domenica, Aprile 18

Srebrenica: dietro le sbarre Mladic, ma gli altri? Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, in nome della realpolitik, non impedirono il massacro, come invece avrebbero potuto

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530 giorni di processo, oltre 500 testimoni e circa 10mila documenti che il Tribunale ha dovuto analizzare, ma, a 22 anni dalla fine della guerra, il ‘Macellaio dei Balcani’, l’ex capo militare dei serbi di Bosnia, Ratko Mladic, è stato condannato all’ergastolo dalla giustizia internazionale per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

(Video tratto dal canale Youtube IBTimes UK)

Una guerra che ha provocato più di 100mila morti e 2,2 milioni di sfollati, guerra della quale Mladic -che ha subito fatto sapere farà appello contro la condanna- è stato tra i protagonisti principali, portandosi sulla coscienza una grande quota di morti.
«I crimini commessi si classificano tra i più atroci conosciuti dal genere umano», ha sottolineato il magistrato che ieri gli è toccato di leggere una sentenza senza ombra di dubbio storica. L’ex capo militare dei serbi di Bosnia è stato riconosciuto colpevole di dieci capi di imputazione, tra cui il genocidio nell’enclave di Srebrenica -il peggior massacro compiuto in Europa dalla seconda guerra mondiale-, in cui 8mila uomini e bambini musulmani furono uccisi, una pulizia etnica in piena regola, e dell’assedio di Sarajevo, la capitale bosniaca isolata dal resto del mondo dalle sue forze e colpita quotidianamente dal fuoco dei cecchini che sparavano dalle colline circostanti la città e terrorizzavano la popolazione -i morti furono oltre diecimila.

I parenti delle vittime di Srebrenica, alla lettura della sentenza «erano con le lacrime di gioia: hanno dimenticato per un momento il male che ci è successo per manifestare la soddisfazione per quello che gli è successo oggi», ha detto all’emittente ‘N1’, Camil Durakovic, ex Sindaco del città, che sopravvisse al genocidio commesso dalle truppe comandate da Mladic.
Per Srebrenica la condanna dell’assassino carismatico’, l’esecutore materiale, potrebbe essere l’inizio per elaborare il lutto. Fuori dal Tribunale, però, gli altri: i responsabili morali -morali, ma non per questo meno responsabili-, coloro che nulla hanno fatto per fermare il macellaio.

Nel luglio di due anni fa, Florence Hartmann -ex giornalista di ‘Le Monde, a lungo corrispondente dai Balcani, e dal 2000 al 2006 consigliere e portavoce di Carla Del Ponte, il magistrato svizzero che dal 1999 al 2007 fu il procuratore capo del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia- , ha pubblicato ‘Le sang de la realpolitik. L’affaire Srebrenica’, testo importante, ricco di rivelazioni e dettagli inediti.

I documenti che ha potuto consultare rivelano responsabilità di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti che, in nome della realpolitik, non impedirono il massacro, come invece avrebbero potuto. E questo venne fatto per non rompere le relazioni con i serbi, per raggiungere un accordo con Slobodan Milošević. Infatti, di lì a poco sarebbe partita la trattativa che nel novembre 1995 condusse agli accordi di Dayton, siglati a Parigi il mese successivo. Fu per il desiderio di concludere la pace ad ogni costo che vennero sacrificati i musulmani bosniaci di Srebrenica.

Certo, le potenze occidentali non erano a conoscenza dall’entità del massacro che sarebbe seguito, ma le prove dimostrano che sapevano dell’intenzione esplicita di Mladić difar scomparire completamente la popolazione bosniaca musulmana dall’intera regione. Erano a conoscenza della ‘Direttiva 7’ dell’esercito serbo-bosniaco che ordinava la ‘rimozione permanente‘ (terminologia che ricorda quella nazista) dei musulmani bosniaci dallearee protettedall’ONU.

Il diplomatico statunitense Robert Frasure riferì a Robert Lake, consigliere per la Sicurezza nazionale di Bill Clinton dal 1993 al 1997, che Milosević «non avrebbe mai accettato in una mappa dell’accordo di pace che queste aree non fossero cedute ai serbi». E Lake si dichiarò a favore di una cessione di Srebrenica ai serbo-bosniaci, spingendo i caschi blu olandesi dell’ONU «a ritirarsi da posizioni vulnerabili», ossia dalle aree che invece avrebbero dovuto proteggere. Da parte loro Francia e Gran Bretagna condivisero il punto di vista che learee protettefossero indifendibili.

Mentre le truppe di Mladić avanzavano verso l’enclave di Srebrenica per compiere il massacro, gli occidentali non prestarono attenzione agli allarmi sull’imminente caduta della città. Non solo. Come racconta per la prima volta il generale olandese Onno Van der Wind, l’ONU fornì alle truppe serbo-bosniache di Mladić 30.000 litri di benzina, che servirono a trasportare le vittime fino ai campi dove vennero assassinati e a scavare ricoprire le fosse comuni usando dei bulldozer.

Mentre i massacri procedevano a pieno ritmo i negoziatori occidentali incontrarono sia Mladić che Milosević senza mai sollevare la questione della carneficina in corso, di cui erano a conoscenza. Infatti, cablogrammi declassificati dagli archivi statunitensi testimoniano del fatto la CIA, dalla stazione di Vienna, grazie alle immagini dei satelliti e quelle degli aerei spia, stava assistendo pressoché in diretta alla strage. Tutte informazioni, queste, che Washington condivise immediatamente con gli alleati. Era l’Amministrazione di Bill Clinton.

Tra i documenti resi noti dal National Security Archive, c’è uno stralcio dal diario del generale Ratko Mladić, in cui è appuntata la conversazione avuta con Viktor Andreev, funzionario russo della missione dell’ONU a Sarajevo. Grazie alla sua posizione, il russo Andreev era a conoscenza delle decisioni interne dell’ONU. Pertanto poteva rassicurare Mladić, preoccupato per un possibile intervento militare occidentale e dell’ONU nel conflitto: l’America non aveva raggiunto un accordo con l’Europa. Le probabilità di un intervento erano quindi basse, e la Russia non avrebbe permesso un intervento.

Commentando il veto russo, Munira Subasic, la leader delle Madri di Srebrenica, ha dichiarato all’AFP: «Non siamo sorpresi da una simile decisione… oggi la Russia appoggia i criminali, quelli che hanno assassinato i nostri ragazzini». Così facendo, «la Russia ha lasciato la porta aperta per una nuova guerra».

 

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