martedì, Giugno 15

Startup, fare squadra per crescere field_506ffb1d3dbe2

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The Big Idea (XXL)

La parola startup, fino a poco tempo fa, avrebbe lasciato perplessa o indifferente la maggior parte delle persone, mentre oggi, oltre ad essere diventata di uso comune, affascina un gran numero di giovani. Un’attrazione causata in parte dalla curiosità e dallo spirito imprenditoriale e avventuriero della giovane età, e in parte da una crisi economica che non lascia molte prospettive lavorative e spinge un sempre maggior numero di persone a doversi “inventare un lavoro”.

Questo sviluppo ha visto la formazione di un sistema che sta assumendo sempre di più una forma definita e che adesso deve prendere consapevolezza delle proprie potenzialità. In questa fase di definizione del sistema è fondamentale una costante attività di monitoraggio, per supportare anche le istituzioni nelle decisioni che riguardano le startup e per conoscere lo stato delle cose e il loro divenire. L’attività di monitoraggio viene svolta dagli incubatori su territorio regionale o provinciale, e a livello nazionale dall’associazione no profit Italia Startup, che periodicamente convoca dei veri e propri Stati Generali dell’Ecosistema Startup per fare il punto della situazione e per capire quali sono le prossime mosse da dover fare.

Le potenzialità delle startup, specie in un periodo di crisi come quello che stiamo ancora vivendo, iniziano ad essere comprese anche dalle istituzioni, che orientano le politiche di sviluppo verso l’innovazione. Questa, però, per diventare proficua deve passare da una prima fase di idea alla fase di messa in pratica e in questo contesto assume un enorme rilevanza il rapporto con il contesto. In merito a questa fase, dagli Stati Generali dell’Ecosistema Startup, svoltisi pochi giorni fa per fare il punto della situazione a un anno dall’approvazione della normativa Restart Italia, è uscita all’unisono una sola parola d’ordine: fare squadra. Una mossa fondamentale se vogliamo riuscire, in vista dell’Expo 2015 che ci metterà in vetrina davanti al mondo intero, a tornare ad essere economicamente credibili. Lo sottolinea Luca De Biase, docente all’Università Iulm di Milano, che da tempo segue l’evoluzione del sistema delle startup. Secondo il docente, infatti, “con ecosistema non si intende una semplice fabbrica legata assieme da fini corporativi e di lucro, quanto piuttosto un network di collaborazione da sviluppare e far crescere, giorno dopo giorno. A questa rete collaborativa devono concorrere tutti: imprese, pubbliche amministrazioni, infrastrutture, scuola e finanza. Questa fase si prospetta un crocevia fondamentale in vista delle sfide competitive globali che ci attendono nei prossimi anni, a partire proprio dall’Expo 2015”.

In questo percorso rimane fondamentale continuare ad attrarre giovani con idee e potenzialità per poter intraprendere un’impresa innovativa. Lo ha ribadito anche il presidente di Italia Startup, Riccardo Donadon, durante gli Stati Generali, affermando che «in questi mesi è stata fatta molta strada, i giovani che oggi vogliono mettere in piedi un’impresa innovativa iniziano ad avere un percorso più semplice a livello normativo e burocratico. Ora lo sforzo deve essere comune». Secondo Donadon, infatti, «anche il mondo delle imprese consolidate deve sostenere questi giovani imprenditori e rendere consapevole l’intero sistema economico dell’importanza dell’innovazione. C’è tanta energia nei giovani, la dobbiamo liberare, dobbiamo motivare i talenti a mettersi in gioco e capitalizzare l’ecosistema. Dobbiamo raccontare ai giovani e a chi ci vuole provare, le sfide che attendono le imprese per competere nei mercati e cercare anche con loro la soluzione. Non si tratta più di fare una legge o aggiustare una norma, ora si tratta di far crescere la consapevolezza sull’importanza di investire nei nostri giovani e nelle loro idee innovative che possono far ripartire il Paese. Solo se ci muoviamo uniti ce la possiamo fare».

Di giovani che vogliono intraprendere un’avventura imprenditoriale, quindi, ce ne sono tanti. Non manca la cultura imprenditoriale, ma un mercato fertile. È quello che ha sostenuto anche Alberto Baban, presidente di Piccola Industria Confindustria, che durante gli Stati Generali ha spiegato che «in Italia è introiettato il senso dell’imprenditorialità, del rischio, del costruire qualcosa con inventiva e senso della bellezza, della cultura. Noi dobbiamo creare il mercato per queste imprese e il mercato è l’unione tra startup e aziende già esistenti, il nostro modello. Più che incubare, ci dobbiamo preoccupare di impedire che un mercato asfittico come quello italiano soffochi le imprese. Per farlo è necessario trovare il nostro modello e il nostro mercato. La cultura imprenditoriale c’è già».

Quello che serve adesso, quindi, è una nuova fase di sviluppo per le startup, una fase 2, in cui fare squadra e fare rete nel contesto di riferimento diventa indispensabile per poter crescere. Stefano Firpo, capo della segreteria tecnica del Mise, spiega, infatti, che “gli ultimi decreti attuativi di Crescita 2.0 stanno facendo il loro ingresso all’interno della Gazzetta Ufficiale, pertanto per l’intero ecosistema si apre una nuova fase di sviluppo: una fase 2, nella quale non ci sarà solamente una verifica dell’effettiva applicazione, del reale utilizzo della legge stessa; per l’imprenditoria, vecchia e nuova, sarà indispensabile anche superare i campanilismi e gli individualismi per riuscire finalmente a fare rete e fare squadra assieme agli altri attori dell’innovazione”.

