sabato, Luglio 31

Spazio: una risposta efficace a una domanda senza senso Il Congresso non ha approvato tutti i fondi necessari per riportare l’uomo sulla Luna nel 2024 e la stessa Nasa ha definito improbabile il primo step in quattro anni. Comprensibilmente il Covid-19 ha reso fredda la Casa Bianca che sembrerebbe indirizzarsi su priorità più attuali

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Poco prima che si svolgessero le votazioni per il rinnovo dell’ultimo Presidente degli Stati Uniti d’America, la Nasa rese noto il piano da 28 miliardi di dollari per riportare l’uomo sulla Luna nel 2024. Si trattava, come saggiamente ha annotato Monica Nardone in un lancio su Ansa, di una tempistica aggressiva fissata dall’amministrazione Trump. Il budget era strutturato per finanziare la capsula Orion, il nuovo sistema di lancio Space Launch System e un lander sviluppato dai privati per trasferire gli astronauti sulla superficie una volta raggiunta l’orbita lunare. Jim Bridenstine, che dirigeva la Nasa dichiarò:«Andremo al Polo Sud: la scienza che faremo è davvero molto diversa da qualsiasi cosa abbiamo fatto prima. Dobbiamo ricordare che durante l’era Apollo, pensavamo che la Luna fosse arida. Ora sappiamo che c’è molta acqua ghiacciata e sappiamo che questa si trova al Polo Sud». Al discusso imprenditore tuffato nella politica è succeduto Joe Biden e molti degli osservatori hanno sostenuto di una probabilità di slittamento della data, piuttosto che della cancellazione del programma.

Che gli americani non avessero placato le loro sfide di conquista lunare, interrotta bruscamente nel 1972, è davvero scontato. Ora nella sfida cosmica del XXI secolo i protagonisti sono numerosi; anche canadesi, giapponesi e italiani.

Il programma lunare aveva perso punti quando era stato depotenziato dalla presidenza Obama per avere poi una rivitalizzazione per la spinta avuta dalle partnership con società private come quelle di Elon Musk, Jeff Bezos e Richard Branson.

Avevamo ragione a sospettare un rallentamento e ancora non siamo nella condizione di avere un’agenda precisa per l’intera missione perché il Congresso non ha approvato tutti i fondi necessari per raggiungere l’obiettivo e la stessa Nasa ha definito improbabile il primo step in quattro anni, secondo un audit condotto lo scorso novembre.

Comprensibilmente il Covid-19 ha reso fredda la Casa Bianca che sembrerebbe indirizzarsi su priorità più attuali. In questo stato di indecisione sarebbe opportuno comprendere anche l’atteggiamento europeo, che resta necessariamente subalterno a quello americano ma che comunque riveste il suo valore sia in ambito dell’agenzia che rappresenta il settore continentale che per le diverse amministrazioni che pur distratte dalla insopportabile pressione scatenata dalla pandemia, non possono trascurare un settore di alto contenuto tecnologico, strategico e industriale.

A chi poi si chiede, politici di primo canto e presuntuosi quanto inesperti che si sovrastimano liberi pensatori e che qualcuno sagacemente ha definito leoni della tastiera, se ha senso investire forti risorse nello spazio, ci piace rileggere alcuni punti di una risposta che Ernst Stuhlinger nel 1970 diede a suor Mary Jacunda, una religiosa che era missionaria nello Zambia.

La repubblica africana, priva delle competenze gestionali e del capitale tecnologico che gli avrebbe permesso di emanciparsi in campo minerario, era anche in difficoltà nei rapporti con gli stati limitrofi ed è ancor oggi uno dei Paesi con il massimo debito pubblico pro capite. Pertanto non era strano che un’operatrice che viveva ogni giorno i suoi drammi si scagliasse contro un Paese che stava profondendo una marea di dollari per andare a visitare un sasso desertico. Ricordiamo che quell’anno gli US erano appena sbarcati sulla Luna e la missone Apollo aveva ancora due anni di vita davanti a sé.

