giovedì, ottobre 18

Stati VS mercati: ecco il mondo che verrà Dall' Italia alla Cina passando da Germania a Usa: colloquio non proprio mainstream con l' economista Guido Salerno Aletta

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Da diversi giorni l’attenzione generale è concentrata sul Documento di Economia e Finanza (Def) varato dal governo Conte, ma il caso italiano non rappresenta di certo l’unico fattore destinato a condizionare pesantemente l’andamento dell’economia mondiale, sulla quale pesano numerose incognite, a partire dalla prorompente ascesa della Cina e dalla linea politica adottata dall’amministrazione Trump. Abbiamo parlato di tutto ciò con l’ economista Guido Salerno Aletta, ex direttore generale della Fondazione Ugo Bordoni ed ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi.

In un suo recente articolo, lei ha espresso l’opinione che l’attuale confronto tra operatori finanziari e governo italiano rappresenti una battaglia del grande scontro tra Stati e mercati. Cosa l’ha portata ad approdare a una simile conclusione? Come crede che si evolverà questo scontro?

I mercanti approfittano di qualsiasi occasione per arricchirsi. Un Paese che cerca di riportare le risorse finanziarie sulla economia reale è da abbattere. Tutto deve rifluire su Assicurazioni, Fondi, Borse, Derivati e via discorrendo, per gonfiare la bolla della Turbofinanza. Tutto dipende dalle Banche Centrali e dai Governi, che finora hanno preferito reflazionare la ricchezza finanziaria rispetto al reddito.

Mentre i riflettori europei rimangono rigorosamente puntati sulla situazione italiana, il documento sullo Stato dell’Unificazione pubblicato di recente dalle autorità tedesche certifica che la Germania – la sua parte orientale soprattutto – sta imbattendosi in grosse difficoltà economiche che avevano comunque cominciato ad emergere già da diversi anni, con il moltiplicarsi dei cosiddetti mini-job e di un fortissimo accentramento della ricchezza. A cosa sono dovuti, a suo parere, i problemi economici della Germania?

È un modello in profonda crisi, come dimostra la crescita delle opposizioni anche nello Stato più ricco, come la Baviera. L’immigrazione incontrollata, così come il sistema dei mini-job, ha dissestato la coesione sociale. I Tedeschi hanno accumulato una ricchezza fittizia, frutto dell’avanzo strutturale dei rapporti commerciali  con l’estero,  che si fonda sulla disponibilità dei debitori di pagare gli interessi ed il capitale prestato. È un insostenibile colonialismo finanziario.

Alcuni osservatori hanno richiamato l’attenzione su come la Germania, il maggior esportatore al mondo, stia perseverando nel dedicarsi alla produzione delle stesse merci senza puntare con decisione sullo sviluppo delle nuove tecnologie. Questo continuo specializzarsi su comparti ‘maturi (come l’automobile), non rischia di lasciare il Paese – e, a ricasco, l’intera Europa – pericolosamente indietro nella corsa allo sviluppo delle nuove tecnologie? Crede che l’austerità abbia giocato un ruolo rispetto a questo ‘ingessamento’ della Germania?

La Germania è vecchia. Continua a puntare su auto e chimica, i driver del Novecento. Ha già perduto la sfida della modernizzazione, avendo puntato sui Paesi satellite che forniscono semilavorati a basso prezzo nelle produzioni manifatturiere.

Sempre rimanendo sul fronte delle nuove tecnologie, gli addetti ai lavori non mancano di rilevare come la Cina si sia imposta da protagonista in questo delicatissimo settore. La cosa può sembrare stupefacente, se si considera che un po’ ovunque in Europa vige la diffusa convinzione che i cinesi continuino a basare la loro forza sulle produzioni di bassa lega facendo affidamento sul vantaggio competitivo dato dai bassi salari. Come giudica la strategia economica cinese? Quali sono i principali punti di forza dell’ex Celeste Impero?

La Cina non ha fatto altro che incamerare innovazione tecnologica a costo zero, imponendo la condivisione del know-how delle aziende straniere che volevano approfittare del basso costo del lavoro cinese. Ora la forza dell’economia cinese non si fonda sui bassi salari, ma sulla capacità di integrare la catena del valore attraverso una supplychain tecnologica controllata in ogni aspetto. IL protezionismo Occidentale, rispetto all’abbattimento di ogni barriera al commercio, porterà alla divisione del globo in due aree di influenza

Specie con l’ascesa al potere di Donald Trump, gli Stati Uniti hanno adottato una postura particolarmente aggressiva nei confronti della Cina, accusata di manipolare la moneta, di costruire con i propri partner rapporti economici di tipo asimmetrico e di ‘derubare’ gli Usa di molte tecnologie sensibili – benché gli stessi Stati Uniti abbiano fatto esattamente la stessa cosa quando dovevano ancora affermarsi al rango grande potenza. Prima con il Tpp e ora con la politica dei dazi, associata a un forte attivismo diplomatico e militare nel Mar Cinese Meridionale, gli Stati Uniti sembrano orientati ad ‘accerchiare’ la Cina in un’ottica di contenimento. Che idea si è fatto in merito al confronto Stati Uniti-Cina? Come valuta le contromosse cinesi?

