giovedì, Ottobre 21

Spettacolo a Pompei Intervista ad Alessandro Giacchetti sulla ‘Orestea’ in programma al Teatro Grande

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Istituto Nazionale Dramma Antico Pompei

L’Istituto Nazionale Dramma Antico (Inda) è una Fondazione onlus, senza fini di lucro, che promuove il dramma antico restituendolo alla scena di un grande teatro, come quello greco presente a Siracusa. Essa ha anche un’Accademia d’Arte con corsi di formazione programmati secondo le età e le attitudini dei partecipanti e un archivio con documenti, immagini, bozzetti e materiali, dichiarato dal MiBAC (Ministero per i Beni e le Attività Culturali) nel 2013 di interesse storico particolarmente importante. L’Inda promuove inoltre a livello scientifico la rivista annuale di filologia e drammaturgia classica ‘Dioniso ed è impegnata in una rassegna dedicata ai giovani chiamata ‘Festival dei Giovani’.

La Fondazione inaugurerà, il 27 e 28 giugno prossimi, la riapertura del Teatro Grande di Pompei portando in scena l’‘Orestea’ di Eschilo, composta dalla trilogia delle tragedie ‘Agamennone’, ‘LeCoefore’ e ‘Le Eumenidi’, che ha già riscosso un grande successo di pubblico nei primi tre giorni di rappresentazioni al Teatro Greco di Siracusa. È la prima volta nella sua storia centenaria che l’Inda presenta i suoi spettacoli nella cornice del millenario Teatro Grande di Pompei. Tale risultato eccezionale è stato reso possibile dall’aver coordinato una fondazione privata e vari enti pubblici, quali il Comune di Pompei, la Soprintendenza statale, la Regione Campania e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, che ha disposto a tal fine il dissequestro del Teatro.

L’‘Orestea è l’unica delle varie trilogie note di tutto il teatro greco classico sopravvissuta per intero e presenta un’unica storia suddivisa in tre episodi, corrispondenti alle diverse tragedie: l’assassinio di Agamennone al suo ritorno da Troia da parte della moglie Clitemnestra, la vendetta del figlio Oreste che uccide la madre, la persecuzione del matricida da parte delle Erinni, e la sua assoluzione da parte dell’Areopago di Atene, che determina la trasformazione delle Erinni in Eumenidi, figure pacificate e portatrici di bene.

L’‘Orestea’ costituisce il momento di massima maturità di Eschilo, almeno per le opere note di questo drammaturgo, e fu l’ultima rappresentazione che egli fece ad Atene, prima di trasferirsi a Gela, in Sicilia, dove morì due anni dopo.

Abbiamo intervistato sull’argomento Alessandro GiacchettiCommissario Straordinario dell’Inda.

 

Come si è arrivati alla vostra esibizione nel Teatro Grande di Pompei?

È stato un contatto che abbiamo avuto con il Commissario Straordinario del Comune di Pompei, il dottor Aldo Aldi, che è una persona che conosco per motivi professionali perché apparteniamo tutti e due alla carriera del Ministero degli Interni. Aldo Aldi ha pensato che si potesse riaprire il Teatro Grande di Pompei grazie ad alcune rappresentazioni dell’Inda, sapendo che io ero a Siracusa come Commissario Straordinario alla Fondazione stessa. Abbiamo cominciato a sentirci per telefono e poi la Regione Campania ha assicurato un supporto economico per la realizzazione degli spettacoli. Un paio di giorni fa siamo andati con un gruppo di tecnici a Pompei per verificare le possibilità tecniche e al termine del sopralluogo abbiamo potuto dichiarare orgogliosamente che saremo in grado di fare le rappresentazioni a fine giugno.

Come mai la Fondazione Inda ha scelto di rappresentare l’‘Orestea’ di Eschilo per questa occasione?

