lunedì, Settembre 27

Stati Uniti: il viaggio di Donald Trump in Asia Dalla crisi coreana al complesso rapporto con la Cina. L' intervista a Stefano Silvestri

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Nella stessa occasione, Stoltenberg ha affermato: «Ci rendiamo conto che anche l’Europa è alla portata dei missili nordcoreani. Anche i Paesi della NATO sono minacciati».

Sì. Ciononostante, a mio avviso, se dovessimo parlare di scenari di conflitto, quello che preoccupa di più, in caso di conflitto con la Corea del Nord, non è tanto la minaccia potenziale nordcoreana verso l’ Europa quanto capire cosa farà soprattutto la Russia in una circostanza simile. Posso immaginare, per esempio, che durante un conflitto tra Corea del Nord e Stati Uniti, la Russia venga coinvolta soltanto esternamente, giocando comunque un ruolo importante in quanto Paese presente nell’ area e avente una delle maggiori basi militari nel Pacifico, a pochi chilometri di distanza dalla Corea del Nord.

Dal punto di vista europeo, ci sarebbe comunque necessità di non provocare la Russia ad intervenire; anche se la Russia mostrasse volontà interventiste, sarebbe necessario bloccare questa tendenza.

In fondo, rispetto alla Corea del Nord, anche gli Stati Uniti di Donald Trump si trovano in una condizione di ‘impotenza’?

E’ certamente difficile nella misura in cui non hanno un dialogo in questa fase con la Corea del Nord e finché non si trova un punto in comune che, tra l’ altro, sembra molto difficile da trovare. Quindi più che un dialogo, si ha un confronto. E questo pone gli Stati Uniti in una situazione difficile. Non possono permettersi di usare loro, per primi, le armi nucleari.

Rispetto alla linea da tenere nei confronti di Pyongyang, all’ interno dell’ Amministrazione Trump vi è una condivisione tra le diverse componenti, o esistono molteplici approcci?

Come al solito, vi sono diversi approcci. Ci sono quelli che dicono ‘non dobbiamo entrare di nuovo in conflitto’  e ci sono quelli che, invece, vorrebbero l’ intervento militare immediato.

Il segretario americano alla Difesa James Mattis ha accusato Pyongyang di ‘programmi illegali e non necessari’ di sviluppo nucleare e ha aggiunto: «Non fate errori. Qualsiasi arma nucleare troverà una massiccia risposta militare».

Discorsi di questo tipo negli Stati Uniti si stanno moltiplicando. Il problema è che dovrebbe essere un intervento molto massiccio perché si tratta solo di distruggere alcune armi nucleari, cosa già di per sé abbastanza complicata, ma si tratta anche di evitare un contrattacco nordcoreano. L’ intervento americano, in questo senso, potrebbe aggravare la tensione, senza portare ad una risoluzione della crisi. Qualora gli americani distruggessero le armi nucleari nordcoreane, le forze di Pyongyang continuerebbero a mantenere la positività, semplicemente con le loro batterie di artiglieria, di distruggere Seoul, dove sono parecchi milioni di abitanti, causando una distruzione equivalente a quella nucleare, anche senza le armi nucleari. E’ vero che lì c’è uno schieramento di forze armate, ma è altrettanto vero che i nordcoreani sono, per così dire, a pochi metri e quindi non ci sarebbero molte possibilità di scampo.

La prima linea nordcoreana, è, peraltro, a pochi passi dalla zona demilitarizzata.

Esattamente e quindi anche se discorsi ‘guerrafondai’ negli Stati Uniti si moltiplicano, io mi auguro che Trump ci pensi due volte in quanto un colpo chirurgico, ammesso che riesca a distruggere le armi nucleari, non sarebbe sufficiente ad eliminare la minaccia della Corea del Nord. Se invece si volesse fare un colpo diretto a distruggere anche le potenzialità militari convenzionali della Corea del Nord, parliamo di un intervento che dovrebbe essere estremamente massiccio e non so neanche se realmente possibile. L’ uso, per primi, di armi nucleari da parte statunitense, senza seria provocazione, non mi pare possibile. Le provocazioni e le minacce che finora ci sono state mi sembrano politicamente giustificazioni molto deboli.

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