giovedì, Aprile 22

Srebrenica: ferita aperta dell’Olanda, responsabilità dell’Occidente

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«Gli olandesi li conosciamo dai tempi del massacri di Srebrenica. Conosciamo la loro moralità, il loro carattere marcio, per gli 8mila bosniaci che sono stati massacrati», così il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan in un discorso ad Ankara. Noi, ha aggiunto, «lo sappiamo bene. Nessuno deve darci lezioni di civiltà». Il Presidente turco è «un nauseabondo falsificatore della storia», ha risposto a stretto giro il Primo Ministro olandese, Mark Rutte, definendo ‘inaccettabile’ l’accusa secondo cui gli olandesi a Srebrenica, nella ex Jugoslavia, «hanno lasciato che 8 mila musulmani bosniaci venissero massacrati senza muovere un dito».

I fatti risalgono al 1995, a quello che passò alla storia come il ‘massacro Srebrenica’, la peggiore strage delle guerre jugoslave. Circa 8mila musulmani, uomini e ragazzi, furono uccisi e i loro corpi gettati in fosse comuni dai serbo-bosniaci. Responsabili del controllo del settore erano i peacekeeper olandesi, che furono accusati di aver lasciato campo libero al massacroTurchia e Paesi Bassi sono ai ferri corti perché sabato scorso l’Olanda ha impedito a due Ministri turchi di tenere manifestazioni a favore del referendum costituzionale turco del 16 aprile, col quale Erdogan vuole rafforzare i suoi poteri. Il Presidente turco, dopo aver parlato di ‘nazismo’, ha annunciato azioni contro l’Olanda. Per ora la Turchia ha interrotto le relazioni diplomatiche di alto livello e ha annunciato che non intende consentire all’Ambasciatore olandese, al momento fuori dal territorio nazionale, di tornare in Turchia. Ma la ‘questione olandese’ rappresenta solo la punta dell’iceberg: in realtà nelle ultime settimane la Turchia è entrata in rotta di collisione con diversi Paesi della UE.

Ma cosa centra Srebrenica? Srebrenica è la ferita ancora aperta, dopo quasi 22 anni, dell’OlandaLa cittadina, nella zona orientale della repubblica ex jugoslava devastata da tre anni di guerre interetniche, era stata proclamata dalle Nazioni Unite enclave protetta con la risoluzione 824, che definì zone sotto tutela le città di Sarajevo, Tuzla, Zepa, Gorazde Bihac e Srebrenica stabilendo che gli aiuti umanitari e la difesa sarebbero stati da garantire anche all’occorrenza con uso della forza, utilizzando soldati della forza di protezione dell’Onu.

Srebrenica, dove si erano rifugiate moltissime persone in fuga davanti all’avanzata delle truppe serbe, si trovava sotto la tutela delle truppe olandesi dell’Onu, un battaglione poco numeroso e male armato che di fatto assistette impotente al massacro. Per quei fatti vennero successivamente chiamati a rispondere davanti al Tribunale per la ex Jugoslavia Ratko Mladic e Radovan Karadzic, accusati di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Nel 2014 l’Olanda venne ritenuta civilmente responsabile della morte di 300 civili di fede musulmana, che si erano rifugiati nella base di Potocari, vicino Srebrenica, mentre avveniva il massacro e che i soldati olandesi del Dutchbat fecero uscire dal compound consegnandoli di fatto ai carnefici.

I fatti di Srebrenica hanno avuto forti conseguenze anche per la società olandese; sette anni dopo, il Governo – in seguito della pubblicazione di un rapporto che criticava le autorità per non aver adeguatamente preparato, armato e sostenuto le truppe, inviate in Bosnia con il mandato di proteggere le vite umane ma evidentemente non con i mezzi sufficienti per farlo – si dimise. Da allora, molti dei militari che facevano parte del battaglione soffrono di disordine da stress postraumatico, altri hanno accusato il Governo di averli mandati a compiere una missione impossibile.
Anni dopo la strage, quello che era stato il Ministro della Difesa olandese, Joris Voorhoeve, denunciò come «il comandante olandese delle forze di mantenimento della pace a Srebrenica avesse chiesto a nove riprese un aiuto aereo ravvicinato […] E mi era stato promesso. Ma non accadde nulla prima che fosse troppo tardi». «Ho scoperto che dietro questa promessa vi era un accordo, tra Regno Unito, Francia e Stati Uniti, di non fare più raid aerei della Nato contro le forze serbe. I tre alleati avrebbero dovuto discutere di questa decisione con i Paesi Bassi. Siamo stati tenuti all’oscuro». Il comandante olandese chiese più volte l’appoggio aereo. Alla fine un solo tank serbo venne colpito da un raid effettuato da due caccia americani e due olandesi, ricordò il ministro olandese. Secondo lui l’appoggio aereo avrebbe dato tempo ai caschi blu di evacuare la popolazione, anche se l’enclave non si sarebbe salvata.

L’attacco finale a Srebrenica era iniziato un paio di giorni prima e, l’11 luglio 1995, si concluse l’offensiva dei serbo-bosniaci. Tutti i maschi dai 12 ai 77 anni vennero separati dalle donne, dai bambini e degli anziani, vale a dire da coloro che, secondo i serbo-bosniaci, non avrebbero potuto imbracciare un fucile. Vennero portati via su camion e sistematicamente assassinati: almeno 8.372 vittime secondo le indagini. Quasi nessuno tra i responsabili di questo crimine ha pagato e soltanto poche persone sono state giudicate dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Ma non ci sono solo le responsabilità materiali di questo crimine. Ci sono anche quelle politiche e morali. E queste ultime investono pesantemente alcuni dei principali Paesi occidentali.

