martedì, Settembre 21

Sperare Cuba Libre

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Mexico City – Era il 23 agosto 1961, il Comandante Fidel Castro, leader della Rivoluzione Cubana, stava tenendo uno dei suoi epici discorsi, in questa occasione davanti alle organizzazioni rivoluzionarie femminili, le quali applaudivano e gridavano ad ogni frase. Nel mezzo del discorso un coro unanime lo obbligò a prolungare la pausa: «Cuba si, yankees no!», «Fidel, Fidel, che ha Fidel, che gli americani non sopportano?». Cinque mesi prima, nell’aprile dello stesso anno, gli Stati Uniti avevano provato ad invadere l’isola (l’azione passata alla storia come l’invasione della Baia dei Porci), perciò si formò un gruppo paramilitare composto da esiliati cubani che furono sconfitti dall’Esercito nazionale al comando dell’odierno Presidente, Raúl Castro. Lo stesso Raúl Castro che il 17 dicembre ha annunciato che si sarebbero ristabilite, dopo 55 anni, le relazioni tra i due Paesi.

In questa occasione non ci sono stati discorsi lunghi, né ovazioni da parte delle masse. La società cubana di oggi è fin troppo esausta della penuria economica per poter applaudire ad un regime, che sebbene non sia stato piegato, ha evidenti sintomi dell’asfissia. I cubani sanno molto bene che, come ha detto il loro Presidente, l’inizio di queste relazioni diplomatiche «non vuol dire che il problema principale sia stato risolto. Il blocco economico, commerciale e finanziario che provoca enormi danni umani ed economici al nostro Paese, deve finire».

Anche il Governo degli Stati Uniti lo sa, o almeno Barack Obama, che ha riconosciuto: «Non possiamo continuare a fare le stesse cose sperando di ottenere risultati diversi. Cercare di spingere Cuba verso il collasso non è utile né per gli interessi statunitensi né per quelli del popolo cubano. Abbiamo appreso, attraverso una dura esperienza, che è meglio fomentare e spalleggiare le riforme che imporre politiche che portano i Paesi a diventare fallimentari».

«In questo modo si conclude un capitolo nero della storia dell’America Latina», spiega l’esperto in tema di Caraibi, Alfredo Lara, ricercatore dell’Università delle Ande. «A livello regionale si chiude il tema della vecchie abitudini, quelle che hanno favorito la nascita delle dittature del Cono Sud e della guerra a bassa intensità dell’America Centrale», spiega Lara, ricordando che il momento in cui il mondo è stato sul punto della catastrofe nucleare fu proprio durante la cosiddetta Crisi dei Missili del 1962, quando gli Stati Uniti scoprirono una serie di missili con testata nucleare sovietica installati a Cuba. Nè è un ‘caso’ la decisione, poche ore dopo l’annuncio di Raul e Barack, delle FARC: dal 20 dicembre partirà definitivamente il cessate il fuoco delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia.

Per gli Stati Uniti, Cuba ha sempre avuto un interesse geostrategico. Fu proprio lì che nel 1898 iniziò la sua campagna contro il decadente impero spagnolo, a cui in seguito portò via Portorico, le Filippine e le Isole Guam. «Durante le guerre mondiali, fu vitale per Stati Uniti ed Inghilterra mantenere il controllo sulle rotte marittime dei Caraibi. Per questo, quando i fratelli Castro sconfissero il dittatore Fulgencio Batista, la reazione degli statunitensi fu di cercare di rovesciare il nuovo regime a tutti i costi, che lanciò Cuba nelle mani di un’altra potenza, quella comunista», sostiene Lara.

«I cubani hanno sempre cercato il miglior alleato, in un primo momento fu l’Unione Sovietica, poi il Venezuela; oggi, però, quest’ultimo non è più un alleato affidabile, è un Paese che soffre di rachitismo e si sta sgretolando. Le decisioni del Governo cubano sono sempre state pragmatiche per poter salvare il regime e mantenere la sopravvivenza del Paese: oggi questo si raggiunge cambiando le sue relazioni con gli Stati Uniti», spiega Ricardo Pascoe, ex Ambasciatore messicano a Cuba.

E’ chiaro che il ristabilimento delle relazioni non è solo positivo per Cuba e i cubani, ma anche per gli Stati Uniti e il suo Presidente. Nel 2011, l’allora Segretaria di Stato, Hillary Clinton, propose un accordo tramite un articolo sul ‘Foreign Policy: «Strategicamente, il mantenimento della pace e della sicurezza nella regione Asia-Pacifica è sempre più cruciale per il progresso mondiale» e annunciò che gli Stati Uniti avrebbero mosso le proprie flotte navali verso questa regione. Per questo motivo è indispensabile che gli Stati Uniti eliminino tutte le possibilità di minaccia nei Caraibi e in America Latina. In altre parole, devono evitare che chiunque possa collocare un’altra volta missili ‘fuori dalla porta di casa sua’.

D’altro canto Obama è in dirittura d’arrivo del suo secondo mandato, perciò il suo potere e la sua influenza nella politica interna sono limitati, quello che negli Stati Uniti è definito ‘a lame duck’ (‘anatra zoppa’) -e nelle elezioni di medio termine i repubblicani hanno tentato di conquistare l’elettorato latino. Però, Obama ha anche le mani libere per poter prendere decisioni come questa, o come dice sul suo account di Twitter uno dei principali teorici delle relazioni internazionali, Stephen Walt: «See what presidents can do in foreign policy when they no longer need to get elected & therefore worry less about special interest groups?» («Vedete cosa possono fare i Presidenti per la politica estera quando non hanno più bisogno di voti e quindi si preoccupano meno degli interessi di gruppi ‘speciali’?»). In questo senso Lara ritiene che questo accordo sia un’ottima chiusura per un Presidente che ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace senza nessun merito accertato, «Senza dubbio il Governo di Obama sarà ricordato per il ristabilimento delle relazioni con Cuba».

Chiaramente questo è solo l’inizio, bisogna ancora vedere come il regime dei fratelli Castro e il Partito Comunista Cubano gestiranno l’ondata capitalista che arriverà. Il buon senso indica di seguire un modello come quello cinese, «però Cuba è un Paese con 11 milioni di abitanti e sarà difficile amministrare quello che i cinesi chiamano ‘isolotto del capitalismo in un mare di comunismo’», commenta l’ex Ambasciatore Pascoe, che ritiene che la cosa più fattibile sia la costruzione di un capitalismo di Stato da parte del regime, in cui il Governo si riservi alcune imprese e abbia maggior controllo su diverse attività, come quello che già succede a Puerto Mariel, che fu modernizzato con il capitale brasiliano e in cui la prima barca che attraccò dopo la ristrutturazione del 2013 fu un carico di polli congelati provenienti dagli Stati Uniti.

Da quando ha trionfato la Rivoluzione Cubana, sono passati 11 Presidenti degli Stati Uniti. Come conseguenza dell’embargo, Cuba ora sembra una foto vecchia, maltrattata, rimasta ferma nel tempo per mancanza di commercio con l’estero, le auto più moderne sono vecchie già di dieci anni; i fratelli Castro continuano ad essere al comando (malgrado i vari tentativi della Cia di uccidere Fidel), e il Governo è sempre gestito dal Partito Comunista. I cubani sono troppo stanchi e senza dubbio è possibile che ci sia qualche anziana signora che si chiede «Fidel, Fidel, che ha Fidel, che gli americani non sopportano?».

 

Traduzione di Sara Merlino

 

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