giovedì, Settembre 23

Stato di diritto 'con caratteristiche cinesi' Come il peso della tradizione feudale ostacola la strada verso il rule of law

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Lo scorso autunno, mentre le proteste democratiche paralizzavano Hong Kong, il ‘Quotidiano del popolo’, megafono del Partito comunista cinese, bollava il movimento come ‘illegale’ invocando il rispetto dello ‘Stato di diritto’ nell’ex colonia britannica. Non molti giorni dopo, il ‘rule of law’ compariva in cima all’agenda del Quarto Plenum, conquistandosi un posto di primo piano nel corso di una riunione plenaria per la prima volta dalla fondazione del Partito. Il communiqué rilasciato al termine del consesso -16mila caratteri sulla riforma giudiziaria– mette in risalto come «l’obiettivo di governare il Paese secondo la legge sta portando alla realizzazione di un sistema di diritto con caratteristiche cinesi e un Paese socialista basato sul rule of law». Il percorso di riforma ambisce a «garantire l’imparzialità giudiziale, aumentare la credibilità del sistema giudiziario, rafforzare il senso dello Stato di diritto tra il popolo […] e potenziare la leadership del Partito nel processo di transizione verso un governo del Paese secondo la legge». Addirittura la Costituzione, miccia scatenante di un annoso dibattito, compare come «nucleo centrale del sistema legale socialista» propugnato dall’amministrazione Xi JinpingLi Keqiang. Nonostante la ricorrenza minacciosa delle famigerate ‘caratteristiche cinesi’ ci ricordi che Pechino è ben lungi dallo scarica il sistema del Partito unico per abbracciare una democrazia multipartitica di stampo occidentale, in assenza di una riforma politica vera e propria questo è ciò che, in Cina, più le si avvicina. Un riconoscimento a livello internazionale è quanto il gigante asiatico si aspetta di ottenere.

Appena alcuni giorni fa, il Pechino si scagliava a mezzo stampa contro Human Rights Watch ritenuto colpevole di ignorare i successi inanellati dalla Repubblica popolare nella difesa dei diritti umani. Non a caso la ristrutturazione del sistema legale viene citata come il principale canale attraverso cui effettuare la transizione dal ‘rule of power’ al ‘rule of law’. Limitando il potere discrezionale dei giudici si punta a «rafforzare il potere del popolo a sapere, farsi ascoltare, difendersi e rivolgersi alle corti di giustizia». A livello pratico, il processo di restyling ha già portato all’abolizione di 400 leggi, politiche e regolamenti del Partito. Secondo quanto ribadito giorni fa dal Comitato centrale politico e legislativo, la Cina si ripromette di archiviare il meccanismo delle quote «per gli arresti, i rinvii a giudizio, i verdetti di colpevolezza e la conclusione dei casi», all’origine di sentenze spesso affrettate. L’esigenza di rientrare all’interno di obiettivi prefissati ha fatto sì che fino a oggi oltre il 90% dei casi penali in Cina si sia concluso con una condanna. Come la cronaca recente dimostra, per Pechino è giunto il momento di fare un coraggioso passo indietro e riaprire fascicoli costati la pena capitale a persone innocenti.

Per evitare di incappare nei vecchi errori, il reclutamento di giudici e pubblici ministeri verrà sottoposto alla vigilanza della Corte Suprema del Popolo, massimo tribunale della Repubblica popolare, e delle corti provinciali. I tribunali locali passeranno sotto l’amministrazione delle autorità provinciali per prevenire che il regolare lavoro subisca le interferenze dei Governi a livello di città e contea. Grande novità: hanno già cominciato ad operare (venendo presi d’assalto) i primi tribunali circondariali con lo scopo di sottrarre i casi legali all’arbitrio e agli interessi dei funzionari locali. Limitare l’influenza delle cosiddettemosche‘ -i quadri corrotti di rango inferiore ai quali Xi Jinping ha dichiarato guerra- rientra tra i propositi delle nuove direttive percepite dal Partito come condizione necessaria affinché possano andare in porto le riforme economiche lanciate nel novembre 2013. Migliorare il sistema giudiziario vuol dire legare le mani alle mele marce di cui la leadership si sta progressivamente liberando (oltre 53mila i funzionari indagati per corruzione nei primi undici mesi del 2014), e fornire ai cittadini un mezzo pacifico con cui far ascoltare le proprie lamentele. Se è vero che l”armonia sociale‘ continua a rimanere uno dei principali crucci dell’establishment cinese, è anche vero che «chiudere il potere in una gabbia» è pur sempre meglio che perderlo. E a Zhongnanhai parrebbero aver capito che per mantenerlo non basta più soltanto assicurare benessere economico o reprimere le voci del dissenso. Da qui la necessità di una completa ristrutturazione del sistema che, tuttavia, per il momento continua a convivere con il vecchio metodo del ‘bavaglio’, suscitando lo sdegno della comunità internazionale.

