mercoledì, Aprile 21

Spazio: una continuità che richiede discontinuità Necessario l’impegno di rompere col passato. Almeno con quel passato che non ha funzionato. E per far questo la struttura governativa deve funzionar bene

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Da indiscrezioni filtrate ma non confermate (almeno al momento in cui riportiamo) la delega per lo spazio andrà al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Roberto Garofoli. La notizia circola da giorni; se sul tavolo di Mario Draghi e del suo esecutivo le ultime deleghe devono aver generato ansia nell’aggregazione politica, nel comunicato stampa n. 7 di Palazzo Chigi si fa menzione solo di Valentina Vezzali a cui è stato affidato il sottosegretariato alla Presidenza in materia di sport. E in coda, il documento della portavoce governativa riporta che il Consiglio dei Ministri è stato sentito ai fini dell’adozione dei decreti recanti le deleghe di funzione ai ministri senza portafoglio.

In attesa di maggior chiarezza legata a una tempificazione soffocata tra misure antipandemiche e l’intera gigantesca macchina che vi grava, ci consentiamo qualche riflessione di una materia che seguiamo con impegno e con l’attenzione che si deve ai grandi temi della strategia nazionale.

Visto che la delega per lo spazio andrà al sottosegretario Garofoli –e secondo una testata di palazzo, Draghi ha già sentito il suo esecutivo assegnando a lui il mandato per il settore– notiamo per prima cosa un processo di continuità istituzionale che ha visto Giancarlo Giorgetti nel primo governo di Giuseppe ConteRiccardo Fraccaro nel Conte due quali gestori della politica spaziale nazionale.

Non cadiamo nella trappola di una valutazione superficiale, in particolar modo con l’ultimo sottosegretario uscente, su cui molti osservatori sono stati feroci. I paragoni sono del resto sempre inadeguati e ci aspettiamo –prima di giudicare- come Garofoli affronterà i contenuti dei dossier che attendono, consapevoli che da essi dipende molto del futuro del nostro Paese e degli assetti di alleanze che marcano l’orizzonte. Tra i primi impegni, almeno in ordine temporale dovrebbe esserci la riconfigurazione del Comint, il comitato interministeriale stabilito con la legge 7 del 2018, che impone la struttura militare da riaggiornare sia come persone che per le responsabilità. Riconoscendo la centralità del settore spaziale nella politica nazionale, è uno degli impegni a cui non può venir meno il suo titolare.

Ma poi ci sono le inquietanti affermazioni del commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton della commissione von der Leyen, che vorrebbe un’Agenzia Spaziale Europea tutta spostata sugli interessi dell’Unione Europea con gli inevitabili rischi di appiattire i Paesi che hanno una fragilità industriale e istituzionale. E il caso italiano sarebbe tra i più eclatanti, con un’industria francese controllante e una instabilità della durata dei governi che supera ogni ragionevole ordinamento.

Non ci sono ancora note, onestamente, le capacità politiche del sottosegretario di Draghi. Abbiamo però contezza di un suo passato istituzionale di alto spessore e di un elevato tecnicismo come capo di gabinetto del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e di Giovanni Tria e prima ancora con responsabilità negli apparati di governo di Mario Monti, Enrico Letta, Massimo D’Alema e Romano Prodi. Ma ricordiamo anche che quando era nello staff di Tria, Garofoli fu al centro di illazioni del Movimento di Grillo e Casaleggio nel 2018, che lo accusò senza nulla provare di manovre sotto banco nel testo di un decreto licenziato dal ministero dell’Economia sulla messa in liquidazione di immobili non più utili a fini istituzionali. A quelle inopportune parole mosse da Rocco Casalino, portavoce del premier, Garofoli decise di lasciare gli impegni di governo:«È un prezzo che dobbiamo pagare», pare che disse al Quirinale. E tornò al Consiglio di Stato.

Difficile umanamente immaginare come Garofoli possa considerare i ministeri guidati dai pentastellati! E se non ci interessano sicuramente i fatti personali, pensiamo che lo spazio è costellato di questioni internazionali che impongono una conduzione molto severa degli argomenti da trattare. Temi che sono di competenza in buona parte del Ministero degli Affari Esteri.

