venerdì, Settembre 24

Stati Uniti: Joe Biden, candidatura a rischio? L''Ukrainagate' rischia di impattare maniera fortemente negativa sulla posizione di un candidato che già nelle ultime settimane è sembrato scontare alcune difficoltà

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La pubblicazione degli estratti della telefonata dello scorso 25 luglio fra il Presidente Trump e il suo omologo ucraino, Volodimir Zelenskij, nel corso della quale il primo chiede ripetutamente al secondo di fare svolgere indagini sulle attività lobbistiche del figlio dell’ex Vicepresidente Joe Biden e sul ruolo che quest’ultimo avrebbe avuto nella destituzione, nel 2016, dell’ex Procuratore capo del Paese, impegnato in un’indagine che coinvolgeva, fra le altre, una delle società con cui Biden jr collaborava, è diventata, per la Casa Bianca, fonte di crescente imbarazzo. L’avvio, alla Camera dei Rappresentanti, della procedura formale che potrebbe portare alla messa in stato d’accusa del Presidente è solo il risultato più appariscente dei ‘leaks’ che, la scorsa settimana, hanno portato alla luce la vicenda. Lo ‘Ukrainegate’ rilancia, infatti, la questione del ruolo che gli aiuti stranieri possono avere avuto anche nel successo di Trump nel 2016 e riapre ferite che nemmeno il rapporto Mueller sul ‘Russiagate’ era mai riuscito davvero a chiudere; una situazione problematica – per il Presidente – in vista del voto del 2020 e un punto sul quale i suoi sfidanti democratici hanno già chiesto concordemente di fare chiarezza nel più breve tempo possibile.

Lo ‘Ukrainegate’ non è, però, fonte d’imbarazzo solo per la Casa Bianca. Quello che emerge dalla telefonata fra Trump e Zelenskij è, infatti, uno scenario in cui una figura vicina ai vertici politici di Washington come quella di Hunter Biden intrattiene rapporti stabili e ‘importanti’ con la dirigenza di un Paese all’epoca al centro dell’azione internazionale degli Stati Uniti. Da questo punto di vista, anche Joe Biden si trova, quindi, coinvolto in una vicenda cui si confondono interessi di Stato e interessi privati e rispetto al quale è lecito chiedersi se il ruolo ricoperto dal figlio (al di là della legittimità della condotta dei vari protagonisti) non fosse in qualche modo legato a quello da lui stesso ricoperto. E’ un elemento di debolezza da non sottovalutare, non solo in relazione all’uso che certamente ne farà la campagna elettorale del Presidente, ma anche a quello che ne faranno gli altri candidati democratici. Si tratta, in altre parole, di un duro colpo sia all’immagine di Biden come principale sfidante di Donald Trump sia a quello di solo credibile candidato alla nomination. Ancora una volta, sembra inoltre riaffiorare, nella componente ‘mainstream’ del partito dell’Asinello, quell’intreccio fra politica e affari che – sebbene in altre forme – quattro anni fa era stato identificato – e criticato – come la maggiore debolezza di Hillary Clinton.

Da questo punto di vista, lo ‘Ukrainegate’ rischia di impattare maniera fortemente negativa sulla posizione di un candidato che già nelle ultime settimane è sembrato scontare alcune difficoltà. I sondaggi Emerson del 24 settembre, ad esempio, danno Biden al 25% (contro il 23% di Elizabeth Warren e il 22% di Bernie Sanders), in calo di sei punti percentuali rispetto ai valori di agosto. Nei sondaggi dell’Iowa per il periodo 14-18 settembre, le posizioni sarebbero addirittura invertite, con la Warren a guidare la corsa con 22% dei consensi contro il 20% di Biden e l’11% di Sanders. Su questo sfondo, la ‘questione morale’ può diventare – nelle prossime settimane – una nuova freccia all’arco del Senatore del Massachusetts (che della lotta alla corruzione in politica ha fatto da tempo uno dei suoi cavali di battaglia) ma – in generale – anche degli altri candidati ‘liberal’, molti dei quali si trovano, oggi, nell’urgente necessità di rilanciare la propria immagine prima del ‘rush’ finale delle primarie. Il rischio è, quindi, che Biden finisca per trovarsi al centro del fuoco incrociato della Casa Bianca e della sinistra democratica, un rischio che è destinato a diventare ancora più concreto ora che è stato evocato il fantasma dell’apertura di una procedura di impeachment. 

Focalizzando l’attenzione sulla questione ‘Ucraina’, il dibattito in merito a un possibile impeachment finirebbe per danneggiare Biden in almeno due modi. Da una parte, esso consentirebbe al Presidente di polarizzare ancora di più il confronto (come, in parte, sta già facendo), in una sorta di replica di quello che è stato lo scontro con Hillary Clinton nel 2016, soprattutto sapendo di potere contare su un largo sostegno presso la ‘base’ repubblicana. Dall’altra parte, all’interno della constituency democratica, esso contribuirebbe a spostare l’attenzione dai temi più controversi – come quelli dell’immigrazione e della riforma sanitaria, rispetto ai quali la posizione moderata (e, per certi versi, ambigua) dell’ex Vicepresidente sembra riscuotere il favore di ampie fette di elettori ‘moderato’ – ad altri, ‘essenziali’ e ‘non negoziabili’, rispetto a cui è più difficile, per Biden, fare emergere la sua specificità e, soprattutto, la sua credibilità. Paradossalmente, chi rischia di guadagnare di più da questa vicenda, è, quindi, paradossalmente, Donald Trump, a conferma sia del consenso del quale il Presidente continua a godere presso una parte consistente dell’elettorato, sia della frammentazione e dell’intrinseca fragilità del fronte democratico, ancora alla ricerca di una risposta credibile alla sfida che Bernie Sanders ha mosso al suo establishment quattro anni fa.

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