Il mondo esterno osserva la metamorfosi cinese con occhio critico. Paul Gewirtz, docente di legge presso il China Center della Yale Law School, è uno dei pochi a riconoscere sulle colonne del ‘New York Times’ i progressi fatti sinora dalla Cina: negli ultimi vent’anni il numero degli avvocati è quasi raddoppiato, l’utilizzo della pena di morte drasticamente ridotto, il sistema dei campi di lavoro abolito e vietata la tortura come mezzo di estorsione nelle confessioni, pratica pubblicamente condannata dai media ufficiali. D’altro canto, riconoscere ai tribunali maggior autorità non significa assicurare l’indipendenza giudiziaria di cui godono le democrazie occidentali attraverso la separazione dei tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Significa piuttosto ridurre la capacità d’ingerenza dei governi periferici per rafforzare quella del Governo centrale. Mentre si tenta di aumentare il coinvolgimento dei cittadini implementando una democrazia consultiva‘, definita eloquentemente dall’agenzia di stampa Xinhua «un modello democratico, guidato dal Partito comunista, che prevede la consultazione di tutti i settori sociali riguardo alle principali questioni, prima e durante il processo di policy-making».

Rimproveri in tal senso non arrivano soltanto da oltre Muraglia. Un paio di settimane fa, Xie Guoming, editor del ‘People’s Tribune’, rivista affiliata al ‘Quotidiano del Popolo’, ha puntato il dito contro la «tradizione feudale in base alla quale il potere politico può sostituire la legge». Prima c’era l’imperatore oggi c’è il Partito-Stato ma in sostanza poco cambia, lascia intendere l’autore. «Le istruzioni orali dei leader sono superiori alle loro istruzioni scritte, e le istruzioni da loro scritte sono superiori ai documenti del Partito e del Governo, e i documenti del Partito e del Governo sono superiori alla legge e ai regolamenti».

Per Xie l’origine dell’anomalia cinese risale niente meno che al III secolo a. C., quando il Regno di Mezzo fu scosso da un’ondata di fervore intellettuale e lotte intestine. Una scuola di pensiero, il Legismo, si affermò come metodo di governo autocratico basato su un sistema legale e su stratagemmi politici volti a ottenere l’obbedienza dei sudditi. Durante la dinastia Han (206 a. C. – 220 d. C.) fu realizzata una sintesi di elementi confuciani e legisti poi cristallizzata in una forma di governo che sarebbe rimasta in gran parte immutata fino alla fine del XIX secolo. Ancora negli anni ’30 del secolo scorso, lo scrittore Lin Yutang magnificava i vantaggi del Legismo come panacea per i mali della Cina in contrapposizione al moralismo effimero del Confucianesimo, l’altro pilastro ideologico su cui poggia tutt’oggi la società cinese. Al Legismo -secondo Lin- si deve la concezione del governo attraverso le leggi (法制 fazhi) anziché attraverso l’operato di persone di valore (君子 junzi, gentiluomo) come voleva Confucio. In quest’ottica tutti diventano uguali davanti alla legge a prescindere dalla loro collocazione sociale. Tant’è che, in virtù della sua rigorosità e imparzialità, Lin vedeva nel Legismo ciò che più si avvicina alla nostra concezione di uguaglianza davanti alla legge, riducendo il divario tra un sistema (quello occidentale) incentrato sui diritti dell’individuo e uno (quello cinese) focalizzato sul benessere della collettività. Ma la Cina di Lin Yutang non è la Cina di Xie Guoming. Il sapere degli antichi, utilizzato come riempitivo durante il passaggio dall’Impero alla Repubblica, non solo non può più bastare alla seconda economia del mondo tenuta a vista dalla comunità internazionale e a caccia di investimenti esteri (nei piani di Pechino un apparato giuridico efficiente dovrebbe, tra le altre cose, invogliare l’arrivo di capitali d’oltremare), ma rischia anche di frenare le riforme.

