mercoledì, Ottobre 20

Spostare il cervello dall’Europa alla Cina: business o no?

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Da esperienze poco incoraggianti sul forum si passa ad altre più promettenti.  L’esperienza ha portato Michele Dattoma, pugliese e consulente Export e Commercial Business, in Cina attorno all’anno 2000, quando la sua visione era di un paese produttore. “La Cina oggi è un paese per vendere. Per 15 anni ho vissuto a diretto contatto con il popolo cinese e posso confermare che hanno una grande capacità economica. Producevo capi spalla in Cina e vendevo in Russia. Oggi, la questione è cambiata: la Cina è un grande mercato, ma a condizione che venga offerta e venduta ai cinesi la nostra autenticità, ovvero tutto quello che non ci potranno copiare mai. La mentalità cinese è diversa dalla nostra, i cinesi sono delle menti pensanti e non operative”.

Ma, che significa? “Senza offendere nessuno, i cinesi non sono in grado di scegliere come fare meglio qualcosa, loro fanno quello che gli viene chiesto e basta. Amano il made in Italy, ma fatto in Italia e fatto da artigiani italiani. Se lei mi chiede cosa dobbiamo esportare in Cina, io le rispondo il made in Italy. Senza dubbio. Anche se spesso noi italiani non ci sappiamo affatto vendere bene e alcuni imprenditori vedono il mercato cinese positivo solo in base ai numeri: sono milioni e hanno tanti soldi”.

La Cina dunque rappresenta un grande mercato. “Gli imprenditori che esportano si aspettano di trovare un distributore competente che apprezzi il prodotto italiano più di quanto in realtà valga. Ma di distributori competenti ce ne sono davvero pochi e pochissimi sono quelli lungimiranti”, ci racconta Tommaso Bontempi, Managing Partner di Brigitte Italia Srl, che vive a Guangzhou City in Cina. “Gli importatori si aspettano di trovare fornitori che facciano magazzino e si diano da fare per offrire al cliente la merce desiderata. Invece la merce presentata sul catalogo o in fiera è quasi sempre una rimanenza di precedenti commesse, con prezzi di vendita e qualità bassi”. Sembra quasi che le regole siano chiare solo ai cinesi. “Tutti pensano di trovare regole chiare e invece troppo spesso tutto dipende dall’individuo che si ha di fronte. Al consolato italiano mi hanno raccontato che il governo cinese fornisce i testi delle leggi (che spesso sono volutamente vaghi), ma non i testi delle interpretazioni ufficiali. In tal modo l’applicazione della legge è discrezionale”.

Spostare il cervello dall’Europa alla Cina è una bella suggestione, considerando che il trasferimento implica sempre grandi sacrifici. “Trasferirsi in Cina è necessario”,  dice ancora Bontempi. “Non conosco nessuno che si affida ai cinesi a distanza. Non ho incontrato persone che mi hanno fatto amare la vita in Cina. Sono venuto in Cina sereno, senza pregiudizi particolari, ma lo scarso rispetto per il prossimo ha aumentato con dispiacere la mia intolleranza nei confronti di questo popolo”. Il trasferimento implica diverse rinunce, come sottolinea Bontempi, e bisogna saper essere preparati a “non poter frequentare famiglia e amici; perdere l’assistenza sanitaria italiana e il diritto allo studio per i figli; non poter comunicare nella lingua madre, spesso neanche in inglese, e mediamente i laureati in lingua cinese all’Università di Venezia hanno una conoscenza della lingua paragonabile a quella di un bambino di terza elementare; bisogna cambiare abitudini alimentari; perdere l’indipendenza negli spostamenti, perché prendere la patente cinese è complesso; non riuscire a farsi amici del posto, perché i cinesi sono diffidenti e non sono curiosi di cosa abbia da raccontare uno straniero, anzi se possono lo evitano”.

Dunque, non ci aspettano proprio a braccia aperte come si potrebbe pensare, ma piuttosto con qualche remora. Non è molto affascinato dalla Cina il presidente di Assoretipmi, Eugenio Ferrari, ideatore di RETI DI IMPRESA PMI, più preoccupato dai risvolti che l’intraprendenza del singolo potrebbe procurare una volta approcciato il mercato cinese. “La Cina è complicata”, dice Ferrari. “Mi sembra più un miraggio utopistico a cui non si riesce a dar seguito, che una fonte di interessi immediati. Non vedo ancora un sistema di raccordo abbastanza percorribile per le imprese. Inoltre, bisogna essere attrezzati e avere una cultura specifica: sono necessari fondamentali rilevanti anche sul piano della psicologia di impresa. La Cina bisogna affrontarla quando si è forti abbastanza per pianificare anche l’eventuale tribolazione e il possibile parziale insuccesso”.

Una forza comune di cui fidarsi e che regga l’incidente di percorso con il supporto dell’energia di tutti.  In pratica quello che sta cercando di fare Ferrari con RETI DI IMPRESE PMI. Può un semplice gruppo di discussione trasformarsi in qualcosa di diverso, di più attivo, di più operativo, elaborando un action plan che possa coinvolgere e portare benefici a tutti i membri che ne fanno parte? Il 6 maggio a Roma nel 4° Meeting nazionale con oltre 200 iscritti, si parlerà proprio di questo: “L’idea nasce perché non si può stare sempre davanti a un computer! Molta gente ha bisogno di ritrovare il contatto fisico, di conoscersi, di aiutarsi, di trasferire idee in azioni”.  Supporto, passione, energia e tante idee rendono ogni impresa più facile. Ma, qui la questione è un’altra. Con la Cina come la mettiamo?

Business o non business? La svolta nel gestire un business a distanza, dalla sede centrale italiana, soprattutto se è in crescita, è rappresentata dunque dalla presenza sul territorio cinese. Non ci sono alternative, non esistono. Alberto Forchielli, Partner fondatore di Mandarin Capital Partners, in una recente intervista rilasciata a Asian Venture Capital Journal ha detto: «Se si vuole andare avanti, fare soldi e emergere è necessario essere determinati a spostare il cervello dall’Europa alla Cina. (…) E come una società cinese si sarà in grado di crescere più velocemente». Le prospettive parlano chiaro. Negli ultimi anni il commercio tra Cina e Unione Europea ha creato 4 milioni di posti di lavoro nel vecchio continente e nei prossimi 5 anni sono previsti numeri importanti nella crescita del commercio tra Cina e Italia. La Cina importerà dall’Italia merci per un valore di 10mila miliardi di dollari. Traetene voi, le relative conclusioni.

 

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