sabato, Luglio 31

Spazio USA: la decisione tocca a Biden Dopo Trump, molto attivo nel governo dello spazio, a breve si aprirà una nuova condizione. Non sappiamo se improntata sulla continuità o su una svolta diversa da quella presentata agli americani da John Fitzgerald Kennedy

0

Tra una ventina di giorni ci sarà il cambio dei conduttori della Casa Bianca. Donald Trump tornerà con il suo clan negli appartamenti dorati sparsi in tutto il mondo, per lasciar posto al figlio di una borghese famiglia cattolica di origine anglo-irlandese trasferitasi dal Vecchio Continente prima in Pennsylvania e poi nello Stato del Delaware.

Per quanto poche, sono ore preziose e anche operose, queste ultime del potere di Trump, per quanto la Cnn fa illazioni su improbabili scenari per rovesciare l’esito delle elezioni o ancor più a deprecabili rifiuti di lasciare il palazzo presidenziale, il 20 gennaio prossimo.

E tuttavia, pur in un momento così complesso e con sondaggi non eccessivamente favorevoli, lui ha appena completato la definizione della nuova National Strategy for Space, firmando uno degli ultimi atti della sua presidenza. Un documento con una valenza molto delicata per gli Stati Uniti, in quanto mette assieme le enormi potenzialità dell’energia nucleare con le esigenze di autonomia richieste per le missioni spaziali.

Al momento della firma sono state necessarie alcune precisazioni. «L’energia nucleare» – ha affermato Scott Pace, segretario esecutivo del National Space Council – «sarà una parte importante degli sforzi di esplorazione spaziale applicando la tecnologia dell’energia in modo sicuro, protetto e sostenibile». Dunque, per evitare equivoci, con questa azione non si è ratificato lo sviluppo di armi nucleari nello spazio ma nello specifico si è qualificata la virtualità dell’impiego di uranio altamente arricchito nei trasferimenti spaziali, ma limitato ai soli casi dove non è necessario impiegare altro combustibile.

Si chiude così l’azione della politica spaziale del Presidente typhoon, partita dall’incarico dato alla Nasa l’11 dicembre 2017, in cui si indicava la modalità di riportare equipaggi umani sulla Luna usando poi il satellite naturale come piattaforma per le missioni su Marte; a questa direttiva ne seguì la seconda del 24 maggio 2018 con l’intento di alleggerire i regolamenti sull’industria dei voli spaziali privati e poi la terza del 18 luglio seguente, che mirava ad aiutare i viaggi intergalattici con la gestione razionale del traffico spaziale. Poi fu la volta della quarta direttiva del 19 febbraio 2019 che costituiva la US Space Force all’interno del Dipartimento della Difesa; e penultima, siglata il 4 settembre scorso, la quinta direttiva i cui intenti hanno composto il timone della sicurezza informatica per i sistemi spaziali statunitensi.

Abbiamo elencato queste date con una eccessiva pedanteria forse, ma nella assoluta convinzione che il quasi ex capo degli Stati Uniti è stato piuttosto attivo nel governo della politica spaziale, rivitalizzando anche il prima citato National Space Council, l’organo all’interno dell’ufficio esecutivo del presidente degli Stati Uniti, creato nel 1989 da George HW Bush, come un forum di sviluppo del settore per gestirne i portafogli di questioni civili e commerciali, gli impalcati della sicurezza nazionale e delle relazioni internazionali.

Con queste sei direttive si chiude una condizione importante nella storia dell’esplorazione spaziale e riteniamo che a breve se ne aprirà un’altra. Non sappiamo se improntata sulla continuità o su una svolta diversa da quella presentata agli americani da John Fitzgerald Kennedy nel famoso discorso tenuto alla Rice University nel 1962.

Per quanto molti esperti abbiano formulato ipotesi verosimili sul futuro delle attività spaziali negli States, non ci risultano dichiarazioni ufficiali di Joe Biden, della sua vice Kamala Harris o dei loro staff al riguardo. Ricordiamo però l’impegno di riaffidare agli Stati Uniti la lotta al cambiamento climatico e l’intenzione di portare la Nasa ad avere un ruolo maggiore per la ricerca scientifica della Terra.

