziano lo studio e la prevenzione della radicalizzazione all’interno delle carceri. In Inghilterra esiste un volume, che sarà spesso cinque dita e che tutto il personale ausiliario del carcere deve conoscere, su come trattare le differenti religioni: questo per evitare di creare gruppi coesi all’interno delle carceri.

Ora che il cosiddetto califfato islamico è in seria difficoltà e cede terreno sotto l’avanzata delle coalizioni arabe e curde, come evolverà il fenomeno dei lupi solitari? C’è da aspettarsi una recrudescenza o una graduale estinzione?

Le strutture dello stato islamico stanno cedendo e non penso che questo durerà ancora a lungo. Il punto è che è possibile che questo porti a meccanismi di vendetta contro quei Paesi che hanno portato alla distruzione delle strutture dello stato islamico: quindi questo fenomeno può insabbiarsi momentaneamente, anche sull’onda delle vittorie militari, ma è un fenomeno che è pronto a riemergere. È un problema con cui dovremo confrontarci nei prossimi anni e che produrrà delle tensioni all’interno delle società occidentali: basti pensare alle polemiche, anche un po’ scomposte, sullo Ius Soli. Queste saranno, secondo me, le polemiche con cui dovremo abituarci a convivere sempre di più nel futuro. Mi viene in mente la trasformazione di alcune figure di intellettuali che forse un tempo avrebbero reagito in maniera diversa: figure che una volta avremmo definito progressiste si dimostrino molto meno progressiste, oppure come certe battaglie, che dovrebbero essere porte avanti da chi viene da una cultura di tipo illuminista o anche marxista, sono, in maniera scomposta e anche strumentale, portate avanti da persone che magari sono di estrema destra. C’è questo paradosso, c’è un cortocircuito che attraversa, sostanzialmente, tutti gli schieramenti.

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