Secondo Firpo, in questo momento, “sono ancora in tanti a non conoscere le decine di strumenti messi a loro disposizione, come i fondi di garanzia, la defiscalizzazione, che sui contratti di lavoro è pazzesca, così come gli startup visa, che partiranno con un modello inedito per l’Italia, che prima d’ora ha sempre trattato i visti come un problema di ordine pubblico. Sono poco utilizzati anche strumenti come stock option e work of equity. Inoltre, c’è ancora troppa frammentazione, i territori non approfittano delle risorse, non siamo ancora riusciti a scaricare a terra tutto il potenziale della policy startup. Deve essere chiaro: questa policy non è una cosa bella per pochi, è politica industriale a tutto tondo, vera. Certo, selezionata, ma perché vogliamo i migliori, così che loro arricchiscano il Paese”.

Le startup hanno un enorme potenziale, come sottolinea anche De Biase, che sostiene che “l’ecosistema dell’innovazione italiano sta giocando un campionato globale e può migliorare la sua classifica se fa squadra. Perché il mondo non finisce a Silicon Valley e perché si stanno sviluppando nuovi hub dell’innovazione. E perché uno di questi non potrebbe essere in Italia? Un ecosistema non nasce per logiche campanilistiche, corporative e furbesche, nasce da un duro lavoro di modernizzazione, da una visione comune e dalla collaborazione di tutti gli attori”.

La necessità di fare squadra è ribadita anche da Firpo, che spiega come “ci sono tanti luoghi, tante iniziative e tanti progetti, ma sono terribilmente sparpagliati e scoordinati. Bisogna tirare fuori maggiori risultati, maggiore visibilità e maggiore densità. E, soprattutto, bisogna fare emergere delle success story, dei modelli di successo e delle belle storie da raccontare. Non partiamo da zero, i segnali positivi ci sono, ma dobbiamo iniziare da subito a valorizzarli in tutti i modi possibili”. Questo, però, non significa annientare la competizione, anzi. Come spiega Firpo, “è giusto che ci sia un po’ di competizione. È importante sapere che possiamo permetterci due o tre poli di riferimento, ma non di più. Abbiamo la fortuna di avere città come Torino, Milano e Roma collegate da un treno che passa da Bologna. Un asse naturale di innovazione, servito dall’alta velocità che parte da Porta Susa, a pochi passi dal Politecnico e arriva alla stazione Termini, dove c’è Enblas. Credo che l’ecosistema italiano ci sia già, ma ribadisco: lavoriamo insieme, non moriamo di individualismo”.

Lavorare insieme non solo per le startup, ma anche per le aziende già presenti sul mercato. Come spiega De Biase, “l’Italia ha un sistema industriale forte e competitivo in alcuni settori e con sistemi di imprese speciali che esportano, si occupano di produzione di beni ad alto valore aggiunto e spesso innovano anche sviluppando alta tecnologia. Ci sono almeno 240 mila imprese con più di 5 dipendenti e con meno di 250 dipendenti che stanno sul mercato internazionale e che, almeno in parte, possono diventare protagoniste dell’ecosistema dell’innovazione. La connessione delle startup a questo tipo di industria può avere l’effetto di accelerare l’innovazione del sistema e dare uno sbocco alle startup che non sia solo quello di tentare la fortuna sui mercati digitali centrati su altri ecosistemi”.

Un lavoro collettivo che deve essere coordinato, ma non necessariamente dalle istituzioni, le quali, come spiega Firpo, “devono creare un contesto di regole favorevole, dare sostegno ma non assistenza. Poi deve venire fuori l’ecosistema, e ancora questo non è accaduto, formato da università, incubatori, investitori, banche e imprese, che devono tirare fuori il meglio di sé, devono e possono fare di più in termini di investimento, visibilità e impegno. Devono e possono anche rischiare di più”. L’ecosistema delle starup, per potersi sviluppare ha bisogno anche di conoscere e di saper applicare le misure decise dalle istituzioni. Secondo Firpo, sono “misure non ancora utilizzate a pieno”.

Fare squadra, abbandonare i campanilismi, gli individualismi e mettere da parte un po’ di competizione per crescere insieme non sarà facile. Come spiega De Biase, “la nostra industria esportatrice è davvero competitiva e dotata di valori unici nel panorama internazionale, ma ha risorse e può comprendere che nel sistema delle startup c’è un potenziale di innovazione che la riguarda da vicino. Il fatto è che i giovani che sono orientati a cogliere questa opportunità si moltiplicano, la finanza è arretrata ma in crescita. In questo mondo dell’innovazione si compete duramente ma si vince insieme”.

Un gioco di squadra che farebbe bene sia alle startup che alle industrie già affermate, ma che soprattutto farebbe bene all’economia del Paese in vista della prossima vetrina internazionale dell’Expo 2015, dove l’innovazione dovrà essere visibile e chiara.

 

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