martedì, Aprile 13

Spazio: non voglio mica la Luna Oltre a ricordare continuamente che l’Italia fu terza nazione a varare un programma ultra-atmosferico, non si sentono prospezioni concrete per la tutela di un futuro del settore spaziale italiano

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Una volta si parlava di spazio come entità infinita. Ora di infinito leggiamo solo le castronerie che si scrivono sullo spazio! A maggior ragione quando le istituzioni si fanno da parte e lasciano che siano i giornali a dover rendere chiare manovre che chiare non sono.  

Come ricorderanno i nostri Lettori, per mesi da queste colonne abbiamo sostenuto la necessità di una leadership italiana all’Agenzia Spaziale Europea, dopo il lungo governo di un francese prima e di un tedesco dopo. Era il nostro, un discorso chiaro. L’Italia è il terzo contributore dell’Agenzia, alla Ministeriale di Siviglia ha messo un botto di soldi, oltre due miliardi di euro, (2.288 milioni per la precisione) per cui la scelta sarebbe stata obbligata. Anche perché la proposta governativa italiana era unica e la figura indicata, di alto profilo istituzionale e professionale. Quei giornali che recentemente hanno scritto della ‘doppia candidatura italiana’ si sbagliano. Non sappiamo se in buona o cattiva fede. Il prof. Battiston, illustre scienziato che ultimamente si sta dedicando alle previsioni epidemiologiche dopo i modesti risultati conseguiti con l’Asi, che a noi risulti non è stato designato da nessun organo di governo per andare a fare il direttore generale dell’Esa. Quindi parlare di una gara a due è sbagliato. Simonetta Di Pippo non è stata danneggiata da un autocandidato. E questo ci fa porre una prima domanda: ma perché Palazzo Chigi non prende una posizione? Perché dopo aver cavallerescamente twittato una congratulazione al neo DG dell’Esa Josef Aschbacher, l’on. Riccardo Fraccaro –che ha delega per lo spazio- non chiarisce questo semplice assioma e mette a tacere chi racconta le cose senza esserne a conoscenza? 

Anzi, le conclusioni a cui siamo giunti noi è che l’intera macchina statale, costituita dalla componente diplomatica e da quella politica, ha lasciato soli i tecnici esposti nella prima linea della competizione e potrebbe aver barattato l’esclusione della Di Pippo dalla short list con qualcosa che non ci è noto. Se ci sbagliamo, siamo pronti ad ascoltare la verità di governo.  

Ma che tutta la vicenda per il rinnovo della massima carica dell’agenzia europea sia coperta da spesse e opache nubi non siamo i soli a sostenerlo. Secondo alcuni opinionisti tedeschi, il comitato presieduto dal direttore generale dell’agenzia spaziale svedese Anna Rathsman designato a indicare il futuro capo dell’Esa, si è mosso secondo un gioco piuttosto ambiguo di rivelazioni di notizie riservate assai prima che i fatti si fossero concretizzati. Che brutto modo di far spazio! Non è così che ci aspettiamo si possa valorizzare quello che oggi ci appare un mercato delle vacche piuttosto che la più alta espressione dell’ingegno umano.  

Ma tant’è.  

E torniamo a casa nostra dove sembra inutile negare che siamo alle soglie di un impasto di governo: nel suo blog Cesare Albanesi segnala un articolo di Paola Alagia (già portavoce del gruppo Misto al Senato) secondo cui la voce sempre più insistente di un governo presieduto da Mario Draghi potrebbe essere smentita solo da un rimescolamento delle figure più in vista e tra queste ci sarebbe proprio Fraccaro che Alagia vedrebbe sostituito da Stefano Buffagni, sempre pentastellato e attualmente sottosegretario al ministero per gli affari regionali e le autonomie. Non siamo oracoli ma soltanto osservatori e da un governo senza un’unica spina dorsale sarebbe lecito attenderci delle spiegazioni.  

Ci sembra indubbia una debolezza di chi in questo momento ha –o dovrebbe avere- la barra di comando e non è nostro compito invocare la sconfessione. Ma che la posta sia alta lo ha compreso molto bene quella frangia di governo che oggi divide il potere con i pentastellati. Infatti, mai come in questo momento stiamo vivendo un fiorire di seminari e conferenze sullo spazio dal mondo della sinistra italiana: prima la Cgil, ora il Pd che sembra proprio essere l’unica espressione politica a voler considerare l’aerospazio italiano un settore strategico per il rilancio dell’economia nazionale. Ci fa piacere, dopotutto che gli eredi del Partito che gridavano sul loro foglio politico ‘Tutto il mondo sta ascoltando la voce della luna sovietica’ (vedi l’Unità del 6 ottobre 1957) abbia finalmente condiviso che le fabbriche non siano più una tigre da abbattere o una mucca da mungere, come ammonì Wiston Churchill qualche decennio fa.  

Ma il comparto meriterebbe un posizionamento superiore a quello delle solite autocelebrazioni a cui siamo ormai abituati. Né ci meraviglierebbe che in un futuro rimescolamento delle posizioni di governo, venga applicato di nuovo lo spoil system, che lo stesso partito di Matteo Salvini usò per mettere le proprie figure di apparato.  

Che ci siano forti attenzioni a una nuova compagine di governo dopo tutto non ci meraviglia: sono molti i soldi da amministrare e sicuramente la voce di una maggiore competenza nello spenderli fa leva su tutti. Quello che da cittadini ci aspettiamo è che oltre a ricordare continuamente che l’Italia fu terza nazione a varare un programma ultra-atmosferico –ma pochi ricordano che il progetto fu politicamente promosso dal democristianissimo Amintore Fanfani non si sentono prospezioni concrete per la tutela di un futuro del settore spaziale italiano: tra pochi giorni Joe Biden prenderà il posto di Donald Trump alla Casa Bianca e non ci è sembrato che il 46° presidente degli Stati Uniti d’America in campagna elettorale abbia insistito sul programma lunare, così come ne è stato propugnatore il suo predecessore.  

L’Italia entra in Artemis con un pregiato pacchetto di lavoro che implica attività dell’intera filiera produttiva. Non abbiamo sentito al momento alcuna prospettiva di supplire un eventuale ritardo nella partenza della missione. Le cui conseguenze non sarebbe certamente a costo zero.  

Una risposta, almeno a questa domanda, potrebbe significare per i contribuenti italiani almeno un segnale di serietà.  

Siamo certi che non chiediamo la luna, dopo tutto…

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