sabato, Luglio 24

Stati latino-americani si riuniscono a Cuba field_506ffb1d3dbe2

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CELAC-2014-Cuba

 

Si è concluso a Cuba, il 29 gennaio scorso, il secondo summit della CELAC (Comunità degli Stati Latino Americani e Caraibici) a cui hanno partecipato i Capi di Stato di tutte le trentatré Nazioni che compongono le Americhe, con la (significativa) eccezione di Stati Uniti e Canada.

Questa cumbre, passata piuttosto inosservata sui nostri mezzi di informazione, non ha prodotto grossi risultati sul piano immediato e concreto. D’altra parte, anche solo dando un’occhiata ai contenuti della dichiarazione con cui i diversi leader hanno chiuso i lavori, è impossibile non accorgersi della ormai mutata situazione geopolitica che è andata delineandosi nel continente americano negli ultimi quindici anni, e che a L’Avana ha trovato compimento simbolico.

Innanzitutto, va notato che la natura stessa dell’Istituzione è la testimonianza di un radicale allineamento a sinistra dei governi regionali, e del conseguente calo di consensi verso il conservatorismo.

Se infatti guardassimo una cartina dove il blu rappresenta le destre, e il rosso le sinistre, non potremmo fare a meno di notare come, al di là di alcune eccezioni (soprattutto in centro-america), ci sia ormai una netta predominanza di governi progressisti, di cui il recente exploit di Michelle Bachelet in Cile è soltanto l’ultimo tassello del puzzle rosso.

Che questo fronte non sia monolitico, ma si suddivida tra più moderati Governi di centro-sinistra, come il Brasile di Dilma Rousseff, e Stati più vicini al ‘socialismo del XXI secolo’, come gli aderenti all’ALBA (Alleanza bolovariana per le Americhe) non impatta sulla constatazione che, nell’ultimo decennio, i popoli latino-americani abbiano teso, in misura più o meno marcata, verso la ‘izquierda’.

Le tematiche principali affrontate al summit sono state, non a caso, quelle attinenti ai diritti sociali. Si è infatti parlato di eradicamento della povertà, di inclusione delle minoranze indigene, di limitazione delle prerogative delle multinazionali. Temi enfaticamente sottolineati dai discorsi di Raul Castro, padrone di casa, e di molti altri leader. Qualcuno, come l’istrionico Presidente dell’Uruguay JoséPepeMujica, si è anche lanciato in affascinanti, quanto idealistiche, dissertazioni sui mali della globalizzazione e dell’industrializzazione.

In secondo luogo, questa riscossa della sinistra, specialmente per quanto riguarda le nuove forme di socialismo sperimentate da Venezuela, Bolivia ed Ecuador, rappresentano un effetto diretto dell’allentamento della presa egemonica da parte degli Stati Uniti su una zona dove la loro influenza politica ed economica era dominante. Il tramonto, a fine secolo, del Washington Consensus, le cui misure liberiste hanno causato grande scontento tra la popolazione, ha fatto sì che una nuova classe politica costruisse enormi consensi sulla base di programmi di nazionalizzazione, protezionismo, alti livelli di welfare e spesa pubblica.

L’allontanamento degli USA si è fatto ancora più marcato a seguito della crescita economica della regione avvenuta negli ultimi anni e del relativo declino della potenza statunitense, alle prese con la crisi economica e finanziaria del 2008 e la necessità di confrontarsi con nuovi avversari, come il terrorismo internazionale in medioriente e la nuova potenza cinese in ascesa, con la CELAC che sembra prospettarsi come una delle principali aree economiche in cui il Messico di Peña Nieto cercherà di affermarsi nel prossimo futuro.

Così, oltra alla già citata ALBA, che rappresenta una sorta di club esclusivo per Stati chavisti, si è sentita la necessità di avere, anche a livello regionale, nuove istituzioni che rispecchiassero il mutato scenario politico su una base di consenso e inclusione più ampi. Così come l’ALBA fu creata dal defunto Chavez, figura che incarna più che mai la revanche delle sinistre, anche la CELAC è una creatura che deve molto all’ex Presidente venezuelano, come hanno riconosciuto gli statisti presenti, che lo hanno commemorato con un minuto di silenzio e ricordato nel documento finale come un ‘infaticabile umanista.