In questa stagione, il 2014, per l’Inda è l’anno del centenario della prima rappresentazione, che fu proprio l’‘Agamennone’ di Eschilo, effettuata il 16 aprile 1914 al Teatro Greco di Siracusa. Così, per suggellare questo legame con la rappresentazione di 100 anni fa e riallacciarci in modo concreto a quell’evento, è stato deciso di riproporre Eschilo e di unire le altre due tragedie che compongono la trilogia dell’‘Orestea’, ossia ‘Le Coefore’ e ‘Le Eumenidi’, tenuto conto della loro brevità, da rappresentare in una sola serata. Si è deciso inoltre di proporre, come è d’uso a Siracusa, una commedia, ‘Le Vespe’ di Aristofane, con la novità di inserirla non un giorno alla settimana, come prima, ma con pari dignità nel ciclo degli spettacoli, alternando le due tragedie alla commedia, e così dal 9 maggio fino al 22 giugno.

Come sarà la vostra rappresentazione dell’‘Orestea’ al Teatro Grande di Pompei?

Le dimensioni del teatro di Pompei sono certamente minori rispetto a quello di Siracusa e ciò comporterà anche una limatura della scenografia e del numero dei partecipanti, perché in Sicilia abbiamo delle scenografie imponenti e i costumi, insieme ad esse per questa stagione, sono state realizzate da Arnaldo Pomodoro. Esse saranno sempre di grande impatto ed efficacia per il pubblico, e lo spettacolo sarà ugualmente di elevata qualità, ma non si potrà riproporre integralmente in quanto si dovrà tenere conto delle dimensioni del teatro pompeiano. Si ha l’orgoglio di essere stati chiamati ad aprire il Teatro Grande dopo anni e anni di chiusura.

Voi festeggerete i 100 anni di rappresentazioni classiche. Come è cambiata la vostra Fondazione nel tempo?

La Fondazione è nata nel 1913 come Comitato Promotore. Il conte Mario Tommaso Gargallo, un nobile siciliano di grandissima cultura, ma soprattutto di grandissimo entusiasmo e intraprendenza, decise nel 1913, dopo aver visto uno spettacolo a Fiesole, di riproporre nella sua città questi spettacoli classici. Tornato a Siracusa, egli radunò attorno a sé un gruppo di intellettuali e di appartenenti al ceto più elevato culturalmente della città e costituì un Comitato Promotore che lavorò un anno. L’anno successivo riuscì a riproporre la tragedia eschilea ‘Agamennone’ che fu rappresentata per tre serate. Le vicende belliche impedirono di tenere gli spettacoli sia durante la Prima che durante la Seconda Guerra Mondiale. Il Comitato Promotore nel 1925 fu tramutato in Ente Nazionale per il Dramma Antico e la sede portata a Roma, proprio per l’interesse enorme che suscitò nella dirigenza politica dell’epoca. Successivamente l’ente ha mutato la sua entità giuridica fino a divenire pubblico, con cambiamenti statutari, formato da un Consiglio di Amministrazione e da una vigilanza da parte del Ministero dei Beni Culturali, tuttora attiva. Oggi è un ente privato, ma a valenza pubblica. C’è un magistrato della Corte dei Conti che vigila sulla corretta amministrazione dei fondi che vengono erogati sia dallo Stato che dalla Regione Sicilia, e un Collegio dei Revisori, composto da dirigenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che partecipa anch’esso al controllo, in modo da assicurare la massima tranquillità per l’amministrazione della cosa pubblica. L’Inda è diventata una Fondazione onlus, senza finalità di lucro, con il compito di promuovere le rappresentazioni della cultura classica e non solo. La sua attività comprende anche la promozione presso i giovani. Nel vicino comune di Palazzolo Acreide, l’antica Akrai dei Greci, c’è un piccolo teatro dove annualmente (quest’anno ricorre la ventesima edizione) si riuniscono giovani che provengono dalle scuole di tutta Europa (quest’anno circa 4 mila giovani provenienti da 75 scuole) per rappresentare le loro produzioni teatrali, preparate con cura durante l’anno scolastico, assistiti dai loro insegnanti. Le scuole sono prevalentemente licei classici, o di indirizzo classico in Europa, gran parte delle quali italiane, ma abbiamo anche partecipazioni che vengono da oltralpe e da oltremare, per esempio dalla Grecia. Siamo molto soddisfatti di questo risultato.

