lunedì, Maggio 17

Spostare il cervello dall’Europa alla Cina: business o no?

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Nasce sul web e diventa virale. La discussione riguarda la possibilità di lavorare con la Cina. Il gruppo è quello di RETI DI IMPRESE PMI, nato su LinkedIn da un’idea di Eugenio Ferrari, presidente di Assoretipmi. Oggi arriva a 30mila persone nel gruppo principale, ma si avvicina ai 40mila utenti, considerando i gruppi collegati. Una vera e propria community. Mi imbatto nel forum. Il post è lanciato da Francesco Mazzola, Broker Multy-utility, ed è titolato “La Cina chiama Italia”. Mazzola lancia il sasso e molti sono gli imprenditori che rispondono alla sollecitazione. Cosa c’è di interessante in Cina? Quali sono le dinamiche per concepire il trasferimento di un’attività in Cina?

L’ambasciatore cinese in Italia, Li Ruiyu, invita le nostre aziende, dalle grandi alle piccole, ad esportare e stringere partnership nel suo Paese, forte di un grande pubblico di nuovi ricchi desiderosi di prodotti di qualità. Le imprese italiane che «abbiano coraggio e mentalità aperta» sono esortate a intraprendere, senza paura, collaborazioni con società cinesi al fine di portare in Oriente i prodotti di cui ha disperato bisogno. Lo spunto alla discussione è dato dall’articolo uscito su pmi.it e scritto da Andrea Barbieri Carones dal titolo “Investimenti imprese, la Cina apre le porte all’Italia”. «La parola d’ordine – si legge nell’articolo – è addio alla vecchia crescita caotica e disordinata, senza tutele per i lavoratori, con poca attenzione verso l’ambiente e via libera a una nuova fase fatta di schemi all’avanguardia e da una divisione del lavoro più efficiente».

Lavorare in Cina in modo organizzato si può? Come si deve fare? Opere strutturali che riguardano la modernizzazione del controllo delle acque, della rete ferroviaria, dei collegamenti stradali e autostradali, oltre alla promozione di un nuovo modello di urbanizzazione e modernizzazione dell’agricoltura sono fortemente richieste. Insomma, la Cina si sta espandendo, ma nel paese c’è ancora molto da fare. Gli italiani, imprenditori, cosa si aspettano di trovare e cosa in realtà trovano in Cina? Abbiamo posto alcune domande tra cui anche questa a imprenditori diversi, con capacità e professionalità varie cercando di capire quanto il made in Italy intende ‘spendersi’ in Oriente.

“Ho lavorato in Cina per 30 mesi facendo il pendolare”, ci racconta Lorenzo Panizzari, Acquisti Supply Chain Operations Sales (Ita Eu PRC). “Mediamente, tornavo a casa ogni 10 settimane, per una decina di giorni. Davvero faticoso, ma speravo di trasferirmi in Cina con tutta la famiglia, cosa che non è successa”. L’azienda italiana per cui Lorenzo lavorava aveva aperto la sua sede in Cina per vendere macchinari prodotti e importati dall’Europa, e si era affidata a lui per espandere la rete commerciale nel Paese. “La mia esperienza con i cinesi è stata ottima. In Cina esistono gli stessi problemi che ci sono in Italia: se parliamo di qualità, i cinesi la sanno distinguere molto bene. Lo stesso vale per il personale, lo stipendio è commisurato alla tua capacità. Il mio è stato un approccio un po’ particolare perché sono partito, studiando in anticipo società, cultura e tecniche di negoziazione. Il motto di alcuni ‘vengo qua e ti porto la civiltà’ non funziona in Cina e, tra l’altro, mi sembra proprio un’assurdità. Nel paese c’è molto turnover, il 30% degli operai specializzati cambia lavoro entro 18 mesi nei primi 4 anni. Bisogna sapersi adattare alla loro mentalità e ai loro bisogni”.

Di un avviso completamente diverso è la dipendente dell’azienda della famiglia Quarta, produttrice di camice. “Le imprese italiane in Cina sono state abbandonate, come quelle in Italia, del resto”, Mimma Quarta, impiegata nella azienda campana Quaredo Confezioni Srl non ha dubbi. “La situazione è molto più grave di quanto si possa pensare. Noi operiamo da oltre 40 anni nella realizzazione di camice su misura e da sempre facciamo camice per gran parte delle Forze dell’ordine dello Stato italiano, che oggi però non si forniscono più da noi, ma vanno all’estero”. Lei non vorrebbe trasferire la sua attività in Cina. “No, per due motivi: le nostre maestranze sono italiane e inoltre, io e mio padre stiamo lottando con coraggio per mantenere la produzione made in Italy”. In conclusione, abbandono per abbandono, meglio rimanere nella propria terra anche se ciò significa dover combattere per sopravvivere.

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