Il vantaggio della Cina risiede ormai esclusivamente nel potenziale di crescita economica e nella direzione centralizzata degli investimenti. Una volta fallita la strategia obamiana di accerchiare Cina e Russia con il TPP e TTIP, ci sarà un conflitto asimmetrico tra la Cina che cerca di proiettarsi nel mondo attraverso la Via della Seta e gli Usa che cercheranno di bloccare questa espansione usando gli strumenti militari, finanziari e di condizionamento.

La linea ‘neoprotezionista’ di Trump è vista da molti – specie in Germania – come un pericolo micidiale per la libertà di commercio e la stessa crescita economica. Alcuni accademici hanno addirittura ipotizzato un parallelo tra l’attuale politica tariffaria e le misure protezionistiche adottate negli Usa tra il 1922 e il 1930, ritenute corresponsabili dello scoppio della crisi del 1929 e della Grande Depressione – oltre che dei relativi effetti prodotti in Europa e nel resto del mondo. Ritiene appropriato questo parallelo? Quali sono gli obiettivi che Trump si propone di conseguire attraverso questo genere di politica?

Gli Usa sono afflitti dalla duplicità della loro economia: sono un Paese agricolo, ed or potenzialmente esportatore di energia, in competizione con altri molto più poveri, come l’Argentina o la Russia, e dall’altro sono il principale produttore di tecnologie avanzate. Ma devono soprattutto fronteggiare l’abbandono della manifattura. Nella divisione internazionale del lavoro si trovano nella stessa situazione del primo dopoguerra, con un conflitto insanabile tra i produttori che chiedono un dollaro basso per essere competitivi e Wall Street che vuole un dollaro alto per attirare capitali da gestire. Gli alti tassi di interesse sul dollaro servono a questo, oltre che ad assicurare la copertura del twin deficit, assai più che a controllare l’inflazione.

Da anni la stampa mainstream continua a celebrare la crescita economica statunitense, basandosi sui dati relativi al Pil e alla disoccupazione. Eppure, su una popolazione di 325 milioni di persone e una forza lavoro che annovera quasi 258 milioni di unità, oltre 96 milioni di adulti risultano inoccupati e 6 milioni sottoccupati. Il tasso di partecipazione della forza lavoro alla crescita economica (una percentuale che oscilla ormai da anni tra il 62 e il 63%) è ai livelli più bassi dalla fine degli anni ’70, quando ancora si avvertiva pesantemente l’impatto dello sganciamento del dollaro dall’oro e degli shock petroliferi. Come si spiega questa ‘sconnessione’ tra statistiche ufficiali e dati ‘grezzi’? Quali sono i principali problemi che affliggono l’economia statunitense?

L’abbandono della manifattura ed il conseguente minore ruolo dei salari nella ripartizione del reddito nazionale lordo, vista la frammentazione dell’impiego nel terziario, ha portato alla scomparsa della classe media ed alla precarizzazione del lavoro. Trump è solo un megafono di questa situazione di crescente difficoltà. Senza risparmio interno delle famiglie, tutto è ormai dipendente dal credito e dalla capacità dei debitori di ripagarlo.

Grazie allo sviluppo delle tecnologie in grado di estrarre petrolio e gas di scisto, gli Stati Uniti si sono accreditati come vera e propria superpotenza energetica. Come peserà la conquista di questo nuovo status sugli equilibri energetici internazionali? Crede che la disponibilità di enormi riserve di idrocarburi da parte degli Stati Uniti allenterà il rapporto simbiotico che lega storicamente Washington all’Arabia Saudita?

Il tema cruciale è la alimentazione del debito estero americano, di cui i petrodollari sono stati un pilastro fondamentale. La potenzialità di esportare direttamente gas, fornisce agli Usa un assetstrategico inatteso. Riduce la progressiva erosione degli scambi petroliferi in dollari, che pregiudica il valore fondamentale del dollaro come strumento indispensabile per il commercio.

Negli ultimi anni, una serie di nazioni a partire da Russia, Cina e Iran hanno gettato le basi per eliminare l’intermediazione del dollaro nei loro scambi bilaterali, e la stessa Unione Europea ha ventilato l’ipotesi di dotarsi di un proprio canale di pagamento per espletare il proprio commercio con la Repubblica Islamica. Da diversi anni, intanto, si registra uno straordinario attivismo intorno all’oro. Cina, Russia, Germania, Venezuela e moltissimi altri Paesi del mondo hanno incrementato le proprie riserve o richiesto il rimpatrio ai Paesi che custodivano le loro riserve auree. Un avveduto osservatore come Ambrose Evans-Pritchard ha ipotizzato che ciò possa preludere a una sorta di restaurazione del vecchio gold standard in sostituzione del dollaro, in evidente fase declinante. Come valuta le manovre russo-cinesi finalizzate all’abbandono del dollaro? Ritiene verosimile ed auspicabile il ritorno a una qualche forma di ancoraggio all’oro?

Il nodo cruciale del conflitto strategico odierno riguarda il ruolo del dollaro e la sua sostituibilità. Su questo si fonda il nuovo paradigma della divisione del globo in aree, non più ideologiche ma politico-finanziarie. I nuovi blocchi sono questi. L’oro ha un ruolo succedaneo, limitato, rispetto alle risorse minerarie, che possono essere utilizzate come sottostante. Il riequilibrio delle bilance commerciali e dei pagamenti rappresenta il miglior antidoto rispetto alla deriva verso valute che devono sostenere il rischio delle crescite squilibrate e dei debiti che ne derivano.

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