martedì, Aprile 20

Stati Uniti e NATO: i tanti dubbi sulla via di Varsavia

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Il prossimo 8-9 luglio, i Capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Alleanza Atlantica si riuniranno a Varsavia per fare il punto sull’implementazione delle misure adottate due anni fa a Celtic Manor e tracciare le linee future di sviluppo di un’organizzazione che, agli occhi di molti, sembra afflitta di problemi sempre più evidenti. L’esplodere della crisi ucraina e il deterioramento dei rapporti con la Russia hanno accentuato le tensioni che da qualche tempo contrapponevano gli alleati dell’Est al gruppo dei Paesi fondatori, in particolare quelli mediterranei. Il disimpegno statunitense (che, nonostante le attese iniziali, pare essersi accentuato negli anni della presidenza Obama) ha tolto all’Alleanza un importante elemento di compensazione, mentre la ritrovata centralità della sicurezza collettiva ha riportato al centro del dibattito la questione, sempre delicata, del ‘burden sharing’, ovvero del contributo che i diversi Paesi sono chiamati a fornire all’impegno comune. Il ritorno a una postura basata sulla diade ‘deterrence and defence’ non diversa a quella adottata durante gli anni della guerra fredda è una altra ragione di malcontento, specialmente per i Paesi che, come l’Italia, sentono la loro sicurezza più tutelata dalla NATO proiettata ‘fuori area’ degli scorsi anni.

Il convitato di pietra del vertice sarà, senza dubbio, il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Difficilmente Obama, ormai al termine del mandato, assumerà in questa occasione una leadership che sin dal vertice ‘del sessantennale’ (Strasburgo-Kehl, 2009) ha dimostrato chiaramente di non volere assumere. L’interrogativo riguarda quindi le scelte che potrà compiere il suo successore. Nelle scorse settimane, Donald Trump, ormai sicuro della nomination repubblicana,  ha espresso in maniera piuttosto esplicita la sua opinione su un’organizzazione a suo modo di vedere ‘obsoleta’ e sulla necessità, per Washington, di ripensare radicalmente il contributo sinora offerto a una realtà diventata sempre più marginale nel quadro della sua strategia. Hillary Clinton, dal canto suo, ha criticato con forza tale posizione, ribadendo l’importanza della NATO per gli Stati Uniti e rilevando come un eventuale ridimensionamento del ruolo di Washington all’interno dell’Alleanza Atlantica, oltre a segnare la fine di una politica bipartisan che tutte le amministrazioni, al di là dal loro orientamento politico, hanno perseguito fino ad oggi, rappresenterebbe un pericoloso segnale inviato ad amici e nemici e una scelta che renderebbe ‘l’America meno sicura e il mondo più pericoloso’.

Neanche la posizione dell’ex Segretario di Stato, tuttavia, è priva di ambiguità. Proprio come Segretario di Stato, Hillary Clinton ha svolto un ruolo importante nel favorire il processo di ridimensionamento del ruolo dell’Europa culminato, nell’autunno del 2011, nell’annuncio della controversa ‘dottrina’ del ‘pivot to Asia’. Nonostante l’attuale sforzo di ‘smarcarsi’ da una scelta che ha sollevato numerose critiche, Hillary Clinton ha anche sostenuto con forza la valenza politica di un accordo con la regione dell’Asia-Pacifico, accordo poi materializzatosi nella Trans-Pacific Partnership. Se, quindi, Hillary Clinton appare nettamente più ‘multilateralista’ di Trump, ciò non significa necessariamente che una sua eventuale presidenza si tradurrà nell’auspicato ritorno in forze degli Stati Uniti sulla scena europea. Se quella che è percepita come la nuova minaccia russa concorre a garantire, oggi, una presenza relativamente alta di assetti statunitensi in Europa, ciò non significa che tale presenza sia duratura. Significativamente, i vertici militari statunitensi, nell’annunciare, alla fine di marzo, l’invio di nuove aliquote di forze sul teatro europeo hanno esplicitamente collegato questa decisione alla necessità di riassicurare gli alleati regionali di fronte alla crescente minaccia di Mosca.
Attualmente, l’impegno militare statunitense in Europa ammonta a circa 62.000 uomini schierati in maniera permanente, oltre ad altri 4.200 schierarti a rotazione e concentrati in Polonia, Bulgaria, Romania e nelle repubbliche baltiche. Parallelamente, prosegue il potenziamento della rete infrastrutturale dell’Alleanza (da ultimo con l’attivazione, lo scorso 12 maggio, presso la base aerea di Deveselu, in Romania, di un nuovo nodo del sistema di difesa missilistica) e il processo di allargamento della sua membership. Il 19 maggio, è stato siglato l’Accession Protocol con il Montenegro, documento che, dopo la ratifica da parte dei singoli Parlamenti nazionali, farà del piccolo Paese balcanico il ventinovesimo membro dell’organizzazione. Su questo sfondo, i dubbi che circondano le scelte future di Washington risultano accentuati. La ricomposizione della frattura che è emersa fra i membri dell’Europa orientale e i loro partner dell’Europa meridionale è uno dei punti in agenda a Varsavia. Appare, tuttavia, poco credibile che – in mancanza di un indirizzo politico forte – questo obiettivo possa essere realmente conseguito. E gli Stati Uniti di oggi difficilmente appaiono in grado di garantire questo indirizzo. Sempre ammesso che siano ancora intenzionati a farlo.

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