martedì, Aprile 20

Stati Uniti, rivolta contro il sistema?

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Come accaduto all’indomani del Brexit, già dalle ore immediatamente successive al verdetto delle urne negli Stati Uniti si è assistito al proliferare di analisi e valutazioni basate su griglie demografiche (che prendono in esame, sesso, etnia, religione, età, ecc.) del tutto inadeguate a interpretare spiegare le ragioni del successo di Donald Trump. Sondaggisti e ‘profeti’ di varia natura si erano adoperati in analisi di questo tipo per essere clamorosamente smentiti dai fatti, non comprendendo la natura ‘di classe’ che stava acquisendo una fetta più che ragguardevole dell’elettorato.

Alla vigilia del voto, i commentatori liberal continuavano ad esprimere la convinzione che tutti gli Usa stiano guadagnando dalla globalizzazione nella stessa misura in cui se ne avvantaggiano gli Stati del New England e della Silicon Valley, non accorgendosi (o non volendosi accorgere o accorgendosi ma facendo finta del contrario) che per dare una pennellata di presentabilità alla condizione economica in cui versano gli Stati Uniti si è dovuto ricorrere a una sostanziale modifica dei metodi di calcolo di fondamentali come disoccupazione e inflazione. Non stupisce quindi che, vedendo disintegrarsi le proprie previsioni che attribuivano alla Clinton una vittoria con largo margine, l’intellettuale liberal Premio Nobel per l’economia Paul Krugman abbia dovuto ammettere di non conoscere in proprio Paese, a differenza di un grande cantautore come Bruce Springsteen, capace di dipingere quell’America lavoratrice sempre più consapevole di esser scaricata dai propri tradizionali referenti, tanto più ricchi ed autoreferenziali quanto più inclini ad allontanarsi dalla propria base elettorale.

Agli occhi di questa fascia sociale abbandonata ed impoverita, i Clinton, capaci di sfruttare la politica in maniera incredibilmente spregiudicata – come dimostrato dalle migliaia di e-mail diffuse da ‘WikiLeaks’ e dall’inchiesta del ‘Wall street Journal’ – per mettere in piedi un impero (quella della Clinton Foundation) da quasi 400 milioni di dollari, rappresentano l’incarnazione dello storico voltafaccia subito dai lavoratori Usa. Bernie Sanders, il candidato sconfitto alle primarie democratiche da Hillary Clinton anche grazie ai favoritismi dall’apparato del partito, ha dimostrato piena consapevolezza di ciò dichiarando che Trump «ha attinto alla rabbia della classe media stanca dell’establishment politico, economico e dei media […] Se Trump si mostrerà serio nel voler perseguire politiche che migliorino la vita dei lavoratori in questo Paese, io e altri politici progressisti siamo pronti a lavorare con lui».

Se si osserva la mappa elettorale degli Stati Uniti, è facile accorgersi che non sono gli evangelici, il Ku Klux Klan o gli ‘anziani egoisti’ (un’espressione che ha preso piede a seguito del referendum britannico) ad aver spostato gli equilibri elettorali, ma la valanga di voti della Rust Belt, la ‘cintura della ruggine’ che soffre maggiormente l’impatto della globalizzazione. In questi Stati manifatturieri si concentrano gli effetti disastrosi della delocalizzazione degli impianti produttivi, dell’aumento della disoccupazione e dello stallo dei salari. Una situazione ben illustrata dalle condizioni indicibili (spopolamento, disoccupazione dilagante, aumento esponenziale della criminalità, ecc.) in cui versa una città come Detroit, storica capitale mondiale dell’automobile.

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