Da altre parole non dette apertamente deduciamo che a seguire direttamente il settore potrebbe essere Alessandro Aresu. Aresu è un conoscitore (non è diplomatico di carriera) più che esperto di politica estera, essendo anche consigliere scientifico della rivista ‘Limes’ diretta da Lucio Caracciolo. In campo spazial, Aresu è stato membro del CdA dell’Asi sotto la presidenza di Roberto Battiston.

Senza dati certi non possiamo sapere quale futuro sarà riservato al consigliere del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Riteniamo che non essendo un tecnico del settore –di formazione classica, con laurea in filosofia- non potrà seguire in prima persona i più delicati argomenti che oggi articolano la filiera spaziale. E che questo lo porrà nella condizione di dover far ricorso a specifiche competenze perché le tecnologie spaziali sono intrinsecamente complesse, alcune richiedono lunghi cicli di sviluppo per cui è necessario comprendere in anticipo le tendenze a lungo termine e le potenziali evoluzioni in tutti i domini applicativi, tenendo conto delle esigenze dei programmi in preparazione.

Nulla da obiettare, ovviamente in una fase di gestione politica in cui le scommesse sono molto impegnative e il connubbio di politica e tecnologia sempre più intimo: Bruxelles è una cassaforte importante sia per i fondi disponibili per la difesa che per lo spazio e i programmi da sostenere. Sono somme ingenti che rappresentanto le attività a breve, medio e lungo periodo per un Paese, ma i cui investimenti possono costituire ragione di crescita o di declino. Tocca ricordarlo: l’apparato spaziale nazionale in Italia conta un’occupazione di circa 6.000 addetti, con investimenti nel 2020 (esclusi in UE) di 1.450 milioni di euro, di cui 665 milioni all’Agenzia Spaziale Europea; il nostro Paese rappresenta il 14,5% del valore dello spazio europeo. Dunque un segmento strategico ed innovativo che riveste la massima importanza con molti capitoli aperti.

Chi si occuperà di questi argomenti? La nostra preoccupazione non vada letta come un atto di sfiducia verso i nuovi attori. Tuttavia ricordiamo loro –e a chi ci legge- che il passato della politica spaziale italiana ha brillato nelle cronache nazionali troppo spesso per inneschi di scandali, intrighi ed incongruenze. Non è dunque un partito preso temere che alcune figure del passato tornino con i loro affari di bottega che non hanno fatto certo bene all’economia e alla visibilità italiana. E di questa debolezza, lo sappiamo bene noi e lo sanno ancor meglio molti operatori, ne hanno approfittato sia i competitor industriali che gli stati sovrani con cui siamo partner ma anche concorrenti su prodotti di punta.

Le poste in gioco sono alte e l’Italia ha la capacità di sostenere la spinta. Lo dice la sua storia, lo dicono –nonostante quanto affermato in termini di dipendenze- i suoi apparati industriali che hanno firmato programmi di altissima caratura tecnologica. Non è un caso che negli stabilimenti delle industrie nazionali si sono evolute le più sofisticate gamme di radar che oggi rappresentano la punta dello stato dell’arte mondiale del settore. E non è che un esempio perché per descriverne la consistenza basta semplicemente ricordare l’acquisizione delle ultime gare per Copernicus e GALILEO che ne hanno mostrato una impalcatura molto solida. Ma le sfide continuano. I rapporti con Washington per il programma di esplorazione lunare Artemis sono un’altra testimonianza della capacità di partecipazione a testa alta con gli Stati Uniti. Sono superflue altre considerazioni.

Resta tuttavia necessario l’impegno di rompere col passato. Almeno con quel passato che non ha funzionato. E per far questo la struttura governativa deve funzionar bene, con persone competenti e che abbiano la capacità e la libertà di accorciare drasticamente la catena di comando. Per il resto, all’Italia non manca niente per essere grande tra i grandi, senza timidezze, senza presunzione, ma con la consapevolezza di utilizzare solo le risorse più fattive per ottenere il meglio dalle sue donne, dai suoi uomini e dalle sue istituzioni.

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