L’Inda ha anche un’Accademia d’Arte del Dramma Antico, che ha acquistato, anno dopo anno, una valenza importante, tanto che quest’anno due giovani allievi dell’Accademia sono stati chiamati nell’aula del Senato a Roma a recitare insieme ad altre due accademie per sottolineare l’importanza della cultura teatrale. L’Accademia dell’Inda ha circa 120 allievi e da essa escono dei giovani che sono chiamati a formare il coro delle tragedie, creando un’osmosi continua tra il mondo formativo e quello della rappresentazione vera e propria. Alcuni giovani sono diventati dei valenti attori e registi e questo costituisce un aspetto importante. A tutto ciò si accompagna una rilevante attività scientifica. L’Inda promuove e sostiene una rivista annuale di filologia e drammaturgia classica, ‘Dioniso’, che ha una valenza internazionale e viene distribuita nelle biblioteche universitarie delle più importanti sedi mondiali; ogni anno la rivista organizza un convegno internazionale di studi sul dramma antico, che quest’anno si è tenuto a Roma nel Complesso dei Dioscuri, con un grande successo di pubblico. C’è insieme tradizionalmente una collaborazione con il Collegio filosofico siciliano che organizza, sempre in ambito Inda, importanti convegni di taglio più prettamente letterario o filosofico, come quello che si è tenuto quest’anno a Siracusa in occasione del ciclo di spettacoli, che quest’anno ha raggiunto il 50° anniversario. Prima gli spettacoli si svolgevano ogni due anni, adesso ogni anno. Il conte Gargallo sarebbe orgoglioso di questa sua creatura che è cresciuta.

E come è cambiato il ruolo del teatro e degli attori di dramma antico da cento anni a questa parte?

Si è adeguato all’evoluzione della società. Ho visto dei filmati delle prime rappresentazioni dove si aveva la stessa impressione di quella che proviamo oggi nell’assistere ai primi film muti in bianco e nero, con un’immagine della società che non è più quella attuale, ma dalla quale si ricava un interesse storico. Lo stesso vale per le scenografie e i costumi. Abbiamo organizzato per il centenario della Fondazione una mostra di costumi delle tragedie in un museo di grande rilievo di Siracusa, il Museo Bellomo, e devo dire che anche la scelta dei materiali è cambiata: da quelli poveri delle prime rappresentazioni, fino a quelli quasi tecnologici che si adoperano adesso, utili per dare maggiore comfort agli interpreti. La rappresentazione si adatta al cambiamento dei tempi, della società e dei gusti. Ora si individuano due filoni: uno più rispettoso della tradizione classica antica, e un altro che tende invece a sottolineare aspetti più marcatamente spettacolari. Coniugando questi due aspetti nelle rappresentazioni attuali, riusciamo ad accontentare una grandissima fascia di spettatori: il pubblico apprezza molto le rappresentazioni che ci sono oggi. La commedia, che potrebbe essere di più difficile interpretazione, perché è più complicato riproporre un umorismo sarcastico adattandolo al gusto moderno, riesce con i necessari adattamenti a far divertire il pubblico grazie ai collegamenti che riesce a trovare con la vita contemporanea. Il fatto positivo degli spettacoli è in sintesi questo adattamento e crescita continua che si registra nelle scene, nei costumi, nelle interpretazioni e nella regia al mutamento della società, cercando di trovare un riscontro nell’apprezzamento del pubblico. Queste feste sono state sempre per tutti, le chiamavano ‘le feste classiche’ perché sono nate come uno spettacolo non per una élite ma per il popolo, cui partecipava tutta la collettività e alcuni venivano anche da fuori: bisognava dunque riuscire a trovare la possibilità di soddisfare le esigenze non solo di un pubblico colto, ma anche di appassionati che non hanno una formazione classica. Questo è stato il grande merito delle rappresentazioni: esse sono riuscite a trovare la chiave giusta per raggiungere proprioquesto risultato.

