domenica, Giugno 20

Stati Uniti: la nazionalizzazione del 5G, tra sicurezza ed economia Quale sarà la strategia della Presidenza Trump per far fronte alla minaccia cinese?

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Da diversi giorni è rimbalzata da un modem all’ altro nella Patria del libero mercato la parola ‘nazionalizzazione’ in riferimento alla rete 5G degli Usa che dovrebbe passare sotto il controllo diretto del Governo federale così da creare un unico network, ben difeso da una da quella che l’ Amministrazione Trump ha definito nella nuova ‘Strategia di Sicurezza Nazionale’ una vera e propria minaccia globale cyber, ossia la Cina, anch’ essa molto avanti nello sviluppo del 5G e che ha recentemente annunciato investimenti per oltre 400 miliardi di dollari a tal fine. Stando a documenti riservati pubblicati giorni fa sul sito americano Axios, ‘nazionalizzare’ è la soluzione avanzata dal National Security Council, organo che  assiste il Presidente nelle materie strategiche e di sicurezza nazionale. Del resto, come si evince in un documento pubblicato da Axios.com, «i dati sono il petrolio del 21esimo secolo e Cina finora ha costruito la riserva mondiale più grande»  accostando la possibile nazionalizzazione dell’ infrastruttura 5G al “National Highway Ssytem” di Eisenhower o del sistema satellitare GPS.

Il testa a testa Stati Uniti – Cina rende necessario, come ha sostenuto qualche settimana fa Jessica Rosenworcel, Commissaria democratica della FCC (Federal Communication Commission), nominata da Obama nel 2012 e riconfermata nel 2017 con Trump, che il l’ America non si adagi sull’ avanguardia del wireless 4G che ha portato grandi profitti all’ economia nazionale e che «generano 400 miliardi di dollari di attività economica annua», ma, anzi, che si prepari alla nuova sfida, quella del 5G che potrebbe essere il viatico dell’ era  dell’Internet of Things: «sulla carta il 5G è una priorità, nella Strategia per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti presentata lo scorso anno c’è un richiamo diretto alla prossima generazione di servizi wireless»

La situazione è molto cambiata rispetto a due anni fa quando gli USA si sono assicurati il primo posto nella classifica degli Stati che hanno aperto al 5G: ora, infatti, regna lo stallo in quanto non vi è nessuna gara per l’ assegnazione delle frequenze. «Dobbiamo fissare una gara subito, il mondo non aspetta. La Corea del Sud ha fissato la gara per la banda 28 Ghz a ottobre di quest’anno, se non prima» aveva scritto la Rosenworcel. Occorrerebbe porre mano – aveva affermato la Commissaria – alla stesura di un programma e di un calendario su «quando e come intende mettere a gara nuove risorse di spettro per i servizi 5G».

Secondo il Consiglio per la sicurezza nazionale, il la nazionalizzazione del network e la sua realizzazione dovrebbe esser effettuata con fondi pubblici, per poi concedere la capacità di banda ai diversi operatori. Il programma però, secondo diverse stime, avrebbe un costo non inferiore ai 200 miliardi di dollari.  La nazionalizzazione di per sé sarebbe un evento storico, anche se dettata da esigenze di difesa, ma non è detta l’ ultima parola: potrebbe anche avere la meglio la seconda possibilità e cioè che a costruire l’ infrastruttura siano i privati, magari riuniti in un consorzio, in un regime di libera concorrenza.

Le ricadute, dal punto di vista economico, non sarebbero di scarso rilievo, dato che la Casa Bianca avrebbe in mano un’ importante tranche del mondo del business, aumentando il controllo statale sull’ economia, sulle aziende e sui cittadini, e dato che gli stessi privati dovrebbero rimodulare le proprie risorse e i propri piani. Secondo  Accenture gli operatori wireless sono in procinto di investire fino a  275 miliardi di dollari negli Stati Uniti per sette anni quando costruiranno la rete 5G mentre l’anno scorso, T-Mobile US Inc ha speso ben 8 miliardi di dollari e Dish Network Corp ben 6,2 per aggiudicarsi  la maggior parte dello spettro delle onde radio in vendita in un’asta governativa.

Inoltre, sempre secondo i documenti pubblicati dall’ Axios, il National Security Council avrebbe ribadito le conquiste che la Cina avrebbe raggiunto nell’ ambito dell’ Intelligenza Artificiale.

Senza dimenticare le recenti limitazioni imposte a marchi cinesi come Huawei e Zte dal Congresso a stelle e strisce che intende vietare per legge le forniture di tecnologie cinesi a qualunque ente governativo. Tecnologie che, secondo il parlamentare Repubblicano Mike Conaway, firmatario del progetto di legge, non sarebbero altro che un «mezzo con cui il governo di Pechino spia le agenzie federali degli Stati Uniti, creando una grave minaccia per la sicurezza nazionale». Peraltro Huawei, proprio nelle ultime settimane, ha visto naufragare i negoziati con At&t, su cui tanto lavorava da almeno due anni, per vendere negli Usa i suoi smartphone (in particolare il modello Mate 10 Pro) per mezzo del carrier, mentre Zte ha rinviato al 2019 il progetto di lanciare negli Usa uno smartphone adatto al 5G. Già nel 2012 l’House Intelligence Committee aveva indicato Huawei e Zte come un rischio per la sicurezza nazionale.

«Questa è una grande delusione per Huawei» ha sottolineato il Ceo della sua divisione consumer Richard Yu , definendola «una forte perdita per i consumatori» e non nascondendo che il Mate 10 Pro sarà comunque venduto tramite Amazon o piattaforme online.

Ricordiamo però che l’ Amministrazione Trump non ha fatto mistero della sua strategia protezionistica, molto lontana, per esempio, dalla visione europea. Risale alla settimana scorsa la decisione di imporre dazi ai prodotti cinesi e sudcoreani. E non è stata tanto nascosta il blocco dell’ acquisizione di aziende americane da parte di colossi cinesi:  come quella di Moneygram da parte di Ant Financial. Occorrerà vedere come si muoverà la FCC presieduta dal Ajit Pai, il quale si è già detto contrario a qualsiasi ipotesi di nazionalizzazione. Commissione che ha, tra le altre cose, già cancellato le norme dell’ Amministrazione precedente sulla Net neutrality. E come si comporteranno il Congresso e gli operatori americani.

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