Nel 2015, in concomitanza con il 20° anniversario dei tragici fatti, in occasione dello svolgimento di una conferenza all’Aia (‘International Decision-Making in the Age of Genocide: Srebrenica 1993-1993’, alla quale hanno partecipato diversi dei protagonisti di quella vicenda: dall’ex Primo Ministro svedese e inviato speciale dell’UE per l’ex Jugoslavia Carl Bildt al rappresentante speciale dell’ONU Yasushi Akashi, e poi ancora: il generale Vere Hayes, l’ambasciatore francese in Bosnia Henry Jacolin, il primo ministro olandese Wim Kok, i generali Kees Matthijssen, Kees Nicolai e Rupert Smith, James Rubin, consigliere e portavoce dell’allora ambasciatrice statunitense all’ONU Madeleine Albright, e molte altre personalità) e della pubblicazione di un libro si ebbe la conferma di molti dei sospetti che circolavano da tempo. Le trascrizioni dell’importante convegno sono finalmente disponibili, e già immediatamente due anni fa un nutrito ‘Briefing Book’, realizzato dal National Security Archive, che raccoglie documentazione declassificata proveniente da molti archivi pubblici, dalle carte private dei protagonisti e dai materiali raccolti dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, aiutò gli storici. Il libro, invece, è intitolato ‘Le sang de la realpolitik. L’affaire Srebrenica’ di Florence Hartmann, e rilasciato il 7 luglio 2015 dalle parigine Editions Don Quichotte.

Per oltre dieci anni giornalista di ‘Le Monde’, Florence Hartmann è stata a lungo corrispondente dai Balcani. In seguito, dal 2000 al 2006, ha ricoperto l’incarico di consigliere e portavoce di Carla Del Ponte, il magistrato svizzero che dal 1999 al 2007 fu il procuratore capo del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Già autrice di ‘Milosevic, la diagonale du fou’ (1999, poi riedito da Gallimard), Florence Hartmann pubblicò nel 2007 da Flammarion guerres secrètes de la politique et de la justice internationales. Per questo libro, nell’agosto 2008 l’autrice fu accusata di oltraggio dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, reato punibile con una pena detentiva fino a sette anni. Qual era stata la sua colpa? Di avere rivelato che il Tribunale, nel settembre 2005 e nell’aprile 2006, aveva adottato delle decisioni confidenziali che avevano permesso al Governo serbo di occultare documenti che dicevano del coinvolgimento diretto di Slobodan Milošević e del ruolo svolto dalla Serbia nella guerra di Bosnia e nel massacro di Srebrenica. Giudicata colpevole nel settembre 2009 Florence Hartmann fu condannata a una multa di 7.000€. La giornalista depositò la somma in un conto bancario francese, ma non la versò al Tribunale dell’Aia, che a sua volta trasformò la sanzione pecuniaria in sette giorni di detenzione, chiedendo alle autorità francesi di procedere immediatamente al suo trasferimento coatto in Olanda per farle scontare la pena. Il Governo francese si rifiutò.

Le sang de la realpolitik. L’affaire Srebrenica’, è stato un testo importante, ricco di rivelazioni e dettagli inediti. I documenti che ha potuto consultare l’autrice rivelano responsabilità di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti che, in nome della realpolitik, non impedirono il massacro, come invece avrebbero potuto. E questo venne fatto per non rompere le relazioni con i serbi, per raggiungere un accordo con Milosević. Infatti, di lì a poco sarebbe partita la trattativa che nel novembre 1995 condusse agli accordi di Dayton, siglati a Parigi il mese successivo. Fu per il desiderio di concludere la pace ad ogni costo che vennero sacrificati i musulmani bosniaci di Srebrenica.

Certo, le potenze occidentali non erano a conoscenza dall’entità del massacro che sarebbe seguito ma le prove dimostrano che sapevano dell’intenzione esplicita di Mladić di «far scomparire completamente» la popolazione bosniaca musulmana dall’intera regione. Erano a conoscenza della ‘Direttiva 7’ dell’esercito serbo bosniaco che ordinava la rimozione permanente dei musulmani bosniaci dalle aree protette dall’ONU.

Il diplomatico statunitense Robert Frasure, riferì a Robert Lake, consigliere per la Sicurezza nazionale di Bill Clinton dal 1993 al 1997, che Milosević «non avrebbe mai accettato in una mappa dell’accordo di pace che queste aree non fossero cedute ai serbi». E Lake si dichiarò a favore di una cessione di Srebrenica ai serbo-bosniaci, spingendo i caschi blu olandesi dell’ONU «a ritirarsi da posizioni vulnerabili», ossia dalle aree che invece avrebbero dovuto proteggere. Da parte loro Francia e Gran Bretagna condivisero il punto di vista che le «aree protette» fossero indifendibili.

Come raccontò per la prima volta il generale olandese Onno Van der Wind, l’ONU fornì alle truppe serbo-bosniache di Mladić 30.00 litri di benzina, che servirono a trasportare le vittime fino ai campi dove vennero assassinati e a scavare ricoprire le fosse comuni usando dei bulldozer.

Mentre i massacri procedevano a pieno ritmo i negoziatori occidentali incontrarono sia Mladić che Milosević senza mai sollevare la questione della carneficina in corso, di cui erano a conoscenza. Infatti, cablogrammi declassificati dagli archivi statunitensi testimoniano del fatto la CIA, dalla stazione di Vienna, grazie alle immagini dei satelliti e quelle degli aerei spia stava assistendo pressoché in diretta alla strage. Tutte informazioni, queste, che Washington condivise immediatamente con gli alleati. Era l’amministrazione di Bill Clinton.

 

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