Il motivo fondamentale della trilogia dell’‘Orestea’ di Eschilo è la vendetta attuata sia in forma arcaica (la legge del taglione), sia attraverso un processo che ristabilisca la giustizia senza altri delitti. Questa visione viene conservata nella vostra rappresentazione?

Sì, certamente. Sabato mattina, nell’ambito delle manifestazioni del centenario, abbiamo avuto un interessante convegno nella sede dell’Inda sulle tematiche della giustizia,a cui hanno partecipato magistrati, avvocati e cultori del diritto. Il succo di questo incontro, come dell’interessantissima ‘lectio magistralis’ che hanno tenuto i giudici Teresa Principato e Roberto Scarpinato, impegnati nella lotta contro la criminalità organizzata in Sicilia, è proprio questa tematica del superamento della vendetta individuale e dell’abbandono della concezione primitiva del diritto, della vendetta quasi privata, per arrivare alla concezione del diritto come giudizio nell’ambito della società civile, segna il momento del passaggio alla nuova società e alla nuova concezione occidentale che si raggiunge con la consacrazione ‘divina’ del processo come elemento di crescita spirituale di tutto un popolo: e questo credo sia l’aspetto più interessante. Ci chiedevamo perché queste tragedie sono seguite ancora adesso con tanta partecipazione (vi sono spettatori che qualche volta sono commossi fino alle lacrime), e si è risposto che si affrontano problematiche ancora attuali ed eterne: il problema della giustizia, quello della religione, quello del seguire le leggi ed incorrere in una colpa, ecc. Sono problematiche che hanno scavato l’anima degli uomini del mondo occidentale, formando le nostre radici.

Come viene reso nella vostra rappresentazione il ruolo di spettatori degli dei nei confronti delle vicende umane?

I registi hanno saputo con grande maestria trovare la giusta misura per dare una dimensione quasi umana anche alla divinità, sottolineando con certe dichiarazioni e affermazioni proprio la necessità di queste vicino all’uomo e comprensiva degli errori, delle colpe e della necessità di una giustizia: in questo sono riusciti con grande suggestione a trovare il modo più efficace per arrivare all’emozione degli spettatori. Quando Atena consacra l’istituzione del tribunale, c’è un moto di adesione spontanea di una parte degli spettatori che si riconoscono nel nuovo tribunale, cosa che è stata molto efficacemente sottolineata dal regista con la discesa sul palcoscenico di giovani del coro passando attraverso gli spettatori, come una partecipazione di tutta la cavea alla rappresentazione. C’è un’immedesimazione dello spettatore con il popolo giudicante. Apollo diventa il primo avvocato difensore e lo sentiamo vicino, facciamo il tifo per appoggiare la sua tesi comprendendo le ragioni dell’accusa. La partecipazione degli spettatori sottolinea il cambiamento che attraverso le divinità gli antichi autori hanno voluto sottolineare per il mondo di allora, ed è per noi ancora attuale.

In che rapporti vi siete posti per queste rappresentazioni con la Soprintendenza archeologica di Pompei?

Io ho trovato una grande disponibilità, attenzione, lungimiranza ed orgoglio, da parte della Soprintendenza ai beni archeologici di Pompei, di poter offrire questo sito archeologico unico al mondo per la possibilità di godere di spettacoli che hanno segnato la storia della cultura mondiale. Ho avuto un rapporto bellissimo e uno scambio di idee con il Soprintendente e ho apprezzato anche la soddisfazione per il risultato che si sta raggiungendo.

I proventi di queste serate a chi andranno e come verranno ripartiti tra voi e le istituzioni?

