giovedì, Settembre 23

Sta nascendo un movimento albanese nei Balcani?

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Siamo  attualmente  nelle condizioni in cui il governo  di Tirana pensa di essere  favorito dalla geopolitica del  momento? Oppure  c’è  un cambiamento  di rotta  della politica  estera  dopo  la l’ennesima ‘rotazione politica’? Queste alcune delle domande  da  porre  nel  momento in cui all’improvviso l’Albania si trova nel pieno di tensioni  diplomatiche con Grecia, Macedonia e Serbia.

I fatti  dimostrano che il comportamento  nella politica estera è cambiato,  anche  se degli obiettivi come la ‘buona confinanza’ o l’integrazione possono  essere  sempre  gli  stessi.

Aiutata dal fatto che viene supportata da alleati influenti, per il momento, quali  UE, (principalmente la Germania) e l’alleato strategico (Usa), al  governo è riuscito più facile questo ultimo anno di lanciare anche delle frasi a doppio o più senso. Questo nuovo linguaggio diplomatico, che tenta di dare all’interno della stessa frase diversi  messaggi alle parti interessate, sembra essere il nuovo modo di fare politica nei Balcani.

Analisti come  Afrim  Krasniqi  hanno  un’ottica più  pragmatica  della situazione. Nell’intervista  rilasciata a L’Indro, Krasniqi ritiene la situazione  legata  agli interessi economici, oppure  come ‘alimento’ per la politica interna momentanea, ma imbellita  in modo artificiale con dei colori  nazionalisti: “Il nutrimento principale per il nazionalismo nei Balcani è il calo economico, la povertà e l’impotenza delle élite  politica di creare degli standard  più elevati di democrazia e di vita. In mancanza di  questi  ultimi, spesso loro si spostano su  offerte nazionaliste  al fine di  ‘nutrire’  gli elettori, generalmente nel periodo pre elezioni e durante  le crisi interne”.

Il governo  albanese  attualmente ha aperto dei  fronti  su temi  caldi di discussione quasi con tutti i vicini di casa, naturalmente tranne che con il Kosovo, anche se  delle lievi scosse economiche dettate dalla concorrenza  sull’import-export dei prodotti  interni, si sono sentite anche con i fratelli albanesi di oltre confine.

Con la Serbia il tema caldo rimane appunto il Kosovo. Il picco delle tensioni si è avuto durante la partita  di calcio  Serbia-Albania, il 14 ottobre dello scorso anno.  Buona parte della tifoseria ultra nazionalista urlava  «morte agli albanese», ma la risposta, (forse albanese,  dato che l’autore non è stato catturato), è stata un drone con la bandiera della Grande  Albania, con i confini allargati dove sono compresi anche i territori attualmente  abitati dalle  etnie albanesi, atterrato  sul campo di calcio. La tensione è poi esplosa e la partita è stata interrotta. Ma il segnale di una nuova era nella politica del governo prende il via nel viaggio verso Belgrado del primo ministro albanese Edi Rama del 10 novembre, che ha segnato la prima visita storica nel Paese e ha dato una svolta al rapporto tra i due paesi dopo oltre 70 anni. Ma questa storia ha  rischiato di scivolare ancora  nella tradizione polemista dei Balcani nel momento in cui Edi Rama nella conferenza stampa  ha pronunciato quelle parole che hanno fatto infuriare i serbi: «Kosovo è indipendente». La risposta è arrivata in coro da tutti i quotidiani  serbi, i quali il  giorno dopo hanno messo in prima pagina  il titolo «Provokacija » quindi una provocazione a casa loro. Nell’occasione il governo  albanese ha continuato il suo lavoro: il resto delle  agenda era piena di colloqui basati sulla intercollaborazione, sul buon  vicinato e sulle prospettive verso l’integrazione e l’economia.

La strategia è stata commentata con successo. Il Primo ministro sebo Vucic è stato accolto come un amico a Tirana nella visita del 27 maggio scorso, un’altra visita  storica nei rapporti tra i due Paesi, come commentato anche dal dipartimento di Stato degli USA.

 

Dalla provokacija  alla pace… Un nuovo capitolo  Serbia-Albania, almeno per il momento

La pace, che l’Albania ha acquistato con alcuni applausi per il suo primo ministro, audace nelle proprie battute. Mentre la Serbia se l’è venduta un pò più cara. L’apice  degli accordi  tra i due Paesi è stato quello sulla costruzione dell’autostrada  Serbia-Kosovo-Albania. Mentre Pristina  e Tirana hanno già costruito  i loro segmenti con i propri finanziamenti statali, la Serbia si è impegnata a costruirla con i finanziamenti  dell’UE. E il finanziamento richiesto  è di ben  1 miliardo di euro.

