lunedì, Ottobre 18

Stati Uniti: elezioni in Pennsylvania, nuove preoccupazioni per Trump? Il candidato democratico, Conor Lamb, ha sconfitto per una manciata di voti l’avversario repubblicano Rick Saccone,

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Le ultime settimane hanno assistito a eventi importanti sulla scena politica statunitense. La sostituzione al Dipartimento di Stato di Rex Tillerson con l’ex capo della CIA, Mike Pompeo, e quella, al Consiglio per la sicurezza nazionale, di Herbert McMaster con il ‘falco’ John Bolton hanno dato una chiara sterzata all’amministrazione, aumentando, al suo interno, il peso delle figure più chiaramente legate all’establishment repubblicano. Parallelamente, nelle elezioni suppletive per il seggio alla Camera del 18° collegio della Pennsylvania (dove, nelle scorse presidenziali, Donald Trump aveva riscosso una larga maggioranza), il candidato democratico, Conor Lamb, ha sconfitto per una manciata di voti l’avversario repubblicano Rick Saccone, confermando in uno Stato della ‘rust belt’ il risultato – largamente inatteso – che lo scorso dicembre aveva caratterizzato il voto senatoriale in Alabama. Ancora una volta, la defezione ai seggi degli elettori del Grand Old Party sembra essere stata la ragione principale del risultato; una ragione che rende inquieti i vertici del partito, così come li rende inquieti il riemergere delle tensioni fra il Presidente e il Congresso, che in questi gironi si sono concentrate sul tema del bilancio federale.

L’avvicinarsi del voto di midterm aggiunge particolare interesse alla questione. Questo voto è da sempre visto come una sorta di banco di prova per l’amministrazione e tende, di norma, a ‘punire’ il partito del Presidente. Ciò a maggior ragione quest’anno, a fronte di un Presidente che fatica a raggiungere una vera popolarità. In effetti, a più di un anno dall’insediamento, la Casa Bianca di Donald Trump è ancora lontana dall’avere trovato una sua fisionomia. Su tutti i principali punti in agenda, interni e internazionali, la sua posizione è apparsa, molte volte, contraddittoria. Annunci clamorosi (come l’adozione di dazi a tutela dei produttori nazionale d’acciaio e alluminio) sono stati ridimensionati in pochi giorni, accreditando l’idea di un’amministrazione incerta e interessata più che altro a riscuotere consenso a breve termine. La mobilitazione civica su temi che vanno da #bendtheknee a #metoo fino alla ‘march for life’ degli scorsi giorni per chiedere più controlli sulla vendita si armi da fuoco) continua a mantenere l’attenzione del mondo puntata su Washington, mentre la figura privata di Trump e il suo profilo istituzionale continuano ad essere toccati da crisi e polemiche della quali il c.d. ‘Russiagate’ è solo una.

Su questo sfondo è comprensibile la volontà dell’establishment repubblicano di ‘ridare una rotta’ alla Casa Bianca; soprattutto, una rotta chiaramente riconoscibile. La risicata maggioranza al Senato a novembre sembra destinata a cadere e i timori per la possibile perdita di entrambe le camere sono consistenti, tanto da spingere i vertici del partito a parlare apertamente dell’appuntamento elettorale come di una ‘sfida contro la storia’. I nomi di Pompeo e Bolton sono una parte di questa ‘rotta riconoscibile’, con il secondo soprattutto a collegare il profilo internazionale degli USA a quello degli anni di George W. Bush. Essi sono, tuttavia, anche un chiaro segnale degli equilibri oggi prevalenti in seno al GOP e della volontà di questo di continuare a fare della contrapposizione con la politica dell’amministrazione Obama il punto focale della sua azione. Una conferma, da questo punto di vista, che la ‘corsa agli estremi’ che ha favorito la vittoria di Trump nel 2016 proprio a scapito dei candidati repubblicani ‘tradizionali’ non si è ancora arrestata e che, nei prossimi mesi, al Congresso, si potrebbero aprire nuovi e importanti fronti di scontro, specialmente nel caso di un (più che probabile) consolidamento della posizione democratica.

Non stupisce che, in uno scenario tanto volatile, i timori per possibili manipolazioni del voto attirino una considerevole attenzione. L’ombra d’influenze indebite sui risultati del del 2016 è una delle maggiori debolezze dell’attuale amministrazione, debolezza che si somma alla consapevolezza di come sia relativamente facile ‘pilotare’ il consenso in un panorama politico sempre più digitalizzato. Da questo punto di vista, le dichiarazioni di Mark Zuckerberg secondo cui qualcuno starebbe tentando di condizionare via Facebook il voto di midterm non fanno che dare voce a un timore condiviso. Per certi aspetti è una dimostrazione in più della fragilità del sistema politico statunitense e delle difficoltà che questo incontra nel legittimare il risultato elettorale in uno spazio pubblico più che mai polarizzato. Il rischio è che il voto di novembre rafforzi ulteriormente queste tendenze. Adombrare possibili manipolazioni su larga scala del processo elettorale non significa, infatti, solo esprimere un timore più o meno reale, ma anche gettare le basi per negare, domani, validità politica all’eventuale successo dell’avversario. In un caso o nell’altro, una situazione difficile per un Paese che, almeno dalla metà degli anni Novanta, appare avviato verso una radicalizzazione delle posizioni che danneggia soprattutto i due partiti maggiori.

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