mercoledì, Settembre 22

Stalking: il punto di non ritorno field_506ffb1d3dbe2

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Al di là delle definizioni, però, ciò che stupisce è la frenesia con cui, da un normale rapporto di conoscenza, si precipita in un turbinio di condotte ripetute, alcune assolutamente innocue in sé considerate.

Ho provato ad allontanarlo e qui c’è stata la svolta, più cercavo di tirarmi indietro più provava ad invadere la mia vita. La cosa ben presto è diventata infernale, mi trattava come se fossi il grande amore della sua vita, mi mandava lettere che qualunque donna vorrebbe leggere nella sua vita, ma poi, nel momento che ha realizzato di non poter arrivare al suo obiettivo, è diventata la persona peggiore del mondo, scriveva a tutti per parlare male di me, anche alle persone a me molto vicine. Quando sembrava si fosse calmato dopo due-tre settimane, ecco che ritornava alla carica”, racconta Graziella Lombardo con la voce che segue naturale l’escalation di un racconto che sta man mano avvicinandosi al suo culmine.

Essendo abbastanza in vista nella città, per il ruolo che ho, è stato molto pesante”, continua, “Una volta mi ha visto in compagnia di una persona, gli ha telefonato la sera stessa senza presentarsi e lo ha minacciato, beccandosi una denuncia. Mi mandava mail facendomi capire che mi vedeva o mi inseguiva, sapeva che mi ero tagliata i capelli e sapeva come li avevo ogni volta. Mi inseguiva con la macchina o mi aspettava sotto la sede del giornale”.

Il “Sono stata fortunata”, ritorna ancora una volta, in mezzo al coraggio e alla dignità di chi si rende conto subito che si è raggiunto un punto di non ritorno. Lo stalker si era insinuato dentro la cosa a lei più cara, la sua famiglia, che le è stata vicina insieme ai suoi amici e ai suoi colleghi: “Abitavo da sola, sopra casa di mia madre, era difficile salire da me e dunque ha cominciato anche con mia madre, telefonava di notte, ha scritto addirittura il nostro numero di casa sul traghetto e naturalmente, la notte, arrivavano a mia madre telefonate di un certo tipo…meno male che ho una mamma giovane. Lei cercava anche di farlo ragionare ma niente, era sempre più pericoloso”. La direttrice di Centonove non perde l’ironia nemmeno quando racconta quei momenti molto fastidiosi, il mirino del suo persecutore si era allargato anche alla sua famiglia.

L’art 612-bis del codice penale, rubricato “atti persecutori”, recita: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita».

Le problematiche principali riguardano le misure cautelari da adottare per isolare tali comportamenti, venendo incontro, in termini di tutela, alla vittima. La nuova legge sul femminicidio del 2013, ha riconosciuto ad esempio la possibilità di ascoltare in forma protetta la vittima, obblighi informativi più stringenti e la facoltà di godere dell’anonimato, almeno in una fase iniziale, per chi denuncia. Le pene sono state inasprite così come l’utilizzo di strumenti repressivi e preventivi come l’ammonimento da parte del Questore o l’obbligatorietà dell’arresto in flagranza. Punizione, prevenzione e protezione, sono le tre P che devono reggere l’intero sistema.

Ma la fortuna di Graziella Lombardo è quella di essere una donna forte che, da subito, mette al corrente tutte le persone vicine di quello che ritiene un grande problema. Eppure, all’inizio, non è stato così facile convincere tutti della gravità del problema: “Tutti attorno a me sottovalutavano la cosa, mi dicevano che era innamorato, io rispondevo che era un malato, uno squilibrato, successivamente i problemi li ha creati a tutti”, afferma. Nonostante la denuncia, come molto spesso accade, la polizia non aveva ben inquadrato la vicenda, non avendo elementi sufficienti e allora ecco l’intuizione giusta: “Ho cercato di ricostruire la sua vita, aveva avuto già una condanna per violenza privata perché, dopo dieci anni, si era lasciato con una fidanzata, a seguito di un litigio col nuovo compagno di lei. Ho chiamato l’amico che me lo aveva presentato e mi ha rivelato che anche questa ragazza aveva fatto una denuncia, nel primo caso aveva ottenuto la non menzione nel casellario, il secondo procedimento era in corso e la mia denuncia non era ancora stata registrata. All’epoca dei fatti lo stalking non era stato inserito come reato”.

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