venerdì, dicembre 14

Stati Uniti: caduta del Nasdaq, fine dell’hi-tech? Ecco a cosa si deve il crollo azionario dei giganti della Silicon Valley

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Per anni, la politica iper-espansiva portata avanti dalla Federal Reserve in seguito al crack di Lehman Brothers ha sostenuto una crescita esponenziale dei mercati azionari statunitensi. Il trend rialzista si è poi irrobustito con l’entrata in vigore della radicale riforma fiscale elaborata dall’amministrazione Trump, che con la forte riduzione della corporate tax ha consentito alle aziende di accumulare enormi risorse da investire in ricerca e sviluppo. Il problema è che, anziché sfruttare la congiuntura favorevole per rinnovarsi e mettere a punto nuovi avanzamenti tecnologici, le imprese quotate in Borsa hanno speso gran parte del denaro a disposizione in operazioni di buyback, incentivate anche dalla possibilità di usufruire di forti sconti per il rimpatrio di capitali parcheggiati all’estero garantita dalla riforma tributaria trumpiana.

La diffusione dei buyback risulta particolarmente indicativa, dal momento che comporta il semplice rastrellamento delle azioni sul mercato da parte della stessa società emittente, che le riacquista per ridurne i volumi in circolazione e aumentarne così il prezzo, assieme ai dividendi e ai bonus dei dirigenti di punta. Esattamente ciò che fece la Enron – con denaro preso in prestito – prima di finire in bancarotta. Nel 2014, si stimava che le società indicizzate allo Standard & Poor’s 500 avessero investito in riacquisti azionari qualcosa come 1.000 miliardi di dollari, pari al 95% dei loro profitti. Morgan Stanley, dal canto suo, ha invece calcolato che i buyback siano responsabili di oltre il 50% dell’aumento degli utili per ciascuna azione realizzato delle aziende dello Standard & Poor’s 500 tra il 2012 e il 2015. Il professor William Lazonick, docente di economia ad Harvard, ha calcolato che tra il 2003 e il 2012 le 449 aziende statunitensi quotate in Borsa hanno impiegato il 54% degli utili per riacquistare proprie azioni e il 37% per corrispondere dividendi. La ‘crescita drogata’ che stanno conoscendo i listini azionari statunitensi presenta però pericolosissime controindicazioni (come l’incremento del margin debt, vale a dire l’ammontare complessivo del denaro preso in prestito per acquistare azioni), oltre a denotare una preoccupante mancanza di visione strategica da parte del management delle grandi aziende.

Come rileva un manager della società finanziaria Kairos, facendo incetta di buyback «le società ammettono, usando il cash per acquistare azioni proprie, di non avere molte idee per un uso produttivo della liquidità o, peggio ancora, di non avere fiducia nel futuro del loro settore […]. [Nell’eventualità di una crisi, ci troveremo dinnanzi a un mercato gonfiato] che cadrà da un livello gonfiato dai buyback e con società con uno stato patrimoniale meno solido di quello che avrebbero avuto restando ferme». Che le aziende – e anche gli investitori, che le riforniscono di centinaia di miliardi di dollari destinati molto spesso a finanziare progetti inconcludenti – non abbiano grandi progetti in serbo è dimostrato dal portafoglio di investimenti dei giganti della Silicon Valley, che tendono sempre più ad assomigliare a vere e proprie banche d’investimento; alla fine del 2017, Microsoft ed Apple detenevano più Treasury Bond di Bank of America e Jp Morgan Chase, Google-Alphabet e Cisco più di Bank of New York Mellon e State Street. Se l’obiettivo è il profitto a breve termine, le imprese non hanno problemi a ridurre il personale e a tagliare i fondi al settore cruciale di ricerca e sviluppo per impiegare il tesoretto in riacquisti azionari. Non a caso, nel 1980 gli Stati Uniti spendevano il doppio per ricerca e sviluppo applicati al settore dell’innovazione energetica rispetto al 2016. Nel primo semestre del 2018, Apple, Microsoft, Google-Alphabet, Cisco e Oracle hanno investito in riacquisti azionari qualcosa come 115 miliardi di dollari; una cifra pari ad oltre il doppio dei buyback effettuati dalle medesime imprese in tutto il 2017.

Ciononostante, da qualche settimana si assiste a un crollo piuttosto fragoroso dell’indice Nasdaq, trainato proprio dalle regine dell’hi-tech. Microsoft ha perduto l’8% dopo esser cresciuta del 202% nell’arco dell’ultimo quinquennio; sempre negli ultimi cinque anni, Apple ha segnato un sonoro -17% dopo aver guadagnato il 190% e Google-Alphabet ha lasciato sul terreno il 18% dopo aver più che raddoppiato le proprie azioni. Un discorso analogo può essere formulato per Facebook, crollata del 34% rispetto al picco di luglio dopo aver incrementato il proprio valore a Wall Street di oltre il 400%; Netflix, ridimensionata del 30% dopo aver macinato poco meno del 570% a partire dal 2013. Per Amazon, la perdita secca ammonta al 20% circa, nonostante i grandi piani di espansione nel settore dei supermercati.

Tutto ciò suggerisce che il valore delle azioni dei giganti della Silicon Valley sia notevolmente gonfiato dai buyback, come dichiarato con grande disinvoltura da principi della finanza come Larry Fink di Blackrock e il cosiddetto ‘oracolo di Omaha’ Warren Buffett (che ha poi ritrattato), e confermato anche da un sondaggio realizzato da Bank of America, da cui è emerso che il 78% dei gestori interpellati considera quella che riunisce le aziende statunitensi quotate in Borsa la categoria d’investimento più sopravvalutata. Resta da vedere l’entità che assumerà la correzione dei mercati azionari.

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