venerdì, Maggio 7

Stati Uniti, ‘paradiso fiscale’ in ascesa

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A partire dagli anni ’80, la crescita ipertrofica del settore finanziario si è sviluppata entro una cornice generale caratterizzata dal più totale vuoto normativo, in cui la deregolamentazione dei singoli mercati nazionali non è stata sostituita con nuove normative internazionali atti a disciplinare i movimenti di capitale. Il che non poteva che consolidare la piuttosto diffusa pratica, da parte delle aziende, di aggirare le imposte vigenti nei Paesi d’origine sussidiando le proprie attività presso le società off-shore. L’ex presidente tanzaniano Julius K. Nyerere ha evidenziato a questo proposito che: «Le transazioni finanziarie internazionali vengono effettuate in un regime che rasenta la totale anarchia. Molti organismi e commissioni tentano di coordinare politiche di regolamentazione a livello nazionale e di negoziare standard internazionali, ma non hanno poi alcun potere di garantirne l’effettiva applicazione. Le Isole Cayman e le Bermuda non offrono soltanto belle spiagge, ma anche porti al riparo da ogni regolamentazione e accordo internazionale sui movimenti dei capitale».

L’approfondimento del deficit di bilancio registrato dagli Usa nel corso degli anni ‘80 era strettamente connesso alla fuga di profitti aziendali non registrati nei bilanci, che vennero depositati nelle banche off-shore delle Cayman, delle Bahamas, della Svizzera e del Lussemburgo. Da uno studio condotto da James Henry, ex capo economista della società di consulenza finanziaria McKinsey, è emerso che alla fine del 2010 il patrimonio occulto custodito nelle Cayman o in altri ‘paradisi fiscali’ ammontava a oltre 21.000 miliardi di dollari se si prendevano in esame solo i depositi bancari e gli investimenti finanziari, mentre tenendo conto delle proprietà fisiche (immobili, mezzi di trasporto, ecc.) si arrivava a 32.000 miliardi di dollari, equivalenti grosso modo al doppio del Pil statunitense. Ma non solo soltanto le grandi aziende a ricorrere ai ‘paradisi fiscali’; trafficanti di droga e di organi, mafie, politici corrotti, evasori fiscali di altissimo livello e criminali di vario genere depositano regolarmente i propri fondi sporchi – ‘neri’ se nascosti al fisco e ‘rossi’ se macchiati di sangue – in conti correnti off-shore nei ‘porti franchi’, i quali non si limitano a garantire l’anonimato e un bassissimo livello di tassazione, ma provvedono a riciclare denaro sporco e reintrodurlo successivamente nei regolari circuiti finanziari.

La Gran Bretagna, e più specificamente l’epicentro finanziario della City di Londra, sono state per decenni il centro di questo sistema. Come spiega l’analista Nicholas Shaxson: «La Gran Bretagna è al centro di una rete di ‘paradisi fiscali’ che alimentano in capitali la City di Londra, procurandole il gigantesco volume d’affari che sappiamo. Il primo cerchio della rete è costituito dalle cosiddette dipendenze della Corona: Jersey, Guernesey e l’Isola di Man, che fanno affari specialmente con Europa, Russia e Medio Oriente; il secondo cerchio è costituito dai territori britannici d’oltremare, come le Cayman e le Bermuda, che raccolgono soprattutto dalle due Americhe». Stando alla diagnosi proposta da Shaxon, la vasta rete del sistema finanziario ombra si diramerebbe quindi da Londra per articolarsi ed estendersi all’interno pianeta attraverso due ‘cerchi’ intermedi. Il primo ‘cerchio’ corrisponde alle tre isole della costa inglese – Jersey, Guernsey e Man – ed è rivolto verso l’Africa e l’Asia. L’altro ‘cerchio’ coincide con le Isole Cayman (che ospitano 80.000 società – per 44.000 abitanti – e domiciliano il 75% degli hedge fund del mondo) e le Bermuda, ed è orientato verso le Americhe. Potendo contare su tali ramificazioni, la City di Londra è riuscita ad attirare l’inaudita somma complessiva di fondi esteri di 3.400 miliardi di euro. Ma se la Gran Bretagna gestisce l’enorme struttura finalizzata alla raccolta dei fondi, gli Stati Uniti rimangono la principale destinazione del denaro. Gli Usa sono stati i primi a dar sfoggio all’universo off-shore, in forza della loro consolidata inclinazione a chiudere i loro conti con l’estero, cronicamente in deficit, anche attirando denaro di provenienza poco chiara al quale offrono esenzioni fiscali e protezione legale.

