mercoledì, Dicembre 8

Stati Uniti 2016, cronaca di un cortocircuito politico

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Il dato interessante è che, attraverso la Clinton Foundation, l’ex first lady si è ingraziata il favore e l’appoggio di Wall Street, delle forze armate e del complesso militar-industriale; tutti apparati di potere che avevano caldamente appoggiato la presidenza di George W. Bush influenzandone pesantemente gli orientamenti tramite la potente cerchia neoconservatrice, portatrice di una visione aggressiva e muscolare che considera ogni angolo del pianeta un terreno di scontro su cui combattere per promuovere gli interessi globali degli Stati Uniti. Una visione che presenta numerosi punti di contatto con il programma politico di Hillary Clinton e stride invece in maniera palese con la ricetta elaborata da Donald Trump, ispirata a un insularismo neo-isolazionista che si propone di rimpatriare i posti di lavoro attraverso calibrate misure protezionistiche e fare in modo che gli Usa si disimpegnino da alcuni teatri secondari per concentrare le risorse a disposizione sulla risoluzione dei problemi interni.

È in forza di ciò che Robert Kagan, tra i più prestigiosi e ascoltati intellettuali neoconservatori e stratega di punta dell’amministrazione Bush, ha scritto sul ‘Washington Post’ ha scritto che: «quando la peste cominciò a diffondersi a Tebe, Edipo inviò suo cognato dall’oracolo di Delfi per scoprirne la causa. Si accorse subito che il crimine per il quale Tebe veniva punita era il suo. Il Partito Repubblicano di oggi rappresenta il nostro Edipo. Una piaga si è abbattuta sul partito sotto forma di successo del maggior demagogo-ciarlatano nella storia della politica degli Stati Uniti [Donald Trump]. Il partito cerca disperatamente la causa e il rimedio senza rendersi conto che, come Edipo, è il partito stesso che ha prodotto questa piaga. I tremendi errori politici del partito sono stati puniti con una sorta di giustizia cosmica, come accade nella tragedia greca».

Come Frankenstein, spiega Kagan, il magnate di New York rappresenta la nemesi per coloro che lo hanno creato e che attualmente non sanno come fermarlo. «L’unica scelta, anche per un ex repubblicano come me, sarà quella di votare per Hillary Clinton. Il partito non può essere salvato, ma il Paese ancora sì». All’endorsement di Kagan ha fatto seguito quello di Colin Powell, nonché una impressionante serie di prese di posizione contro il tycoon newyorkese da parte di grandi nomi del Partito Repubblicano (i due Bush, Mitt Romney, Larry Pressler, Chris Shays, Mike Murphy, John Warner, Karl Rove, ecc.). In precedenza, si era assistito a un palese ostruzionismo palese contro la candidatura di Trump da parte dell’intero establishment repubblicano, nonostante il magnate avesse letteralmente scompaginato la tradizionale geografia elettorale degli Usa, conquistando allo stesso tempo Stati con forti venature liberal come Massachusetts e Vermont ed aree fortemente conservatrici come Georgia ed Alabama, Stati cardine della Bible Belt. Nessun candidato repubblicano era riuscito ad affermarsi in maniera così netta a partire dal lontano 1960. Il suo successo segnala «l’inceppamento – quantomeno momentaneo – di un meccanismo politico che ha marciato per decenni: le donazioni vincevano le elezioni e le vittorie partorivano leggi compiacenti verso i donatori. Soprattutto i repubblicani si proponevano come partito del mondo delle imprese. I grandi capitalisti sceglievano i propri candidati nel corso di incontri riservati e le elezioni diventavano una specie di corsa agli armamenti. Nel 2004 i candidati avevano speso circa 700 milioni di dollari per le loro campagne, nel 2012 si è passati a 2,6 miliardi», scrive ‘Die Zeit’. Trump, con la sua campagna elettorale per lo più autofinanziata e i suoi continui richiami allo spirito originario dei primi repubblicani, ha lanciato un duro attacco contro questo sistema, riscuotendo grande apprezzamento da parte del bacino elettorale repubblicana ma attirandosi l’ostilità della dirigenza del Grand Old Party.

David Frum, ghostwriter dei discorsi di George W. Bush, si è spinto a parlare di ‘grande rivolta repubblicana’ per designare la disarticolazione interna alla piramide repubblicana, dove la base ha eletto un candidato osteggiato dal vertice. Al punto da indurre la leadership del partito ad appoggiare Hillary Clinton, che con ogni probabilità si è a sua volta alienata il voto delle correnti liberal e degli ‘anti-sistema’ che si riconoscevano in Sanders e che molto probabilmente vedono ora con grande sospetto il Partito Democratico.

La vittoria di Trump dà, in definitiva, la misura della distanza abissale che intercorre tra elettorato e rappresentanza politica all’interno degli Stati Uniti.

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