Per capire quanto il Confucianesimo ancora conti in cima alla piramide del potere basta sfogliare ‘The Governance of China’, una summa di 79 discorsi tenuti dal Presidente Xi tra il novembre 2012 e il giugno 2014 pubblicata in nove lingue, che prende dichiaratamente in prestito una terminologia tutta confuciana («Quando vediamo uomini di virtù dobbiamo pensare ad eguagliarli; quando vediamo uomini di carattere contrario, dobbiamo esaminare noi stessi»). Come ci spiegava tempo fa il Professor Maurizio Scarpari, nell’attesa che il laborioso processo di riforma varato dalla leadership cominci a dare i primi frutti “si fa ricorso anche al rilancio delle virtù confuciane dell’amore filiale e della solidarietà per il prossimo; virtù confuciane che cercano di riproporre alcuni valori etici che hanno tenuto coesa la Cina per oltre 2000 anni.” Quando, però, si parla di eredità legista il discorso assume subito tinte fosche. Secondo Xie Guoming «il Legismo implica l’utilizzo della legge per governare il popolo, ma non per contenere il potere»; «enfatizza punizione severe per mantenere il controllo dei funzionari e dominare i cittadini». E’ l’insoluta tenzone tra ‘rule of law’ (Stato di diritto) e ‘rule by law’ (governare attraverso la legge). All’indomani del Quarto Plenum gli esperti di cose cinesi si erano domandati quale delle due traduzioni fosse preferibile per meglio descrivere il corso intrapreso dalle riforme. “In realtà, i due termini anche in mandarino hanno significati diversi,” ci dice Zou Keyuan, professore di Diritto internazionale presso la University of Central Lancashire e autore di ‘China’s Legal Reform: towards the Rule of Law’. “Il primo è fazhi (法治 ‘Stato di diritto’ o ‘rule of law’ in inglese), l’altro è fazhi (法制 governare attraverso la legge ovvero ‘rule by law’). Poiché i due termini, pur essendo ben distinti e scritti in maniera diversa si pronunciano allo stesso modo, per chi non conosce la lingua cinese è facile confondersi. Non credo che nella storia cinese ci sia mai stato ‘rule of law’ ma solo ‘rule by law’. In questo senso sono d’accordo con Xie. Anche se il governo cinese sostiene la costruzione di un Paese basato sullo Stato di diritto credo che la strada sia ancora molto lunga“.

Nel Legismo classico c’è un elemento di ‘Stato di diritto’, ma il ‘rule by law’ è predominante”, spiega a ‘L’Indro’ Sam Crane, Professore di Politica e Filosofia antica presso il Williams Collage, “E ‘abbastanza chiaro che Han Feizi (il più grande degli scrittori legisti) sia stato consulente del sovrano per costruire e mantenere un sistema giuridico rigoroso al fine di preservare il potere del reggente, un po’ come Machiavelli (anche se penso che sarebbe più corretto chiamare Machiavelli ‘l’Han Feizi italiano’ e non il contrario). In questo contesto il sovrano (che anticamente era una sola persona) è al di sopra della legge, e lo scopo della legge è quello di mantenere il sovrano al potere. Per questo si parla di ‘rule by law’. Curiosamente però Han Feizi era fermamente convinto che i ministri – cioè quelli con un certo potere politico in grado di sfidare il Principe – dovessero essere pienamente sottoposti alla legge. Per loro, c’era effettivamente uno ‘Stato di diritto’, nel senso che il loro potere politico era circoscritto dal diritto pubblico valido per tutti gli altri”.

Pensando alla situazione attuale, abbiamo davvero bisogno di prendere in considerazione il fatto che la Repubblica popolare cinese è governato dal Partito comunista, il quale intende il potere e la politica in termini leninisti. All’interno di questo tipo di struttura politica, il ‘Principe’ è, in sostanza, il Partito, non semplicemente il Presidente Xi. E il Partito è soggetto ad una disciplina interna che può prevalere sul diritto pubblico. Inoltre, è abbastanza ovvio che il Partito è esonerato da una piena applicazione del diritto pubblico. Quindi, l’espressione contemporanea di Legismo nella Cina continentale è più una questione di ‘rule by law’. La campagna contro la corruzione è ancora in corso ma se è vero che alcune ‘tigri’ [i funzionari di alto grado]sono state catturate, si noterà tuttavia che nessuno tra ‘principini’ [i membri dell’aristocrazia rossa di cui Xi Jinping fa parte]è ancora stato fatto politicamente fuori. Questi, troppo vicini alla base del potere di Xi, sono protetti da una piena implementazione della disciplina interna. Per loro, e ancora per buona parte dell’élite del Partito, il sistema è ancora basato sul ‘rule by law’ dal quale sono immuni. Tutto questo potrebbe cambiare nel corso della guerra contro la corruzione; vedremo se ci sarà una sterzata più significativa verso il ‘rule of law’. Va detto, tuttavia, che in ambiti della vita sociale non influenzati così centralmente dalla politica si può riscontrare un graduale sviluppo delle pratiche basate sullo ‘Stato di diritto’. Anche se esiste un limite politico sull’estensione che lo ‘Stato di diritto’ può raggiungere“.

Sullo stesso spartito Zhang Qianfan, professore presso la Law School della Peking University. “E’ vero che lo Stato di diritto richiede che non siano solo le persone a osservare la legge ma anche il Governo”, ci dice. Tuttavia il punto centrale non è la legge, ma il sistema politico. Né la Cina contemporanea né quella imperiale sono riuscite a raggiungere lo Stato di diritto -in particolare a contenere il potere pubblico-, sopratutto perché il governo non è eletto dal popolo; la gente non governa, piuttosto è stata in passato ed è tutt’oggi controllata prima dall’imperatore e poi dal Governo. Quindi la differenza concettuale è molto meno significativo di quanto non lo sia la differenza politica“.

 

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