lunedì, Settembre 27

Start-up, innovazione per l’economia field_506ffb1d3dbe2

0

Startup italia

Un’idea, un pensiero, un’esperienza possono dare origine a un’impresa, talvolta di successo. Prima, però, l’idea innovativa e la giovane azienda devono attraversare un periodo di tempo, in genere di 3 o 4 anni, definito come fase di start-up, durante il quale l’azienda si organizza, si dà una struttura e si presenta sul mercato cercando di attirare gli investimenti necessari per il suo futuro.

Da circa un anno in Italia esiste il registro camerale per le iscrizioni delle start-up innovative, che consente di usufruire delle agevolazioni previste dal decreto sviluppo del Governo Monti. Secondo questo registro, che raccoglie quindi gran parte delle start-up italiane, nel nostro Paese la quota delle start-up sarebbe giunta a 1618, anche se alcune stime parlano di almeno 3.000 nuove aziende comprendendo anche quelle che non si sono iscritte al registro. Le start-up nate negli ultimi 12 mesi e iscritte al registro sono state, invece, 752, in pratica ne sono nate 2 al giorno. Una vivace proliferazione di nuove aziende basate su idee innovative, che confermano il tessuto imprenditoriale italiano, ma anche le differenze geografiche storicamente esistenti. Al top delle iscrizioni, infatti, c’è la Lombardia, con 328 start-up, seguita dall’Emilia Romagna, con 176 iscrizioni e dal Lazio con 169. Seguono poi, in questa classifica, il Veneto, con 140 start-up e il Piemonte con 131. Agli ultimi posti, invece, si collocano il Molise con 9 start-up, la Basilicata con 8 e la Valle d’Aosta con 5 iscrizioni al registro camerale.

L’iscrizione al registro camerale è per le start-up un vantaggio, perché consente di accedere alle agevolazioni entrate in vigore più di un anno fa con il decreto crescita bis. Agevolazioni che vanno dalle deroghe al diritto societario all’esenzione dal pagamento del diritto annuale, dell’imposta di bollo e delle spese di segreteria per la Camera di Commercio nei primi quattro anni di iscrizione. Ma anche la possibilità di remunerare i propri collaboratori con stock option e i fornitori di servizi esterni attraverso work of equity, usufruendo di un regime fiscale e contributivo vantaggioso. Altri vantaggi derivano dall’introduzione di una disciplina in materia di lavoro a tempo determinato più flessibile rispetto alle altre imprese, così come la concessione di credito d’imposta del 35% per l’assunzione di personale altamente qualificato. Mancano solo le agevolazioni fiscali per gli investimenti in start-up, che dovrebbero entrare in vigore a breve.

Le agevolazioni previste dall’iscrizione al registro camerale hanno sicuramente una grande importanza, ma sembra essere sempre più fondamentale per le nuove start-up poter contare sulla presenza di associazioni no profit e incubatori che fanno della loro mission la promozione della cultura imprenditoriale. Una di queste è l’associazione di Italia Startup, fondata nel 2012 come piattaforma indipendente e collettiva in cui raccogliere pensieri, progetti e strategie per dare vita a un ecosistema imprenditoriale competitivo e capace di accogliere e alimentare l’innovazione. Questa la mission dell’associazione, che si propone come aggregatore di vari soggetti, dall’imprenditore all’investitore, dall’industriale allo start upper, dall’ente all’azienda, tutti coloro che vogliono prendere parte a un percorso di rinnovamento dell’economia italiana.

Un rinnovamento in cui Federico Barilli, segretario generale di Italia Startup, crede molto.

I dati del registro camerale segnalano una crescita vertiginosa delle start-up, nella misura di 2 al giorno. Quale è il motivo di questa crescita?

Sicuramente, uno dei motivi più consistenti ha a che fare con la problematica del lavoro in Italia. Per i giovani che non riescono a trovare lavoro, fare impresa diventa un’opportunità reale, ma anche chi esce dal mondo del lavoro, volontariamente o forzatamente, trova una valida alternativa nel creare nuove realtà aziendali. In questo caso si può contare anche sull’esperienza professionale acquisita durante il lavoro. C’è poi un terzo motivo legato alla diffusione che sta avendo il tema delle start-up e delle nuove imprese, ma il motivo principale è che siamo di fronte a una crisi che obbliga i giovani e i meno giovani a fare impresa per poter lavorare.

Come nasce una start-up e su quali sostegni può contare?

Le motivazioni che portano alla nascita di una start-up sono molte. Di solito nasce sulla base di un’idea imprenditoriale, la cosiddetta business idea, che può derivare anche dall’esperienza professionale acquisita. La strada migliore, poi però è quella di non rimanere soli. L’idea, infatti, nasce generalmente nella testa di una persona, ma noi consigliamo sempre di costruire una squadra con le giuste competenze finanziarie e di management, con soggetti che sanno cosa vuol dire mettere insieme e gestire una società. La figura terza può essere reperibile anche da persone che escono dal mondo del lavoro. In questo modo l’idea di una persona giovane si unisce alla capacità di gestione di una o più persone con esperienza. Poi occorre avere i fondi per partire. Di solito si parte con fondi propri, i cosiddetti family and friends, ma quando l’idea si consolida bisogna cercare finanziamenti da chi può investire (incubatori, venture capitalists). Ci sono anche idee che nascono sulla base di un’esperienza solida, ma la presenza di una squadra è sempre consigliabile.

Quali sono le principali difficoltà che una start-up può incontrare nei suoi primi anni di vita?

Le difficoltà possono essere tante. La prima è che partiti con un’idea innovativa ci si rende poi conto che tanto innovativa non era, magari lo è in Italia ma non in altri Paesi. Il secondo problema riguarda la formazione del team: si costruisce una squadra e poi ci si rende conto che le competenze non sono integrate. Il terzo problema è quello finanziario: l’azienda parte, inizia ad avere i primi clienti e poi in realtà la cosa non cresce secondo il business plan previsto ed è sempre più difficile trovare investitori. C’è, infine, un altro elemento, che è quello di essere consapevoli della possibilità di fallimento, per poter ripartire eventualmente con nuovi progetti e con un’esperienza anche negativa alle spalle che serve da insegnamento.

L’Italia è un Paese accogliente per le start-up?

Dire che l’Italia è un Paese accogliente per le start-up è un po’ esagerato, ma possiamo dire che sta facendo di tutto per diventarlo. Ci sono almeno 3 elementi da considerare. il primo è la presenza di un impianto normativo che ha messo luce piano piano su questo sistema, riconoscendo la sua esistenza. Il secondo elemento riguarda gli investimenti, sia istituzionali che privati, che sono in crescita. Infine, non dobbiamo dimenticare che il nostro è un Paese che nel primo dopoguerra è riuscito a creare imprese grandi, dimostrando che c’è un humus che favorisce l’imprenditoria, soprattutto in una situazione di grande crisi. Non è accogliente per le nuove realtà imprenditoriali come potrebbero essere altri Paesi, ma ci sono una serie di elementi che sono favorevoli alla crescita di questi nuovi soggetti.

Ci sono paesi da cui possiamo prendere esempio per i sostegni forniti alle start-up?

Ancora oggi gli USA rimangono un Paese faro in questo contesto, così come Israele, dove ci sono finanziamenti e un sistema universitario che stimolano i giovani ad andare verso le imprese. Ci sono altri sistemi che sono venuti avanti negli ultimi anni: l’Inghilterra, soprattutto Londra; la Germania, in particolare Berlino e la Francia con Parigi, ma anche il Cile, il Canada e altri. Anche noi dovremmo accodarci a questo grande ecosistema mondiale. Non sono poche le start-up che sono oggetto di attenzione anche internazionale. La partita vera, infatti, si gioca si in Italia, ma  dobbiamo essere anche consapevoli che ci sono realtà che attirano investimenti dall’estero. Non dobbiamo inseguire modelli che da noi non sono percorribili, come il modello Facebook e Twitter, ma vorremmo costruire un modello che sia più business to business, basato su realtà solide. Noi dobbiamo costruire un nostro modello di sviluppo che sia in continuità con quello che l’Italia ha adottato 50 anni fa.

Tante le start-up che nascono, ma in questo periodo di crisi quante realmente riescono a sopravvivere e a diventare solide realtà?

Non sono tante purtroppo. Bisogna mettere in conto due eventualità. La prima è il fallimento, la seconda è il diventare un’altra piccola impresa che va ad aggiungersi al grande tessuto imprenditoriale italiano. Probabilmente da noi non vale quel criterio di start-up americano in cui su 10 start-up innovative una ci riesce e diventa una grande azienda. Da noi ne sopravvivono di più, ma il problema è se queste tre o quattro aziende che sopravvivono riescono a diventare imprese solide o se rimangono imprese piccole. Questo rappresenta il problema e l’opportunità di questo sistema, fatto di piccole e medie imprese che riescono in qualche modo a stare sul panorama economico. I rischi sono tanti e bisogna esserne consapevoli.

Quali sono le regioni italiane in cui nascono più start-up?

Purtroppo i dati sono chiari, segnalando una maggiore proliferazione di start-up nel Nord e nel Centro Nord della penisola. Qui, infatti, c’è un tessuto imprenditoriale e formativo che va molto in questa direzione. Bisogna anche dire che nel sistema delle start-up il ruolo degli incubatori è importantissimo e questi sono concentrati soprattutto nel Nord e Centro Nord. Alcuni di questi incubatori fanno una prima selezione. I dati del registro delle imprese dice chiaramente che la concentrazione di questi incubatori è al Nord. Più si va verso Sud e più questi numeri si riducono.

Che cosa fa Italia start-up?

Italia Startup è un’associazione no profit che aggrega gli attori dell’ecosistema. Ci occupiamo dell’aggregazione di start-up, incubatori, investitori, aziende e tutti quei soggetti che danno sostegno alle start-up. La maggior parte dei soggetti sopravvivono e sono parte stabile dell’ecosistema, mentre le start-up, o perché falliscono o perché diventano imprese, non esistono più dopo un po’ di tempo, ovvero dopo i 4 anni previsti. Quindi, la nostra è una funzione aggregativa a termine, e ci proponiamo di far crescere tante start-up.

Quanto sono importanti gli incubatori?

Tantissimo e sempre di più. All’inizio di questo processo, circa nove anni fa, nessuno faceva incubazione. Da allora ne sono nati tanti, anche incubatori pubblici, che hanno dovuto fare i conti con quelli privati. Una diffusione che ha consentito la creazione di luoghi che sono indirizzati proprio a questo e una maggiore garanzia anche per chi deve investire. Gli incubatori fanno anche aggregazione sul territorio. Il passaggio previsto per i prossimi anni, ma che già si sta realizzando, è che molti di questi soggetti si specializzino nelle diverse aree imprenditoriali. Una specializzazione che già c’è, ma il processo deve ancora affinarsi. Rispetto a nove anni fa ci sono parecchie decine di incubatori e ne stanno nascendo di nuovi e importanti per una prima selezione delle start-up con maggiori probabilità di sfondare sul mercato.

Quanto sono importanti le start-up per il rilancio economico del paese?

Credo che le start-up siano fondamentali al rilancio economico del Paese per almeno due motivi. In primo luogo, questi soggetti giovani, di anagrafe aziendale, portano innovazione al sistema con nuovi servizi e nuovi prodotti. In secondo luogo, ci sono tanti giovani, di età anagrafica, brillanti, usciti da percorsi Erasums, percorsi di studi internazionali, che creano nuove imprese e che diventano competenze di valore per tutto il sistema. La parola chiave è ‘contaminazione’ tra il sistema industriale esistente e le nuove imprese. Se avviene questa contaminazione, ci sono innovazioni vere per tutto il sistema. In questo modo le industrie si rinnovano e diventano più competitive. Quindi, le start-up rappresentano il futuro e il presente del Paese.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->