Se è vero che Chavez voleva palesemente estromettere gli ‘imperialisti’ yankee dal sudamerica, seguendo i dettami indipendentisti della dottrina bolivariana, la CELAC di oggi non è più uno sgarbo diretto ed esplicito agli Stati Uniti, come molti statunitensi si immaginano, né un tentativo di imporre un sostituto della OAS (Organizzazione degli Stati Americani) con base a Washington (lo ha ribadito anche Laura Chinchilla, Presidente del Costa Rica, in un’intervista per ‘El Pais‘), bensì la conseguenza del parziale divincolarsi degli Stati del centro e sudamerica dall’influenza della vicina superpotenza, con cui la maggior parte di essi continua peraltro a intrattenere fortissimi legami economici (Venezuela compreso).

Dunque nella CELAC si sostanzia, più che altro, la volontà di distacco e il desiderio di autodeterminazione politica ed economica, più a sancire un punto di arrivo che un obiettivo futuro. Volontà che traspare tutta nel passaggio in cui i presenti hanno dichiarato di impegnarsi a «rispettare pienamente il diritto inalienabile di ogni Stato di scegliere il proprio sistemae a ‘non intervenire, direttamente o indirettamente, negli affari interni di qualunque altro Stato e di osservare i principi della sovranità nazionale». Frasi che sembrano ricollegarsi molto poco velatamente all’ossessione di molti sudamericani di subire l’influenza da parte degli USA, nonostante quella parentesi storica appaia ormai chiusa.

La spiegazione di questa enfasi sull’indipendenza trova, con ogni probabilità, la sua ragione d’essere nel dilemma cubano. In effetti, il vero sgarbo verso gli States è stata la decisione di ospitare il summit a Cuba. È il tema del riconoscimento diplomatico del Governo cubano a rappresentare uno dei temi più conflittuali con Washington. La maggior parte degli Stati sudamericani, anche quelli più vicini agli Stati Uniti, riconoscono e intrattengono relazioni con il Governo cubano. Basti fare l’esempio della Colombia di Juan Manuel Santos, che proprio grazie alla mediazione cubana sta portando avanti l’ambizioso progetto di pacificazione con le FARC.

Nonostante, anche all’interno dell’OAS, si stia da anni tentando di accogliere Cuba, il veto degli Stati Uniti è stato finora irremovibile. I cambiamenti operati in politica economica non soddisfano il Governo americano, che sul tema dei diritti umani e della forma di Governo cubana continuano a dare battaglia.

Proprio per questo non è mancata la critica da parte del Dipartimento di Stato, che in una nota ha lamentato il fatto che il tema dei diitti civili sull’isola sia stato quasi totalmente ignorato. In effetti, diversi dissidenti sembrano essere stati arrestati, proprio in concomitanza con l’apertura del foro internazionale.

Solo una delegazione costaricense si è recata a un incontro con alcuni dissidenti moderati della Commissione Cubana per i diritti umani e la riconciliazione nazionale, mentre da parte degli altri Stati ha regnato il silenzio. Non è un caso che, oltre alla dichiarazione di autodeterminazione politica ed economica, non sia stata fatta esplicita menzione dei diritti politici e civili nel documento finale.

Per questo motivo il vincitore di questo evento è stata Cuba, o perlomeno l’establishment cubano, che ha potuto godere dell’appoggio dei suoi vicini e si è definitivamente scrollata di dosso il ruolo di paria regionale. La riapparizione di Fidel, che si è intrattenuto a parlare con Dilma, conferma i buoni legami tra sinistre moderate ed estreme, che hanno interessi comuni e sono pronti a difenderli in nome dell’appartenenza a un blocco regionale che scalpita nell’arena internazionale. In questa occasione, insomma, gli esclusi sembrano essere stati gli Stati Uniti.

 

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