martedì, Ottobre 19

Stati Uniti e quei costi delle guerre mai realmente calcolati

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«È sorprendente quanta poca attenzione sia stata data ai costi totali delle guerre e delle missioni nel corso degli anni. Sia l’Esecutivo che il Congresso non sono riusciti a riformare qualsiasi aspetto chiave nel bilancio della difesa e della politica estera», così esordisce il Center for Strategic & International Studies, nel report ‘U.S. Military Spending: The Cost of Wars’ di Anthony H. Cordesman. I primi sforzi in tal senso furono dell’Amministrazione Eisenhower posti in essere successivamente da Kennedy e Johnson ma non hanno prodotto alcun tipo di effetto.

Ancora più sorprendente la non chiarezza di costi relativi agli ultimi impegni militari d’America. Sebbene la guerra fredda sia finita, gli Stati Uniti, oltre all’utilizzo della forza per quello che concerne gli estremismi violenti, nelle ultime decadi affrontano le sfide strategiche provenienti da Russia e Cina in un mondo multipolare. Sebbene lo stato di guerra non sia una normalità per gli Stati Uniti, rimane di fatto una realtà imprescindibile per i bilanci dello Stato.

La creazione di categorie di bilancio a breve termine come quella per la OCO, Overseas  Contingency Operation (il nome dato dall’Amministrazione Obama per tutte le operazioni antiterrorismo) è un esempio di come i costi della guerra vengano registrati evitando di aggiungerli alle spese sulla difesa.

Ciò che viene riportato dall’Esecutivo spesso è pensato per oscurare i costi reali dei conflitti, per esempio evitando di collegarli ad un esame della strategia della sua capacità incisiva e ad una prospettiva della conclusione del conflitto. Spesso manca anche la dimensione civile della guerra, e i budget di guerra civili e militari sono sviluppati e implementati separatamente dalle Commissioni in Senato ‘Armed Service’ e ‘Foreign Affairs’, continua Cordesman. Il Congresso non fa di meglio, e può essere criticato per non aver chiesto in maniera insistente un adeguato budget dei tempi di guerra e non aver esaminato in dettaglio i loro costi.

Nessuno dei due rami del Parlamento americano ha richiesto un rapporto ufficiale sui costi delle guerre in corso.

Solo due realtà del Congresso, il Congressional Research Service, un think-thank, e il General Accountability Office, una sezione investigativa, hanno steso diversi rapporti dando un’occhiata tra i costi e sul modo in cui vengono riportati.

Emerge la necessità di migliorare molto la capacità di pianificare, programmare e stanziare fondi per le guerre americane. Il budget federale per il 2018 ancora non può certamente riflettere pienamente quello del 2017, perché il Presidente non ha ancora stabilito il tipo di impegno in Afghanistan, mentre il bilancio per le operazioni oltremare, chiamate semplicemente OCO, sono l’estensione del programma per l’anno in corso.

Il rapporto del Centro Studi analizza più nel dettaglio la questione, facendo una sintesi dei costi diretti delle guerre in Afghanistan, in Iraq e gli altri interventi contro il terrorismo. Secondo i calcoli delle autorità, nel periodo tra il 2001 e il 2018 sono stati spesi oltre 2 trilioni (un milione elevato alla terza, per avere un’idea) di dollari, quasi totalmente impiegati nella lotta al terrore. Nella guerra tra Iraq e Siria, per esempio, nel bilancio 2018 si parla di 1,5 miliardi, ma «il Dipartimento della Difesa fornisce una gamma di altre misure sulle attività americane anche se non sono collegate al bilancio».

Nonostante le incertezze sui costi stimati sulle guerre passate, l’impegno in Afghanistan, in Iraq e in Siria è il più costoso di ogni altro conflitto della storia, escludendo la Rivoluzione Americana, la Guerra Civile e la Seconda Guerra Mondiale, «più di cinque volte della Grande Guerra e del conflitto in Corea, quasi 2,5 volte più costoso del Vietnam e ben 18 volte il Golfo del 1991» scrive Cordesman. Facendo una comparazione con altri Paesi la spesa militare è 10 volte quella di Francia, Germania e Regno Unito.

Ma quanto incide sul prodotto interno? Non così tanto come potrebbe inizialmente sembrare: nel solo 2016 le operazioni OCO costituivano solo lo 0,3% del PIL americano. Se consideriamo, invece, le spese complessive per la difesa si parla del 2,8% nel bilancio 2017 che scenderà al 2,5% nel 2021, e al 2,3% nel 2030. Il grave deficit di questi dati sono le previsioni per le spese future che non sono state mai elaborate in maniera seria e, se in passato ci si è provato, si sono fatti enormi sbagli. Quando si fanno i calcoli, infatti, non si tiene di conto di tanti fattori, quali i costi dei feriti civili e il contributo dei paesi ospitanti. Non molto chiari sono anche i costi relativi alle operazioni congiunte civili e militari. United States Department of State (quello al cui vertice risiede il Segretario di Stato) e USAID, United States Agency for International Development (l’agenzia governativa per l’aiuto all’estero) non forniscono alcuna spiegazione significativa delle loro strategie, non indicano neppure in maniera esaustiva le sfide che affrontano, e non collegano le spiegazioni sul bilancio ad alcuna chiara esposizione sul programma che vede l’uso congiunto di forze civili e militari.

Non solamente le guerre ‘all’estero’: ci sono anche spese per la difesa della Patria più costose che mai: la cifra è di 70 miliardi all’anno, indicata solamente nei bilanci federali e mai menzionati in quelli dei singoli Stati. Nel bilancio del 2018, l’Office of Management and Budget, ente che lavora per la presidenza, «non riporta neppure i costi totali previsti senza dare alcuna spiegazione».

Il rapporto è estremamente dettagliato e ricco di ogni evidenza empirica a sostegno della tesi. Le spese militari non sono mai state contabilizzate in maniera efficiente, ma quello che sembra più preoccupare Cordesman è una mancata prospettiva futura di miglioramento in tal senso.

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