domenica, Maggio 16

Stato Islamico catalizzatore dei nodi irrisolti

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Di seguito viene proposta la seconda parte dell’intervista a Valter Maria Coralluzzo, Professore di Relazioni Internazionali presso l’Università di Torino sulla strategia del Califfato Islamico in relazione agli attentati di Bruxelles. La prima parte -‘La strategia ISIS dopo Bruxelles‘ è stata pubblicata il 5 aprile 2016

 

Gli attentatori di Bruxelles erano, come già in altri casi, giovani uomini che risiedevano in territorio europeo: come si legge questa novità legata al Califfato?

È innegabile che la stragrande maggioranza dei soggetti coinvolti in attività terroristiche in Europa, anche solo come fiancheggiatori, è costituita da immigrati di seconda o persino terza generazione. Ciò costituisce una prova ulteriore (se mai ce ne fosse bisogno) del fallimento delle politiche di integrazione degli immigrati perseguite negli ultimi decenni, siano esse ispirate al modello assimilazionista francese o a quello multiculturalista britannico. E, come ha fatto amaramente notare Vittorio Emanuele Parsi, risulta difficile credere che un’Europa in crisi e in contrazione strutturale come quella attuale possa riuscire là dove ha fallito l’Europa in crescita e fiduciosa del boom postbellico o dei ruggenti anni Novanta. Non si può, inoltre, sottacere il fatto, ben evidenziato in una recente pubblicazione del Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS) intitolata ‘I foreign fighter europei‘, che la comunità musulmana dell’Unione europea (che conta poco meno di 20 milioni di fedeli) manifesta una propensione alla Jihad per abitante più elevata che in ogni altra parte del mondo, Medio Oriente compreso. L’indice di radicalizzazione jihadista, ossia la percentuale di potenziali combattenti jihadisti, rilevabile tra i musulmani dell’Ue è decisamente superiore a quella delle società autoctone integralmente musulmane. Ed è interessante osservare come tra i Paesi europei con la maggiore produzione di jihadisti che sono andati a combattere in qualità di foreign fighter sotto le bandiere di Al-Qaida o dell’ISIS figurino Paesi del nord Europa, come la Finlandia e la Danimarca, notoriamente avanzati quanto a capacità di accoglienza e di welfare per gli immigrati, a riprova di come sia difficile riuscire a integrare davvero soggetti di religione islamica nelle società europee, e di come le motivazioni che stanno alla base della radicalizzazione di questi soggetti non siano riconducibili sempre e soltanto a una storia personale fatta di sofferenze e umiliazioni, disagio economico ed esclusione sociale, aspettative deluse e mancanza di prospettive.

 

Quale influenza sta avendo il Califfato in Medio Oriente? E quanto può essere pericoloso in quella regione?

Entrambe le spiegazioni che abitualmente si danno della crescente conflittualità mediorientale  -quella ‘culturalista’, che chiama in causa la storica frattura religiosa fra sciiti e sunniti, ossia l’irriducibile alterità fra le due correnti principali dell’islam, e quella ‘politico-strategica’, che invece considera lo scontro in atto nel Medio Oriente come una semplice lotta per il predominio regionale fra l’Iran e l’Arabia Saudita, che strumentalizzerebbero la religione per mascherare le ragioni ben più concrete (strategiche, geopolitiche ed economiche) della loro contesa-   sono fuorvianti se considerate come dicotomiche e esclusive. La prima spiegazione è sostanzialmente falsa, perché non è nel fattore religioso che si può ravvisare il movente principale dei comportamenti degli attori mediorientali, bensì in solide ragioni di opportunità geopolitica e strategica. Si pensi all’Iran sciita: se Teheran appoggia il regime di Damasco (un regime secolare, socialista, dominato dalla minoranza alawita) non è certo per solidarietà pan-sciita, ma per precisi interessi geopolitici. La seconda spiegazione, benché più convincente della prima, risulta essa pure insoddisfacente, poiché sottovaluta gravemente la pervasività e la virulenza della polarizzazione su base identitaria (sia cultural-religiosa sia etnica), la quale, una volta che sia entrata a far parte, anche in modo strumentale, della vita quotidiana delle popolazioni, diventa difficile da sradicare. Rispetto a questa intricata situazione lo Stato Islamico si pone come una sorta di magnete, di catalizzatore capace di far venire al pettine tutti i nodi irrisolti della crisi mediorientale, a cominciare da quelli relativi all’artificiosità dei confini statuali tracciati sulla carta da francesi e britannici dopo la sconfitta dell’impero ottomano nella Prima guerra mondiale e sanciti, nel maggio di cent’anni fa, dall’accordo Sykes-Picot, che appunto prevedeva la costituzione nella regione, come nuove colonie dell’Occidente, di Stati-Nazione all’europea unitari e centralizzati, i quali, ignorando le dinamiche locali e accorpando con sovrana leggerezza gruppi etnici e religiosi eterogenei, quando non reciprocamente ostili, erano evidentemente destinati a un’instabilità e conflittualità perenni. A ciò si aggiunga che di fronte alla rapida ascesa, a cavallo tra Iraq e Siria, di una nuova entità come lo Stato Islamico, capace di espandersi territorialmente mediante una tradizionale guerra di conquista basata su tattiche terroristiche, gli altri attori (vicini e lontani, regionali e globali) hanno reagito nel modo (sbagliato) di sempre, cercando di sfruttare la situazione ciascuno a proprio vantaggio e a danno di qualcun altro, e illudendosi di poter utilizzare il nuovo soggetto ai propri fini per poi scaricarlo quando non più necessario.