«Crediamo nella continuità dello spirito di scoperta che ha animato l’esplorazione spaziale umana della Nasa, oltre alla sua ricerca scientifica e medica, all’innovazione tecnologica e alla missione educativa che ci permette di comprendere meglio il nostro pianeta e il nostro posto nell’universo», recitava la piattaforma del Partito Democratico prima delle votazioni e qualcosa si dovrà pur mantenere delle parlantine elettorali. E una conferma viene anche da uno che è stato protagonista di scenari complessi: «Se si parla del Green New Deal, si farà molto affidamento sulla Nasa utilizzando la tecnologia in orbita», ha detto Charles Bolden, che ha servito come capo della Nasa nell’amministrazione di Barak Obama.

Il che però non significa che si sconfesseranno le direttive della precedente amministrazione e per quanto possiamo essere convinti che quanto si imporrà all’agenzia americana sarà una maggiore attenzione sull’orbita più vicino a casa, pur in una coniugazone di ambedue i propositi la deviazione degli obiettivi lunari ci preoccupano, data la significativa esposizione italiana al programma Artemis nella stazione cislunare e in diversi segmenti dell’insediamento umano, ma riteniamo che lo stato dell’arte dell’osservazione della Terra da parte della filiera spaziale nazionale ci fa sperare di poter partecipare anche a questo impegno ecodinamico di Biden, purchè gli attori degli accordi bilaterali si sveglino dai torpori trionfalistici e si convincano a studiare velocemente piani alternativi e complementari per non tener ferme le nostre maestranze e i nostri tecnici in attesa delle decisioni d’oltreatlantico.

Le condizioni sono possibili: Sean O’Keefe, che dirigeva la Nasa sotto il presidente George W. Bush, ha da poco ricordato «l’enorme quantità di esperienza, background e temperamento che Joe Biden possiede nel trattare con accordi di coalizione e partenariato internazionali».

Naturalmente si dovrà tener conto della copertura finanziaria: nel budget per l’anno fiscale iniziato il 1° ottobre scorso, l’amministrazione Trump ha azzerato un programma per studiare gli oceani e un altro piano volto a effettuare misurazioni climatiche più accurate con l’intenzione di portare a 1,8 miliardi di dollari la spesa per la scienza della Terra ma la Camera ha ritoccato a due miliardi di dollari il finanziamento del disegno di legge e i democratici di Capitol Hill hanno ripristinato con successo alcuni lembi dell’erogazione nei bilanci finali.

Resta comunque il fatto che gli Stati Uniti non stiano facendo una corsa contro se stessi. In un articolo appena pubblicato su ‘Il Denaro’ da Giancarlo Elia Valori, l’economista ricorda che il 1° ottobre si è conclusa la selezione del terzo gruppo di astronauti di riserva per il progetto spaziale cinese con equipaggio consolidando l’ossificazione di una stazione spaziale voluta e realizzata dal potere di Pechino.

«Il volo cosmico con equipaggio» – scrive Elia Valori – «è il progetto aerospaziale tecnologicamente più complesso e difficile al mondo. Tale settore rappresenta la forza di un Paese nei campi della scienza, della tecnologia e dell’economia».

La Cina è un competitor molto importante con cui gli Stati Uniti non possono permettersi di perdere. Che si tratti di un inseguimento tecnologico o di un modo per far trionfare tecnologia, credibilità industriale e scientifica, in questo momento conta poco. Importante è non arrivare secondi per un Paese il cui capo è tradizionalmente considerato la personalità politica più potente del mondo, alla guida della nazione con i più elevati PIL reale e nominale, con l’apparato militare più costoso e con un arsenale nucleare capace di incenerire il pianeta e per quanto possano piacere o meno alcuni programmi, per quanto ci si possa sforzare a dimostrare che alcuni imprevisti come il covid-19 possano aver derivato gli interessi della ricerca su altri obiettivi, contiamo sul fatto che questo tipo di gare non si possano disattendere.

Più pericoloso –e per questo rientriamo con i piedi sulla terra- è far parte di una fascia intermedia dei Paesi collaboratori ai grandi programmi. Dove la qualità dei prodotti offerti e la credibilità degli Stati garanti devono necessariamente giocare un ruolo prioritario. Noi sulla bontà di quanto può fornire l’Italia nell’alta tecnologia non abbiamo alcun dubbio.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->