sabato, novembre 17

Stati Uniti e Pakistan a un passo dalla rottura Su Islamabad pesano i buoni rapporti con Cina, Russia ed Iran

0

Verso la fine del 2017, Donald Trump ha pubblicato uno dei suoi – ormai celeberrimi – tweet in cui condannava l’approccio conciliante portato avanti da Washington nei confronti del Pakistan: «gli Stati Uniti – ha scritto Trump – hanno stupidamente consegnato al Pakistan qualcosa come 33 miliardi di dollari di aiuti negli ultimi 15 anni, ricevendo come contropartita inganni e menzogne». Il riferimento era all’atteggiamento ambiguo e sfuggente che le autorità di Islamabad hanno sempre tenuto dinnanzi alla lotta al terrorismo, sostenuto a parole ma non altrettanto sul piano pratico. Questa, per lo meno, è la convinzione dell’inquilino della Casa Bianca, che mesi addietro aveva accusato il governo pakistano di intrattenere stretti legami sia con i talebani che con i guerriglieri pashtun, macchiatisi di svariati attentati in territorio pakistano.

Sulla base di ciò, il Pentagono ha annunciato la cancellazione di 300 milioni di dollari che sarebbero dovuti essere trasferiti al Pakistan per potenziare le operazioni militari della coalizione a guida statunitense operante in Afghanistan, a patto che il governo mostrasse di prendere più seriamente la missione.  Allo stesso tempo, Washington ha sospeso i programmi di formazione dei quadri militari pakistani.
Il tempismo con cui è stata diramata la notizia ha un significato profondamente politico, visto che pochi giorni prima il governo pakistano aveva ricevuto con tutti gli onori il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif e che di lì a poco il segretario di Stato Mike Pompeo si sarebbe recato in visita in Pakistan per incontrare il nuovo premier Imran Khan. L’accoglienza riservata a Zarif si configurava agli occhi statunitensi come un segno del supporto che l’esecutivo di Islamabad continuava ad accordare all’intesa sul nucleare iraniano raggiunta nel 2015, da cui gli Usa si sono recentemente sfilati. Una presa di posizione fortemente contestata dall’amministrazione Trump, così come la decisione del governo pakistano di siglare un accordo con la Russia per l’addestramento di personale militare pakistano direttamente in strutture russe.

Nel caso in cui gli Usa dovessero propendere per l’intensificazione della pressione finanziaria sul Pakistan procedendo a un taglio totale dei fondi, il primo ministro Khan, alle prese con una forte crisi economica aggravata dal crollo della moneta nazionale e dal drammatico assottigliamento delle riserve valutarie, si vederebbe costretto a rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Si tratta tuttavia di una via difficilmente percorribile, in virtù del fatto che gli Stati Uniti detengono una parte decisiva dei poteri decisionali. L’altra opzione sul tavolo consiste nel richiedere sostegno finanziario a Russia e Cina, Paesi con cui Islamabad intrattiene ottimi rapporti. Rimanendo alla Russia, è sufficiente ricordare che, «Islamabad è interessata alla firma di un accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica a guida russa e mostra interesse a partecipare ad esercitazioni militari con le forze armate di Mosca. Nel settembre 2016, Russia e Pakistan hanno compiuto la loro prima esercitazione militare congiunta, che da allora viene ripetuta anno dopo anno. Nel luglio 2018, i due Paesi hanno sottoscritto un accordo di cooperazione navale durante la visita in Russia del vicecapo dello Stato Maggiore della Marina Kaleem Shaukat. I piani militari pakistani prevedono l’acquistano di aerei da combattimento Su-35 e carri armati T-90 dalla Russia». Allo stesso tempo, la Russia è coinvolta nella costruzione di gasdotti, centrali elettriche, acciaierie in territorio pakistano, cosa che conferisce al rapporto Islamabad-Mosca una chiara dimensione strategica.

Per quanto concerne le relazioni con la Cina, invece, va rilevato che Islamabad non solo aderisce all’organizzazione di difesa collettiva a guida sino-russa meglio nota come Shangai Cooperation Organization (Sco), ma ha stretto accordi con Pechino nel cui ambito rientra la concessione di finanziamento cinesi per sviluppare i progetti di partnership economica. Non va dimenticato che i porti di Gwadar e Karachi rappresentano non solo gli snodi cruciali della strategia cinese del ‘filo di perle’, ma anche e soprattutto due terminali fondamentali del mega-progetto della nuova Via della Seta al cui potenziamento è stata dedicata una parte non irrilevante dei 60 miliardi di dollari complessivi che la Cina si è impegnata a investire in Pakistan nell’ambito del China-Pakistan Economic Corridor (Cpec) – che recentemente si è deciso di estendere all’Afghanistan e all’Asia centrale. Secondo ‘Asia Times’, Islambad, Pechino e Teheran avrebbero inoltre valutato con un certo interesse l’opportunità di lanciare un’alleanza economica esclusiva in grado di riunire quasi 2 miliardi di persone. l’altra misura di grande impatto intrapresa dal governo pakistano negli ultimi tempi è quella di adottare «misure politiche generali per garantire che le importazioni, le esportazioni e qualsiasi transazione finanziaria possano essere denominate in yuan». Secondo l’ex diplomatico indiano Melkulangara Bhadrakumar: «la grande domanda è fino a che punto cinesi e pakistani arriveranno per sbarazzarsi del dollaro […].  Se il dollaro comincia a perdere terreno a livello globale, si produrrà una drammatica distruzione del potere d’acquisto negli Stati Uniti in conseguenza di un forte aumento dell’inflazione, cosa che renderebbe il disavanzo di bilancio ingestibile e la spesa militare insostenibile, lasciando così sola la cosiddetta ‘America First’ di Trump. Il Pakistan è un grande Paese, e potenzialmente una grande economia, specialmente ora che può beneficiare dei forti investimenti cinesi effettuati nell’ambito del Cpec. Dal punto di vista degli Stati Uniti, l’allontanamento del Pakistan dal sistema del dollaro rappresenta un pessimo segnale, ed è a ciò che si deve essenzialmente l’irritazione di Trump». Vista l’entità della posta in gioco, c’è da aspettarsi che Washington reagisca gettando tutto il proprio potere di persuasione sul piatto della bilancia. Con ripercussioni totalmente imprevedibili per tutta la caldissima area mediorientale.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore