martedì, Ottobre 26

Start up, come decollare field_506ffb1d3dbe2

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Un’idea innovativa può dare vita a una start up che si consolida e diventa piano piano un’azienda posizionata sul mercato, in grado di vivere di vita propria. Un percorso che si spiega in due parole, ma che necessita di un lungo periodo di incubazione, per dare modo all’imprenditore di mettere a punto la sua idea, brevettarla e renderla produttiva, attraendo i finanziamenti necessari per poter entrare nel mercato e rimanerci. In questa fase hanno un ruolo cruciale gli incubatori, chiamati anche Bic o Business Innovation Centre, che hanno lo scopo di generare un cambiamento che crea o aggiunge valore, ovvero di supportare le nuove start-up nella delicata fase della loro definizione.

Tante sono le società nate negli ultimi decenni con l’obiettivo di tenere per mano le start up, e ultimamente si è assistito a una progressiva specializzazione nei vari ambiti di intervento. A livello europeo sono presenti 200 Bic, che ospitano non solo le attività di high tech, che rappresentano il 47%, ma anche quelle che non hanno nulla a che fare con la tecnologia. In Italia si contano 24 Bic, di cui 11 al Sud, mentre il Nord ne conta 9, insieme agli altri incubatori più piccoli sorti negli ultimi anni. Il numero degli incubatori in Europa non è molto più basso, in proporzione, a quello statunitense, ma quello che fa la differenza è proprio il diverso modo di strutturare e gestire un Bic, soprattutto nei confronti delle start up.

Guardando un po’ più in casa nostra, non possiamo non notare come, a paragone con la Germania, i risultati raggiunti dai nostri Bic siano un po’ deludenti. Secondo l’Osservatorio dei Bic, nel 2012 gli incubatori italiani hanno analizzato 465 richieste di finanziamento per progetti innovativi, e siamo arrivati alla formazione di sole 45 start up. Una media di conversione idea-impresa del 9,6%, contro quella della Germana del 47% e una media europea del 10,6%. Il dato positivo che emerge dall’Osservatorio è che in Italia abbiamo la maggiore sopravvivenza delle start up: a tre anni dalla loro inaugurazione, infatti, il 92% in Italia sono attive, mentre la media europea è dell’88%.

La grande presenza di start up in Italia, pronte a ricevere finanziamenti, non corrisponde al momento a un aumento della creazione dei posti di lavoro. Per ogni start up fondata nel 2012 si conta, infatti, solo un posto di lavoro contro i due generati in Europa. Inoltre, sembra essere più basso anche il livello della salvaguardia della proprietà intellettuale, dal momento che in Italia è molto basso il numero delle start up che hanno potuto fare richiesta di brevetti.

Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio dei Bic, in Italia e in Europa in generale, la maggior parte della voce di spesa degli incubatori viene destinata al personale. Il numero di persone che lavorano nei Bic è alto: in Italia il 50% dei centri che fanno business dell’innovazione conta tra i 15 e i 25 dipendenti, mentre in Europa il 72% dei Bic coinvolge tra le 3 e le 14 persone. Ma alta è anche la spesa per i collaboratori esterni, soprattutto in Italia, dove il 30% degli esperti contattati occupa la poltrona per più di 300 giorni l’anno, mentre a livello europeo questo accade solo nell’8% dei casi. All’estero, infatti, la maggior parte delle collaborazioni esterne non si prolunga per più di 50 giorni.

Dall’analisi fornita dall’Osservatorio dei Bic, gli incubatori italiani sembrano avere un buon livello teorico, ma uno scarso livello pratico. Ai Bic italiani manca lo sviluppo delle risorse umane, un’adeguata pianificazione finanziaria, l’accesso alle finanze e una mirata formazione per i nuovi imprenditori. In pratica tutto quello che serve per consolidare e rendere proficua un’idea. Soprattutto, in Italia manca un’idea di investimento a tutto tondo che è alla base dello sviluppo di una start up. Nel nostro Paese sono assenti i finanziamenti privati derivanti da business angels e venture capital, e i fondi pubblici sono in notevole calo a seguito di una crisi economica che ha portato a un progressivo taglio della spesa pubblica e a un mancato sviluppo dei fondi per l’innovazione.