Stuhlinger era un ingegnere della Nasa. Uno di quegli scienziati tedeschi naturalizzato statunitense assieme a Wernher von Braun alla fine della seconda guerra mondiale. Ai tempi della lettera di suor Mary era il direttore scientifico dell’ente e per quanto non siamo sicuri sia stato materialmente lui l’autore della risposta, ci piace riportare alcune sue frasi, che sono state un pensiero razionale a una polemica senza fine. La monaca aveva chiesto, forse prima di tutto a se stessa e poi all’ente spaziale più famoso del mondo, come si potesse proporre un progetto dispendioso e lontano da una Terra su cui milioni di persone pativano la fame. In cui era in atto una delle guerre più assurde e sanguinose in Vietnam e con una spaccatura tra l’est e l’ovest che sembrava insanabile.

Saltiamo i preamboli che ogni Lettore potrà andare a trovarsi nelle numerose citazioni che hanno accompagnato questa implorazione: lo scienziato venne presto al dunque, parlando dell’impianto della spesa pubblica annuale degli Stati Uniti. Dei 200 miliardi di dollari impegnati, circa l’1,6% era stato destinato alla ricerca spaziale.

«Il programma spaziale comprende il progetto Apollo e molti altri progetti più piccoli legati alla fisica dello spazio, all’astronomia, alla biologia nello spazio, allo studio dei pianeti, all’analisi delle risorse della Terra e all’ingegneria spaziale. Per rendere possibile questa spesa per il programma spaziale, lo statunitense medio con un reddito annuo di 10mila dollari paga circa 30 dollari, con le imposte, per il programma spaziale. Il resto dei suoi soldi, 9.970 dollari, rimangono per la sua sussistenza, per il pagamento di altre imposte, il suo divertimento e per i suoi risparmi».

Poi il tedesco-americano, o chi per lui, entrò in altri dettagli: «Il budget della Nasa può essere organizzato solamente per la spesa di risorse legate direttamente all’aeronautica e allo spazio. Se questo budget non venisse approvato dal Congresso, i fondi proposti non utilizzati non diventerebbero disponibili per qualcos’altro». In questo modo le spiegava che, se pur il suo Paese di adozione o qualunque altra amministrazione avesse spostato i fondi risparmiati nella forma di aiuti verso l’estero, sarebbe stata comunque necessaria la richiesta per una linea di credito a questo scopo e dopo l’approvazione del Parlamento.

Sono passati oltre cinquat’anni da quando venivano scritte queste parole e 13 anni fa l’uomo della Nasa lasciava questo mondo per un viaggio eterno. Eppure le ricadute tecnologiche e scientifiche derivate dal programma Apollo sono testimoniate con circa 150.000 brevetti: dalle applicazioni per i voli commerciali alla cucina, all’abbigliamento, agli apparecchi medicali, compresi gli arti artificiali e la misurazione del tempo.

Un universo impressionante di idee e oggetti che hanno reso l’America forte e sempre più temibile. E parliamo solo dal punto di vista commerciale per tralasciare ogni riferimento alla difesa e alle geostrategie.

C’è però un’ultima frase della risposta dello scienziato della Nasa che ci piace riportare: «Orbitando intorno al pianeta, i satelliti possono monitorare grandi aree di terreno in poco tempo, possono osservare e misurare l’ampia serie di variabili che indicano lo stato e le condizioni dei campi, del suolo, delle precipitazioni eccetera e possono inviare queste informazioni sulla Terra. Si stima che anche un piccolo sistema di satelliti con il giusto equipaggiamento possa far aumentare la produzione dei campi per molti miliardi di dollari».

Non ci piace e non ci interessa la dietrologia. Oggi sappiamo meglio di prima quante risposte ha dato la tecnologia spaziale al benessere dell’umanità. Però forse non ne sappiamo ancora abbastanza. Sarebbe opportuno che l‘argomento avesse una migliore diffusione.

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