domenica, Maggio 9

Stati Uniti, rivolta contro il sistema?

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Trump ha sbancato in Michigan, Wisconsin, Iowa, Indiana, West Virginia, Ohio e Pennsylvania (Stati che, ad eccezione dell’Indiana e del West Virginia, erano andati tutti ai democratici alle elezioni del 2012) sottolineando agli occhi dei disoccupati e degli operai che fanno sempre più fatica a sbarcare il lunario e a tenersi stretto il posto di lavoro di aver di fronte un candidato estraneo al ‘sistema’, che aveva pagato di tasca propria gran parte della campagna elettorale e stava riuscendo a concorrere efficacemente per la Casa Bianca nonostante l’establishment del suo stesso partito avesse fatto di tutto per frenare la sua corsa. Lo ha fatto impiegando una retorica tanto rude e volgare quanto efficace nell’indurre bianchi, neri, ispanici, eterosessuali, gay, cristiani, ebrei e musulmani ad attribuire un’importanza del tutto secondaria alle loro differenze etniche, religiose e di genere in nome del primato costituito dalla loro comune appartenenza a classi sociali disagiate.

A fare la differenza è stata proprio questa capacità di Trump di fare in modo che i fattori etnici – su cui molto tendono a far leva i democratici, i quali godono tradizionalmente del favore delle minoranze – venissero declinati in forma economica e non identitaria. Ciò ha fatto sì che una compagine estremamente variegata votasse a favore del candidato repubblicano assieme a quegli Wasp razzisti contro cui si scagliano oggi gli stessi ‘specialisti’ che fino a ieri consideravano questo gruppo sociale il nocciolo duro della middle-class, unanimemente riconosciuta la vera e propria spina dorsale dell’economia Usa. L’identikit stereotipato (maschio, bianco non particolarmente acculturato) dell’elettore medio di Donald Trump disegnato da costoro non solo trasuda un marcato odio di classe più confacente alla Francia del XVIII Secolo che al mondo d’oggi, ma tradisce la totale ignoranza della realtà statunitense, perché non riflette la complessità dell’elettorato che ha favorito l’ascesa del tycoon newyorkese alla presidenza.

Un elettorato che ha cercato per anni una alternativa allo status quo, e che appena ha creduto di averla individuata in Barack Obama, ha appoggiato in massa il semi-sconosciuto senatore dell’Illinois facendone una macchina da guerra in grado di sconfiggere Hillary Clinton alle primarie e di seppellire il candidato repubblicano John McCain sotto una valanga di voti. Obama non è stato tuttavia capace di assicurare quella sostanziale discontinuità rispetto alle politiche del passato, ed ora quello stesso elettorato che lo aveva condotto alla Casa Bianca è passato ad appoggiare un outsider come Trump, riponendo in lui le medesime speranze. Il punto è che per mettere in atto un vero cambiamento occorre garantire all’elettorato la possibilità di scegliere strade realmente differenti tra loro. Esattamente ciò che i partiti si sono finora assicurati di evitare in nome di una visione assiomatica che trova nella liberalizzazione dei flussi di capitale, nelle privatizzazioni, nella compressione dei salari e nella riduzione della spesa pubblica i propri capisaldi concettuali.

In America come in Europa, questa è stata la politica adottata finora, a prescindere dal colore dei governi e dei parlamenti. Personaggi come Trump sono la risposta a questo stallo intellettuale risultate dalla degenerazione oligarchica fattasi progressivamente strada in tutte le democrazie europee. Un approccio che rifiuta di porre tutti i cittadini su un livello di parità perché ritiene che le élite tecnocratiche siano depositarie di una specie di ‘conoscenza assoluta’ che non contempla l’esistenza di alcuna alternativa allo status quo. Il successo di Trump è dovuto in buona parte proprio al suo mettere in radicale discussione i dogmi del nostro tempo, la cui stretta osservanza ha spinto le società civili sul piano inclinato dell’impoverimento e della disoccupazione.

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