Il politologo Afrim  Krasniqi vede questi investimenti come ultimo tassello delle tensioni nazionaliste nei Balcani: “Non ci sono sorgenti pratiche che appoggiano le alternative nazionaliste. Nessun Paese della regione può sopravvivere senza l’aiuto degli alleati, né la sicurezza si può garantire senza questo aiuto”.

Ma la Serbia  è soltanto uno dei fronti aperti  nei rapporti diplomatici di Tirana. Un altro Paese con tanta storia comune, dove vivono regolarmente 600 mila emigranti albanesi, e senza contare quelli illegali, è la Grecia. I rapporti tra i due Paesi hanno vissuto tanti alti e bassi, ma il cambiamento è che questa volta il gioco parte dall’Albania. Un conflitto per la zona marittima tra i due Paesi si è avuto in seguito alla decisione della Grecia di far partire le ricerche  per  il petrolio appunto nella zona discussa. Ma  all’Albania  non è bastata solo una nota ufficiale. La diplomazia si é messa in moto. Una  nota di protesta è arrivata all’ONU insieme ad una richiesta basata alle convenzioni internazionali, che ha obbligato l’impresa delle ricerche a interrompere i lavori. La risposta dei greci non si è fatta attendere: hanno criticato l’Albania e il suo comportamento, accusandola di creare inutili tensioni nella regione. La risposta di Atene era sulla stessa linea d’onda rispetto al linguaggio usato dal governo  albanese, una gara a chi usa i toni più alti a scopo di intimidire il prossimo. Già nella fase delle dichiarazioni,  il noto analista greco Stavros Tzimas ha lanciato dal quotidiano greco Katimerini un appello che non si addice al linguaggio ellenico. Nel suo articolo intitolato   «I leader devono  osare»,  dice:  «Il percorso  per il ritorno della Grecia nei Balcani passa tramite l’avvio dei rapporti con l’Albania e il percorso degli albanesi verso l’Europa passa tramite la Grecia».

Di nuovo la diplomazia albanese  in questo caso fa riferimento alla strategia seguita con la Serbia. La dichiarazione che l’Albania non  indietreggia dall’accordo sulle zone marittime è stata argomentata dal primo ministro così:  «In nome del buon vicinato non si possono negoziare gli interessi nazionali».  Ma questo è stato solo l’inizio della dichiarazione, perché alla fine questa si conclude con un invito alla collaborazione tra i due Paesi, anzi con un auto-invito di Rama in Grecia se il primo ministro Tsipras non potrà andare in Albania, dato che effettivamente quest’ultimo  ha annullato le visite previste finora a Tirana.

Ma anche l’uso dei due modi di parlare  all’interno della stessa dichiarazione il politologo Afrim  Krasniqi  “lo intravede nella pressione degli  esponenti  internazionali:  la convivenza nei Balcani è soprattutto l’imporsi dei fattori esterni, anziché  delle radici profonde culturali, problematiche, della criminalità, il terrorismo, ecc., e comunque si chiede aiuto all’estero, principalmente agli USA e all’UE”.

E neanche la Macedonia è rimasta fuori da questo linguaggio. Lo si può notare nella risposta alla dichiarazione dell’Albania di ricordare a Skopje che il Paese ha il diritto di voto ma anche di veto nella NATO, dove questo Stato aspira di entrare a far parte. E per essere membro della NATO, secondo il governo albanese, la NATO deve rispettare i diritti degli albanese che costituiscono quasi un terzo della popolazione di questo Paese. In questo caso la reazione dell’Albania è arrivata dopo gli incidenti a Kumanova, in Macedonia. A maggio, l’opposizione a Skopje ha dato il via alle proteste per chiedere le dimissioni del premier Nikolla Gruevski. Il leader dell’opposizione Zoran Zaev ha pubblicato le intercettazioni  che secondo lui incastrano il governo in un caso di curruzione. Nel colmo dello scandalo, un quartiere albanese è stato attaccato con armi da fuoco, artiglieria pesante e carri armati. Il bilancio è stato di18 vittime, tra le quali 8 poliziotti e 10 membri del gruppo armato. La reazione di Tirana è arrivata dopo la dichiarazione del ministero dell’interno macedone che ha descritto il gruppo armato come terroristi albanesi arrivati dal Kosovo per creare instabilità. Il governo albanese ha condannato il fatto che il gruppo armato è stato etichettato etnicamente. A questo punto è intervenuto il primo ministro albanese: «La Macedonia non può essere accettata come membro della NATO se non garantisce nello spirito e per iscritto l’accordo di Ohrid».  E alcuni giorni dopo è stato lo stesso Rama che ha sottolineato di non avere accennato alla parola «veto» nella sua dichiarazione, anche se tutti hanno inteso così, compresa la Macedonia.

