venerdì, dicembre 14

Stati Uniti ed Europa, due visioni opposte del mondo Si allargano le due sponde dell'Atlantico

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Più che un’occasione per riflettere sulla storia e sulla necessità di potenziare gli strumenti della diplomazia onde evitare che i conflitti scivolino ancora una volta sul piano inclinato dello scontro armato, le recenti commemorazioni per il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale si sono rivelate una manifestazione della distanza sempre più ampia che separa le due sponde dell’atlantico.

Pochi giorni prima della sfilata agli Champs Elysees, Emmanuel Macron aveva rilanciato la vecchia idea di dotare l’Unione Europea di una forza di difesa comune scollegata dalla Nato «per difenderci da Russia, Cina e persino Stati Uniti». Pronta la risposta di Donald Trump, che attraverso uno dei suoi soliti tweet ha definito offensiva la proposta francese e rilevato che, prima di elaborare disegni strategici di tale portata, i Paesi membri l’Unione Europea dovrebbe anzitutto soddisfare i requisiti di spesa – pari al 2% del Pil di per ciascuno Stato membro – stabiliti dal Patto Atlantico.

Dalle tribune della capitale francese, dove Angela Merkel si è recata dopo aver deposto assieme a Macron una corona di fiori dinnanzi alla targa commemorativa dell’armistizio del 1918 inaugurata presso la radura di Rethondes (in Francia settentrionale), i rappresentanti del cosiddetto direttorio franco-tedesco hanno condannato il risorgere del nazionalismo che, di concerto con razzismo e antisemitismo, tornerebbe a minacciare la pace a un secolo di distanza dalla fine della ‘Grande Guerra’. «Il patriottismoha tuonato Macron – è l’esatto contrario del nazionalismo […]. Occorre opporsi all’egoismo delle nazioni che guardano solo i propri interessi». Per quanto sottile, ancorché orientata a esaltare la differenza che intercorre tra l’amore per il proprio Paese e l’esaltazione in negativo delle peculiarità che rendono la propria nazione diversa dalle altre, la distinzione operata da Marcon cade in una fase storica che vede il presidente francese condividere con il cancelliere tedesco una profondissima crisi di fiducia sul piano interno. Allo stesso tempo, sia in Francia che in Germania si registra un forte incremento del consenso nei confronti delle forze impropriamente definite ‘populiste’ (Front National e Alternative für Deutschland in primis) che anelano, se non a smantellare l’Unione Europea, a ridisegnare la struttura comunitaria con lo scopo di restituire agli Stati la propria sovranità.

Attualmente, la visione propugnata dai populisti trova sponda presso la Casa Bianca. Il suo inquilino esprime infatti una visione delle relazioni internazionali che, attribuendo agli Stati un ruolo di primissimo piano, va ad affondare le radici sul medesimo terreno realista da cui germinò la Pace di Westfalia del 1648 e a strutturarsi sulla logica dell’equilibrio di forze a cui fecero riferimento Metternich, Talleyrand e Bismarck. Gli apparati dominanti europei, strettamente legati al gruppo di potere ‘globalista’ riunito attorno alla famiglia Clinton (di cui si vocifera una ricandidatura per le elezioni del 2020), prediligono invece quell’approccio multilaterale, sovranazionale e idealista nato all’indomani della Prima Guerra Mondiale con la wilsoniana Società delle Nazioni.

Le opposte visioni del mondo di cui sono portatori i leader europei da un lato e Trump dall’altro vanno a loro volta a sovrapporsi a interessi profondamente divergenti. A differenza dei ‘clintoniani’, legati alla New Economy e agli apparati dello ‘Stato profondo’, la fazione che si appoggia al tycoon newyorkese è espressione della Old Economy e mira al recupero di un rapporto organico tra economia, politica e società (anche) attraverso la ricostituzione del legame tra produzione e territorio che la logica ‘deterritorializzante’ della globalizzazione ha profondamente sfilacciato. Come scrive l’esperto Guido Salerno Aletta, l’amministrazione Trump guarda all’«America di mezzo, quella delle due cinture: la Corn Belt e la Rust Belt. Rappresentano l’agricoltura e l’Industria americana che competono con i Paesi più poveri del mondo: mais, grano, soia ed allevamento di animali da una parte; industria di base, manifattura ed auto dall’altra.  Questa è l’America di mezzo, quella basata sulle produzioni tradizionali, che ha sofferto per l’abbandono della Old Economy: a favore della New Economy basata nella West Coast californiana, arricchitasi con lo sviluppo della informatica e delle telecomunicazioni, ed a favore dei mercati finanziari che lucrano sui fantastiliardi, che hanno come baricentro la East Coast atlantica. Tutto, dal 1978 in poi, è stato fatto per sviluppare l’America delle due Coste, East e West, niente per sostenere le due Cinture, Corn e Rust».

Sul piano pratico, la weltanschauung trumpiana si è declinata sotto forma di intensificazione del dialogo con il governo ‘giallo-verde’ di Roma e riscoperta di un neo-protezionismo finalizzato anzitutto a inceppare quella macchina esportatrice tedesca che concorre a distruggere il tessuto socio-economico sia europeo che statunitense. Allo stesso tempo, le tendenze geopolitiche della Germania, sempre oscillante tra l’ortodossia atlantica e l’intesa energetica con la Russia, rischiano di creare le condizioni feconde affinché assuma una certa concretezza quel progetto di alleanza eurasiatica che Vladimir Putin anela a realizzare fin dai primi anni del nuovo millennio. In questo senso, la realizzazione di una forza di difesa comune europea sconnessa dalla Nato non può che essere interpretato dallo ‘Stato profondo’ Usa come segni inequivocabili della volontà europea di smarcarsi dal rapporto di subalternità che lega il ‘vecchio continente’ agli Stati Uniti fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Magari in  favore di un avvicinamento a una nazione sotto molti aspetti complementare come la Russia. La sinergia tra risorse naturali e potenza militare russe e tecnologia combinata a disciplina sociale tedesche potrebbero infatti dar vita a un blocco geopolitico in grado di relegare gli Stati Uniti a una posizione relativamente secondaria. Tanto alla luce del progetto cinese della Belt and Road Initiative che, diramandosi attraverso le due Vie della Seta (l’una terrestre e l’altra marittima), offre le garanzie adeguate a favorire le interconnessioni transcontinentali necessarie al rilancio sia dell’Europa che dell’Asia orientale assicurando simultaneamente alla Russia quel ruolo di ‘ponte’ tra est ed ovest che Putin intende in tutta evidenza attribuire al proprio Paese.

Nell’ottica delle forze armate e degli apparati di intelligence statunitensi, molto più inclini a ragionare in termini di lungo periodo rispetto ai politici (che vanno e vengono), l’istituzione di un rapporto di collaborazione politica, economica e militare tra Europa e Russia rappresenta quindi un vero e proprio incubo geopolitico‘, di cui impedire la realizzazione attraverso il sabotaggio di qualsiasi progetto mirante a trasformare il ‘vecchio continente’ in attore ‘geostrategico’ e il rafforzamento dei legami transatlantici.

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