A partire dal 2008, le forti pressioni esercitate da diversi Paesi ed organizzazioni non statuali hanno indotto Washington a porre ufficialmente l’abolizione del segreto bancario – che è la principale arma dei ‘paradisi fiscali’ – in cima alla scala delle priorità. Nel marzo 2010,  il Congresso ha approvato il Foreign Account Tax Compliance Act (Fatca), una legge che impone a qualsiasi istituzione finanziaria a fornire alle autorità tutte le informazioni riguardanti i clienti statunitensi. Dietro sollecitazione Usa, i Paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) avevano emulato l’esempio Usa, mettendo a punto una normativa, modellata sul calco del Fatca, che prevedeva l’introduzione di uno schema mondiale di scambio di informazioni teso a permettere alle autorità competenti di stanare gli evasori fiscali e assicurarli alla giustizia. Dal 2014, 97 Paesi hanno sottoscritto la normativa Ocse, compresi Svizzera e Lussemburgo, e tantissimi altri hanno cominciato a valutare la possibilità di aderire al progetto. In buona sostanza, gli Usa hanno chiesto ed ottenuto trasparenza dal resto del mondo senza ricambiare il favore. Il che ha indotto Peter A. Cotorceanu, law firm di una prestigiosa società finanziaria elvetica, ad affermare che «è ironico e perverso allo stesso tempo che gli Stati Uniti, distintisi per durezza nel condannare le banche svizzere, stiano blindando la permanenza del segreto bancario nelle loro giurisdizioni», dal momento che, evitando di applicare il progetto elaborato dall’Ocse, Washington ha permesso a Stati federali come Delaware, Nevada, South Dakota e Wyoming di mantenere il loro elevatissimo livello di opacità finanziaria e di consolidare la loro posizione di ‘paradisi fiscali’ on-shore, in cui i grandi evasori depositano i propri redditi per nasconderli alle autorità e dove le grandi multinazionali statunitensi domiciliano proprie società di comodo utili ad aggirare il regime fiscale in vigore nel resto degli Usa. È il caso di Apple, che, come documentato da una dettagliata inchiesta del ‘New York Times’, ha fondato Braeburn Capital, sussidiaria della Apple incaricata di gestire l’ingente patrimonio liquido della società, a Reno, in Nevada. Il regime fiscale del Nevada, che non prevede né la corporate tax né l’imposta sul capital gain, permette all’azienda non solo di sottrarre i profitti sulla liquidità investita al regime fiscale della California, dove l’azienda è domiciliata, ma anche di alleggerire il carico fiscale in Stati federati quali Florida, New Jersey e New Mexico, le cui giurisdizioni allineano la tassazione della società principale a quella cui è sottoposta la sua sussidiaria domiciliata in un altro Stato. Il ‘caso Apple’ ha quindi spinto la altre imprese della Silicon Valley (Intel, Microsoft, Oracle, ecc.) ad esercitare pressioni sullo Stato della California affinché adottasse il regime fiscale in vigore in Florida, New Jersey e New Mexico dietro la minaccia di fondare a loro volta proprie società finanziarie nel vicino Nevada per aggirare la tassazione californiana. Dopo un lungo braccio di ferro che ha determinato un’emorragia di capitali tradottasi in 1,5 miliardi di dollari in meno di gettito fiscale e conseguente dissesto dei conti pubblici, la California ha ceduto, allineando il proprio regime fiscale a quelli indicati dalle grandi aziende della Silicon Valley.

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