Per Afrim Krasniqi “i partiti nazionalisti non sono più fedeli come prima degli anni ‘90. Per questo non vedo un pericolo in breve tempo. Ma in lungo termine tutti gli attori politici che prendono le decisioni sanno che l’unica soluzione stabile è dentro l’UE”.

E visto che la lista delle tensioni diplomatiche si allunga, vale la pena chiedersi se esiste un movimento  albanese nei Balcani? Sono state  le circostanze  che hanno messo l’Albania dentro ad un vortice di tensioni con il vicinato oppure è la politica estera a cambiare? Quello che si può affermare è che l’Albania non agisce come un Paese che basa la sua politica estera a lungo termine e che non è influenzata dalle continue rotazioni politiche interne. Qualunque sia la forza politica vincitrice delle elezioni in Albania, di solito soffre della sindrome dell’anno zero. Quindi in ogni campo, compresa la politica estera, sono travolte dalla riforme. Le riforme  tastano ogni rapporto.

Lisien Bashkurti, diplomatico di lungo corso e professore nell’Accademia Diplomatica albanese, un centro specializzato su studi internazionali e diplomatici, dice: “La politica albanese non ha un piano B per la regione. Manca un progetto  strategico sulla questione internazionale. Ma bisogna considerare  che quei documenti strategici ci sono in Serbia e in Grecia. Solo la politica albanese agisce nel vuoto strategico regionale. Perciò penso che obiettivamente esistono piani A B e C  ma praticamente esistono di più dall’esterno verso l’interno, anziché  dentro e fuori, a favore della nostra nazione. Per tradizione gli albanesi non sono mai stati etno-centristi, cioè con un centro gravitazionale come la Grecia, la Serbia e la Croazia. Tirana non è mai stato il centro etnico degli albanesi”.

Ma è questo il momento giusto per l’Albania di assurgere a questo ruolo? Di trasformarsi in un centro che dirige le politiche estere degli albanesi dentro e fuori i confini? Di diventare il grande fratello degli albanesi nei Balcani? Secondo Afrim Krasniqi, sono gli altri Paesi che costringono l’Albania a mettere in scena un ruolo più patriottico di quando gli piaccia o possa in realtà affrontare. Questo secondo lui è solo un modo per rispondere agli altri Paesi nella ragione che hanno avuto un maggiore sviluppo del nazionalismo.

In questa situazione l’Albania sembra offrire ai suoi cittadini la giusta dose di nazionalismo, sempre attenta a non cadere in overdose. E la ragione, secondo Krasniqi, sta nelle fatto che “l’Albania, a differenza delle altre nazioni nei Balcani (Serbia, Kosovo, Macedonia, Bosnia ecc.) non ha nessun partito nazionalista in Parlamento e nella politica centrale. Il Nazionalismo non garantisce i voti, non ha sostegno politico, ma è usato come retorica da ogni governo in casi specifici, per bisogni quotidiani politici. Ed è un fatto che l’Albania non abbia sollecitato neanche gli albanesi di Kosovo, Macedonia o Montenegro per politiche più radical-nazionaliste. Questa è la prova che a Tirana non esiste il progetto o la volontà per tali iniziative, come le accuse di un progetto futuro per la Grande Albania”.

Cioè se davanti al popolo i politici sono nello stesso momento patrioti ma politicamente corretti, questo improvviso ruolo dell’Albania in mezzo alla ‘tensione balcanica’ è un caso? Una risposta ‘costretta’ oppure una strategia dell’Albania per dare una scossa agli interlocutori internazionali, per ricordargli che il Paese non ha solo bisogno di promesse per svolgere il ruolo che gli è stato assegnato?

Infatti nel Forum Economico tenuto a Tirana alla fine di maggio gli ospiti internazionali sono stati su questa linea: l’Europa non può soddisfare l’Albania e altri Paesi dei Balcani con le promesse di integrazione a distanza. Servono investimenti, progetti, finanziamenti e iniziative concrete sulla strada verso l’Unione europea. Al contrario, la carta del nazionalismo potrebbe venire più spesso  usata dai leader, per ottenere “con la forza” l’attenzione dell’Europa.

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