domenica, Novembre 28

Spazio: la forza dell’Italia, lasciare nipoti e portaborse a casa La politica industriale dello spazio è un tema molto serio che deve essere affidato a persone competenti a cui faccia più peso la preparazione e la qualità delle proprie idee

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La produzione aerospaziale, come ben sanno gli addetti ai lavori, è essenzialmente ciclica.

Capita un po’ così anche per l’attenzione mediatica verso il settore e al momento sembra esserci un momento di picco. Non ci interessa valutarne le cause, anche se tra esse individuiamo prima di tutte l’apporto di denaro fresco che affluirà a breve dalle casse europee. La supposizione è inquietante ma realistica in un contesto più ispirato al mondo delle cicale ciarliere piuttosto che delle formiche operose. Ma ci permette comunque qualche riflessione dettata più dal buon senso che dalla fantasia.

Sono molti anni che da queste colonne parliamo di spazio. Chi scrive lo ha sempre fatto con il rigore necessario verso una comunicazione che parte dalla scienza dei visionari, per essere poi validata dalla manualità dei primi artigiani e dall’industrializzazione che comporta forti investimenti, esposizioni finanziarie, rischi d’impresa e formazione di pregiata occupazione per chi produce delle componenti o dei prodotti finiti destinati alla coronazione di un sogno. Su questa lunga catena di qualità, come abbiamo elencato, si muovono molti fattori che rappresentano l’impalcatura di un progetto che per il genere umano del pianeta Terra non ha avuto precedenti.

Nel 1961 -stando almeno alla ufficialità delle informazioni trasmesse- il maggiore dell’Unione Sovietica Jurij Alekseevič Gagarin, di 27 anni, dopo una selezione fra 3.461 candidati, fu il primo essere umano a valicare le Colonne d’Ercole dello spazio, con un’impresa che ha portato entusiasmo e sgomento, a seconda della latitudine geografica, ma che con la sua navigazione oltre l’ignoto superò limiti che sembravano insormontabili. Cosa abbia significato quell’operazione è stato un arcano che ha preteso molti decenni per essere decodificato. Almeno per le persone comuni. Fatto certo è che da allora la corsa allo spazio è diventata un fatto sostanziale, strategico, di schieramento politico e militare. Addirittura vitale.

Più volte chi scrive ha ricordato le frasi pronunziate da John Fitzgerald Kennedy alla Rice University, affascinato soprattutto da chi aveva preparato il copione al giovane Presidente di origini irlandesi: questi era il ghost writer Ted Sorensen, un avvocato che il Presidente degli Stati Uniti aveva scelto per i suoi discorsi più efficaci. Questo passaggio faceva parte di un programma veramente alto. Gli Stati Uniti dovevano dimostrare non solo al nemico del mondo comunista una superiorità tecnologica indiscussa. I governanti del grande regno del capitalismo intendevano dare all’intero pianeta il segnale di essere i più bravi, i più capaci e quindi i più autorevoli. A questi obiettivi non si arriva per altra via che scegliere le risorse giuste, investire con meticolosità nei settori più propedeutici e spingere il Paese ad uno sforzo poliedrico e parimenti concentrato.

Chi ha avuto la pazienza di arrivare fino a qui con la sua lettura concorderà che un sistema che persegue una politica del ‘così si è fatto fino ad ora’, proponendo persone, politiche o tecniche che un termine antipatico ci fa considerare obsolete, difficilmente potrà sperare di essere poco più che un fanalino di coda.

Abbiamo ritenuto necessaria un’apertura così lunga, preoccupati da un immobilismo che dura ormai da una quindicina d’anni, secondo articoli pubblicati recentemente ispirati a gran verità, che mettono in bella vista quanto l’Italia -immaginiamo si sia capito che parliamo del Bel Paese- con una mano dà e con l’altra leva l’autonomia delle scelte e la salvaguardia dei propri valori. Più preoccupata di salvare il presente figlio di un discutibile passato, che di puntare ad un futuro dignitoso e di maggior determinazione.

Ora, per non annoiare oltre che ci segue da tanti e preziosi anni su questa testata, chiudiamo nella consapevolezza di voler condividere che la tecnologia spaziale è fondamentale per il progresso della comunità scientifica di uno Stato sovrano. Perché se il viatico è lungo, i mattoni di cui è lastricata la strada che porta all’obiettivo finale sono costituiti da tanta ricerca, da brevetti, da formazione di alto livello e da relazioni internazionali di pari spessore. Il punto di arrivo non è chiaro a tutti. I politici, o almeno quelli che si considerano tali sui loro scranni, vedono nel successo un motivo di vanto o un’opportunità di scherno da lanciare sull’opposizione quando le cose non vanno subito bene. In altre nazioni forse è ancora così ma l’interesse e l’impegno di taluni gruppi di pressione lasciano supporre che in un futuro sbarco su altri pianeti, per qualche secolo immaginiamo ancora solo Marte, o nell’utilizzazione fattuale di una piattaforma lunare o anche nell’estrazione di materiali pregiati su asteroidi e corpuscoli minori vi possano essere opportunità di ricchezza e di capacità imprenditoriale dei propri abitanti.

Il messaggio, chi scrive ne è convinto, deve essere chiaro: la politica industriale dello spazio è un tema molto serio che deve essere affidato a persone competenti a cui faccia più peso la preparazione e la qualità delle proprie idee. In questo sofisticato paniere ci sono soldi da spendere, programmi da immaginare, opportunità da cogliere, alleanze da generare. Tutta roba solo per gente capace, se si vuole che un bene pubblico divenga un arricchimento per tutti.

Noi ci auguriamo che il nepotismo si sia compreso abbia fatto il suo tempo e che i portaborse non facciano più parte del governo che tutt’ora ci rappresenti.

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