I proventi serviranno per coprire le spese, adesso sono in corso gli adattamenti di carattere commerciale. L’Inda non cerca dei ritorni economici di guadagno: è la necessità di coprire le spese di trasferimento non solo del personale, ma anche degli attori e del materiale di scena necessario che non può essere reperito sul luogo. Prevalentemente lo spettacolo sarà realizzato grazie anche al contributo della Regione Campania e del Comune di Pompei. Non ci saranno aspetti lucrativi da parte dell’Inda, il suo intento è puramente culturale e simbolico da questo punto di vista: aprire dopo anni di chiusura un sito importantissimo, quale il Teatro Grande di Pompei, in un momento in cui tanta attenzione, non solo nazionale ma anche internazionale, si rivolge al sito per le note e tristi vicende che lo hanno attraversato. Credo che questa sia la migliore risposta che la cultura e il teatro possano dare per affrontare questo momento difficile proprio per la mancanza di provviste finanziarie dovute alla crisi economica che stiamo attraversando.

Che messaggio culturale volete trasmettere con questa rappresentazione in un momento di crisi della cultura in tutti i campi?

Il messaggio è duplice: da una parte che le istituzioni culturali e pubbliche, se lavorano in sinergia, riescono ad ottenere grandi risultati, come quello che ci proponiamo di offrire; dall’altra che la cultura è un veicolo straordinario e insostituibile per l’incremento turistico nel momento di crisi. La cultura riesce ad essere un attrattore fondamentale per i flussi turistici e noi contiamo che anche questa offerta possa ripetersi. Pompei non ha bisogno di un aumento di flussi turistici perché, come mi diceva il Soprintendente, vanta due milioni e mezzo di visitatori l’anno. Noi riusciremo a portare una piccola goccia in più, però quella che conta è la valenza culturale: dimostrare, nonostante le difficoltà, che la cultura riesce ad andare avanti ed essere, come per Siracusa dove le rappresentazioni teatrali rappresentano un veicolo unico nel contesto economico di questo territorio, un elemento economico importantissimo. Ritengo che a livello di territorio nazionale dovremmo puntare al massimo sull’incremento di queste potenzialità che sono eccezionali, perché nessun altro può contare su beni culturali importanti come i nostri, come sfida per il domani.

Il Teatro Grande di Pompei che opportunità offre alla vostra Fondazione per farsi conoscere e per far apprezzare l’attività teatrale nel Meridione?

Il Teatro Grande di Pompei è certamente un veicolo importantissimo di conoscenza e pubblicità, perché i numeri dei visitatori del sito archeologici di Pompei, la più grande area archeologica del mondo, comportano molta visibilità. Noi contiamo di avere un ritorno in termini di conoscenza da parte dei turisti, degli appassionati e anche dei semplici curiosi, perché alle volte anche soltanto un legame, che può sembrare contingente e momentaneo, può indurre il visitatore a recarsi a visitare la sede naturale degli spettacoli classici, cioè Siracusa e tutto il territorio siciliano. È una sinergia che dovrebbe legare tutti i siti di questo genere esistenti sul territorio nazionale. Tra le sue indicazioni statutarie l’Inda ha il compito della valorizzazione degli spettacoli nei siti archeologici su tutto il territorio nazionale, e noi saremo felici di poter portare questa ambasceria in giro per l’Italia, dove possibile. Abbiamo dei contatti con Cipro, dove a metà luglio si svolgerà il settimo Festival Internazionale del Dramma Antico greco e ci stiamo organizzando per recarci anche lì, dove siamo stati invitati come la realtà più importante italiana specializzata in questo tipo di spettacoli. Questo è un ulteriore motivo di orgoglio. Noi contiamo di avere a Pompei una vetrina internazionale per offrire al sito archeologico quello che possiamo fare meglio, un’opportunità ulteriore da dare ad un visitatore appassionato, e al contrario la possibilità di fare interessare un turista di passaggio invitandolo a visitare altri siti italiani, come Siracusa, specializzati in questo tipo di spettacoli.

Pensate di ripetere l’esperienza in questo teatro anche nei prossimi anni?

Personalmente ne sarei felicissimo, perché io credo che si possa costituire una rete di collaborazioni tra i teatri in pietra dove ogni istituzione, se presente, potrebbe portare il proprio contributo e stabilire una rete di spettacoli, uno scambio, un rapporto continuo e di crescita proprio per incrementare il ‘sistema Italia’ degli spettacoli di questo genere. È un’unicità che potrebbe interessare una gran parte del turismo culturale internazionale.

 

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