Negli Usa, dove le start up hanno maggiori probabilità di diventare imprese solide, non c’è un numero esagerato di incubatori, ma solo una cultura imprenditoriale diversa, basata sul sostegno al contesto e alle imprese realmente innovative e meritevoli. Affinché un’idea innovativa possa affermarsi sul mercato, infatti, occorre prima aiutare lo sviluppo di un contesto che giri intorno all’innovazione. Non bisogna puntare in modo ossessivo alla quantità di start up da creare, quanto piuttosto garantire anche alle poche esistenti un contesto innovativo in cui possano crescere. Come spiega Marianna Mazzuccato, docente di Economia dell’Innovazione, “in Gran Bretagna l’ossessione per le Pmi ha prodotto scarsi risultati. I soldi pubblici devono andare alle imprese innovative, come in Silicon Valley, dove tutta la tecnologia dell’iPhone è finanziata dal Governo”. Secondo Mazzuccato le start up sono un bene per l’economia, “ma con moderazione, perché occorre allargare lo sguardo e sviluppare un ecosistema innovativo, nel quale le imprese appena nate riescano a crescere attraverso un’interazione tra investimenti pubblici e privati”.

Occorre un piano di finanziamento strutturato, che non sia destinato solo alle start-up ma anche allo sviluppo del contesto. Come spiega la dottoressa Mazzuccato, “l’Inghilterra ha pensato di finanziare centinaia di piccole e medie imprese e start up, ogni anno, direttamente o indirettamente, con qualcosa come 8 miliardi di sterline, pari a poco meno di 15 miliardi di euro. I risultati, però non sono stati quelli sperati, e alla fine pmi e start up non stanno contribuendo in modo particolare all’economia britannica in termini di posti di lavoro, produttività e innovazione. In termini di capacità di generare innovazione e crescita non occorre enfatizzare start up o imprenditori, ma l’ecosistema entro il quale operano e dal quale dipendono”.

Per realizzare questo contesto, però, serve la presenza costante e concreta dello Stato, anche se può apparire come una contraddizione allo sviluppo del libero mercato. Secondo Mazzuccato, in Italia e in Europa “lo Stato è poco strategico, non fa gli investimenti strategici necessari per sostenere la crescita. Nella Sylicon Valley californiana i nuovi imprenditori hanno cavalcato un’enorme onda creata dagli investimenti pubblici. Dietro alle tecnologie di Internet, ai touch screen di Apple e agli algoritmi di Google ci sono gli investimenti effettuati nella ricerca e nell’innovazione da una quindicina di agenzie statali. In Italia non c’è poca finanza, ma c’è la finanza sbagliata. Manca quella finanza paziente, di lungo termine, in grado di sostenere la crescita delle nuove imprese”.

Una finanza che sia in grado di far confluire una buona parte di investimenti nello sviluppo del contesto innovativo, in modo da rendere più semplice l’adattamento delle start up e la loro trasformazione in imprese. La dottoressa Mazzuccato spiega che “molte aziende della Silicon Valley hanno beneficiato direttamente di finanziamenti early-stage erogati dal Governo così come della possibilità di produrre utilizzando tecnologie finanziate attraverso contributi pubblici ed è per questo che tecnologie come quelle di Apple e dei suoi iPhone hanno ricevuto finanziamenti statali, da Internet al Gps, dal display touch screen al Siri”.

Prendendo come punto di riferimento l’esempio positivo degli Usa, Marianna Mazzuccato lancia una sua proposta. “Quello di cui abbiamo bisogno” spiega “non è rappresentato da tante piccole start-up o dall’ossessione di finanziare le pmi. Abbiamo bisogno di un ecosistema per l’innovazione. Questo significa impostare un settore pubblico capace e convinto di investire soldi in formazione e ricerca. Poi servono grandi aziende che reinvestano i profitti in capitale umano, ricerca e sviluppo. Serve un sistema finanziario che guardi all’economia reale e non solo a se stesso, una politica fiscale che ricompensi gli investimenti a lungo termine. Insomma, serve una politica migratoria che attragga i migliori cervelli da tutto il mondo e una politica  competitiva che sfidi i pigri piuttosto che consentire loro prezzi elevati e sussidi parassitari”.

 

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