 

È evidente che una situazione come questa è difficilmente sostenibile per gli attori occidentali: quali dovrebbero essere le strategie da mettere in campo? Si è parlato della necessità di rinnovare la creazione di un’Europa unita a 360 gradi: crede che possa essere efficace?

Per contrastare efficacemente la minaccia rappresentata dallo Stato Islamico (e, più in generale, dall’islamismo radicale in tutte le sue varianti) dobbiamo evitare sia gli scogli di una colpevole sottovalutazione della portata e della pericolosità (per gli interessi, ma anche per i valori, dell’Occidente) di questa minaccia, sia le secche pericolose di un’eccessiva focalizzazione sull’effetto blowback, quasi che si potesse spiegare l’intera fenomenologia terroristica nei termini di un disastroso ‘ritorno di fiamma’ causato dalle politiche imperialistiche condotte dalle potenze occidentali (Stati Uniti in testa) nella seconda metà del XX secolo. Occorre orientarsi verso una più attenta considerazione delle motivazioni che guidano i comportamenti dei gruppi jihadisti, ai quali preme non tanto dar prova della propria devozione ad Allah  -il riferimento religioso, quando è presente, è più una narrazione che una causa ispiratrice-  quanto competere con le potenze occidentali riguardo a dimensioni materiali (denaro, petrolio, mercato) e simboliche (potere, prestigio) appetibili a entrambe le parti. Non si può, tuttavia, chiudere gli occhi davanti alla deriva che ha portato i gruppi jihadisti a praticare un terrorismo di natura non più soltanto reattiva, ma spicca­tamente aggressiva: quand’anche ci mostrassimo accondiscendenti nei loro confronti, essi non desisterebbero dall’attaccarci, perché, come ho già detto, ci colpiscono per quello che siamo, non per quello che facciamo. Naturalmente, la critica doverosa nei confronti della cecità di quella parte dell’Occidente che, per usare le parole di André Glucksmann, rischia di farsi «complice passiva o avventata della sua scomparsa» deve accompagnarsi a una netta presa di di­stanza dalla logica fuorviante dello scontro fra civiltà, dalla retorica militarista alimentata dall’illusione di poter sconfiggere lo Stato Islamico (ma soprattutto il progetto politico totalitario che esso incarna) con i bombardamenti e dalla tentazione, cui sembrano indulgere settori sempre più ampi dell’opinione pubblica e delle élite politiche occidentali, di prendere per buone le equazioni musulmano=terrorista e (peggio ancora) rifugiato=jihadista (quando è evidente che l’arrivo di migliaia di profughi è la conseguenza, non la causa, del terrorismo). Bisogna, inoltre, far capire ai nostri alleati mediorientali, che si tratti dell’Arabia Saudita, delle petro-monarchie del Golfo, dell’Egitto o della Turchia, che il tempo dell’ambiguità e del doppio gioco di chi pubblicamente ostenta mano ferma nella repressione dei gruppi jihadisti e segretamente li istiga e finanzia è finito. Così com’è bene che noi capiamo che in questo scacchiere, ci piaccia o meno, la Russia può rivelarsi un partner affidabile, mentre, per le ragioni che ho spiegato prima, sarebbe azzardato ritenere che lo stesso valga per l’Iran, dove, dal tempo della rivoluzione khomeinista, vige un regime repressivo che ha pochi eguali al mondo. Occorre, infine, urgentemente por mano alla creazione di un’intelligence europea, per evitare che i servizi di sicurezza dei Paesi dell’Ue continuino ad agire in ordine sparso, facendosi un’inutile (anzi dannosa) concorrenza e ponendo continui ostacoli all’indispensabile condivisione dei dati e delle informazioni in possesso di ciascuno. Inutile dire che, in questa prospettiva, un più generale rilancio del processo di integrazione europea, finalizzato all’approfondimento del legame politico tra i paesi membri, sarebbe quanto mai auspicabile. Ci si consenta, tuttavia, un realistico pessimismo circa la capacità di un’Europa in crisi, preda di rigurgiti nazionalistici e pulsioni xenofobe (ma incline anche a un irresponsabile permissivismo nei rapporti con gli immigrati e in materia di lotta al terrorismo), di procedere con la necessaria urgenza in questa direzione.

 

 

 

 

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